Nelle colture di copertura (cover-crop) si può ostacolare lo sviluppo delle infestanti, utilizzando una maggiore quantità di semente
Un semplice studio compiuto presso il servizio di ricerca agricola del ministero dell'agricoltura statunitense ha portato ad acquisire un informazione utile agli agricoltori che operino nel settore dell'agricoltura biologica.
Nell'ambito delle tecniche di agricoltura sostenibile, l'agricoltura biologica a differenza di quella integrata non utilizza affatto prodotti chimici di sintesi e per questo motivo risulta particolarmente difficile contrastare nelle coltivazioni lo sviluppo delle infestanti. Questo è uno dei motivi che disincentiva gli agricoltori ad intraprendere attività nel settore delle colture erbacee, tra le quali alcune risultano particolarmente colpite dalla competizione effettuata dalle erbe infestanti.
La ricerca condotta dal tecnico
Eric Brennan, operante nel Centro di Ricerca di Salinas, California, del Servizio di Ricerca agricola del Ministero dell'Agricoltura statunitense (USDA-ARS) ha permesso di evidenzare qualcosa di molto semplice (e forse anche prevedibile), ma la cui utilità è importante sottolineare: utilizzare molta più semente nella coltivazione di colture intercalari (cover-crop), permette di limitare in esse lo sviluppo di infestanti, quindi eliminando l'eventuale necessità di far ricorso all'uso di erbicidi chimici di sintesi.
La coltivazione di cover-crop, come viene sottolineato, è utilizzata oltre che per proteggere in inverno il suolo dall'erosione meteorica, arricchirlo di sostanza organica ed azoto (nel caso si utilizzino essenze leguminose), anche per limitare lo sviluppo di infestanti durante l'inverno, in modo da ridurre la caduta di semi al suolo ed abbassare, per conseguenza, il rischio di ulteriori infestazioni durante la primavera successiva.
Ottenere tutto ciò senza dover utilizzare erbicidi chimici è una condizione vantaggiosa particolarmente per quegli agricoltori che operino in regime di agricoltura biologica. In Italia ed Europa l'agricoltura biologica ed integrata godono di sovvenzioni nell'ambito dei Piani di Sviluppo Rurale (PSR) e tra le misure di Buona Pratica Agricola, richieste agli agricoltori in tale ambito, vi è spesso il ricorso a colture intercalari durante l'inverno.
La sperimentazione compiuta è stata svolta con riferimento ai protocolli di coltivazione biologica adottati negli Stati Uniti, lungo la costa centrale della California, con appezzamenti coltivati sia secondo uno schema a griglia, che con disposizione tradizionale a righe, in due diverse prove, una utilizzando segale (a dosi di semente: 80,160, 240 libre per acro=89,6, 179,2 268,8 Kg/ha) , l'altra usando avena e leguminose (dosi di semente: 100, 200, 300 libbre per acro =112, 224, 336 Kg/ha). Inoltre durante la ricerca è stato verificato quanto la densità colturale influisse sulla resa. Egli notò in entrambe le prove un forte effetto di riduzione della produzione di biomassa di infestanti ed un incremento della produzione di biomassa della coltura, mentre non vi era differenza tra le parcelle coltivate secondo uno schema a righe e quelle coltivate secondo uno a griglia.
La ricerca è stata pubblicata sull' 'Agronomy Journal'.
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E' utile segnalare, a margine dei risultati di questo studio, che in questo momento è anche in corso negli Stati Uniti e
Canada una forte contrapposizione che vede (nel caso degli USA) da un lato organizzazioni di categoria del settore dell'agricoltura biologica e dall'altra parte il Ministero dell'Agricoltura (USDA) e l'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), che hanno autorizzato l'utilizzo di una varietà di erba medica (=alfalfa) geneticamente modificata, prodotta dalla società Monsanto e del tipo 'Roundup-Ready' (termine usato per indicare gli ibridi GM che resistono all'erbicida Gliphosate, prodotto dalla Monsanto con il nome commerciale di 'RoundUp', che può quindi essere utilizzato in post-emergenza, in presenza della coltura e dell'infestante e quindi solo quando realmente necessario, aiutando così a ridurre i così i costi di produzione).
Fonte/i: Servizio di Ricerca agricola del Ministero dell'Agricoltura statunitense (USDA-ARS), 25 gennaio 2010
Autore dell'articolo:
Luca Federico Fianchini, 31 gennaio 2010
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