Le donne lavoratrici agricole, in Nuova Zelanda, sarebbero soggette ad un più alto rischio per la salute rispetto agli uomini
In Nuova Zelanda il cancro, la cui causa sia attribuita ad attività lavorative, assomma più di 300 morti l'anno, secondo stime del Comitato Consultivo Nazionale per la Salute e la Sicurezza dei Lavoratori. Partendo da questa triste realtà la Massey University ha effettuato (nel 2003-2004) uno studio statistico, durante il quale sono stati intervistati 225 pazienti di cancro di età compresa tra i 25 ed i 75 anni e 471 partecipanti esterni presi a caso dalla popolazione. La ricerca è stata pubblicata lo scorso anno dal Centro per la Ricerca sulla Salute Pubblica della Nuova Zelanda. Lo studio èstatoanche pubblicato sul giornale dell'Università di Oxford su incarico dell'Associazione Epidemiologica Nazionale della Nuova Zelanda.
I risultati, se valutati con equilibrio, possono interessarci, poiché mostrano alcune problematiche di interesse per la salute dei lavoratori del settore agricolo. Più in particolare, come riferisce Dave McLean, esperto di salute pubblica presso la stessa università, sarebbe emerso dallo studio che le lavoratrici agricole hanno in Nuova Zelanda la più alta incidenza di leucemia fra tutte le categorie di lavoratori; ciò. si ritiene in questo studio, sia probabilmente dovuto alla loro esposizione a prodotti chimici per l'agricoltura. Il rischio sarebbe emerso come maggiore anche rispetto agli uomini, come riferisce il Centro per la Ricerca sulla Salute Pubblica.
Analizzando i dati in generale dei lavoratori neozelandesi del settore agricolo, gli studiosi della Massey University hanno rilevato un rischio di leucemia 4, o 5 volte più grande tra i giardinieri che vendono al mercato e tra i serricoltori, rispetto alla restante popolazione. Gli agricoltori che vendono i prodotti sui mercati, i coltivatori di colture di pieno campo ed i coltivatori di ortaggi presenterebbero anch'essi un grado variabile di rischio più elevato.
La ricerca ha mostrato più nel dettaglio, secondo quanto riferisce la fonte, che lavorare in serre esponeva ad un rischio 4 volte maggiore di sviluppare un tumore noto come
'linfoma non Hodgkin', mentre i coltivatori di ortaggi e coloro che sono attivi nel settore orto-floricolo avrebbero un rischio doppio.
Il principale ricercatore dell'ultimo studio effettuato, il Dr Dave McLean sostiene che gli agricoltori che vendono prodotti al mercato ed i coltivatori sarebbero sottoposti, durante la loro attività lavorativa, ad un rischio 1,8 volte maggiore che la popolazione media, probabilmente a causa dell'esposizione ai fitofarmaci. Il rischio complessivo è apparso essere fino a 3,4 volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini.
Egli inoltre riferisce: 'Non è chiaro perché si verifichi questa differente incidenza tra lavoratrici agricole e lavoratori, ma è stato ipotizzato che esso possa essere dovuto, o ai differenti compiti (e quindi esposizione potenziale), tradizionalmente realizzati in Nuova Zelanda dagli uomini e dalle donne, oppure al fatto che alcuni dei prodotti chimici, agiscono interferendo con il sistema endocrino e quindi colpirebbero le donne in un modo differente dagli uomini'.
Tali tendenze, viene riferito dalla fonte, sarebbero anche state identificate in precedenti studi realizzati su lavoratori del settore orto-floricolo in Italia e su operai con esposizione lavorativa ai prodotti chimici per l'agricoltura, come fungicidi e insetticidi, negli Stati Uniti ed in Italia, ma è bene evidenziare che l'analisi dei dati statistici effettuata dagli studiosi della Massey University su un campione locale di lavoratori, segnala anche una lunga lista di altre occupazioni che presenterebbero aumentato rischio di incidenza di tumori, che vengono quindi correlati, dallo studio effettuato, con le caratteristiche dei processi produttivi, o delle molecole chimiche di volta in volta coinvolte (materie plastiche, gomma, ecc.).
In definitiva si può notare che la presa di coscienza di queste problematiche può forse aiutare a modificare in una certa misura i processi produttivi sospetti, in modo da ridurre il possibile rischio per i lavoratori in essi coinvolti, considerando che, come spesso avviene in questi casi, è difficile in tempi brevi ricondurre in modo certo l'incidenza di una determinata affezione alla presenza di un dato composto chimico e che le certezze in questo senso arrivano invece spesso dopo anni di studi non solo statistici, ma comprendenti anche test sulle molecole oggetto di attenzione.
Fonte/i: Fonte: Massey University (Nuova Zelanda), 15 giugno 2009
Autore dell'articolo:
Luca Federico Fianchini, 31 luglio 2009
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