Riduzione delle emissioni di gas serra e qualificazione del processo produttivo in agricoltura per competere sul mercato globale
Alcuni esempi di iniziative e studi in
corso nei paesi terzi
Indice degli argomenti trattati:
- Competizione sul mercato globale e riduzione delle emissioni inquinanti e dei gas serra
- Gli aspetti di tutela dell'ambiente nelle produzioni vinicole della
California secondo l'annuale indagine compiuta dall'Università di Davis
- Il Cile si prepara a difendere le quote di mercato acquisite dalle
sue esportazioni puntando ad integrare nelle filiere produttive misure volte a ridurre le emissioni di gas serra
- La migliorata efficienza nel produrre latte ha determinato un'ampia
riduzione delle emissioni di gas serra da parte dell'industria zootecnica
Competizione sul mercato globale e riduzione delle emissioni inquinanti e dei gas serra
Con un mercato sempre più globale si fa sentire più forte la necessità dei produttori di merci di mostrare
in modo più esplicito le caratteristiche addizionali di cui sono dotati i loro prodotti, in modo da poter
mantenere le quote di mercato acquisite, minacciate dalla concorrenza di prodotti aventi spesso costi di
produzione molto più ridotti, o per espandere ulteriormente le vendite dei propri prodotti sul mercato
globale.
In questa direzione a livello europeo molto plaudita è stata la recente uniformazione delle soglie massime
di residui di fitofarmaci tollerabili nei prodotti agricoli di tutta la Comunità, che mette tutti gli operatori agricoli
in condizione di poter operare in condizioni confrontabili nella difesa fito-sanitaria chimica delle colture
e poter offrire così, prodotti aventi formalmente stesse caratteristiche di salubrità.
In questo contesto sta anche diffondendosi il concetto di
responsabilità sociale di impresa (RSI), secondo i cui principi le imprese si dovrebbero impegnare
volontariamente nel miglioramento dell'impatto ambientale dei loro processi produttivi
e nel rispetto delle normative di sicurezza sul lavoro, anche oltre quanto stabilito dalle normative vigenti.
Questo genere di impegno sociale volontario dell'impresa potrebbe anche essere dichiarato per mezzo di idonea
certificazione, che potrebbe poi fornire un valore aggiunto per i prodotti commercializzati, quando rivolti
ad una clientela sensibile a questo genere di tematiche. Riguardo questo argomento si può segnalare un articolo
pubblicato sulla rivista del Consiglio dell'Ordine dei dottori Agronomi e Forestali,
'Agronomi e Forestali' (A&F), n.°3 del 2007; pg. 6-8, in cui la Dott. Lucia Briamonte, dell'Istituto Nazionale
di Economia Agraria (INEA), propone alla nostra attenzione un progetto in corso di realizzazione, che vuole promuovere
tra le imprese agricole ed agroalimentari la Responsabilità Sociale di Impresa e per questo sono state anche approntate
delle linee guida intitolate:
'Promuovere la responsabilità sociale delle
imprese agricole ed agroalimentari'. Questo documento, come riportato nell'articolo di cui sopra,
contiene 'delle linee operative concrete e flessibili che lascino a ciascuna impresa l'autonomia di scegliere il
percorso di RSI ritenuto più adatto alla propria realtà aziendale all'interno di un quadro di riferimento
unitario capace di cogliere le principali peculiarità del sistema agroalimentare[...]'.
Un esempio di gestione di una filiera produttiva secondo criteri di compatibilità ambientale e
sociale, che già trova riscontro nella realtà pratica è quella che da vari anni viene applicata da vari
schemi
di certificazione forestale, dove il prodotto legno proviene da foreste gestite secondo standard
concordati con i rappresentanti degli interessi coinvolti nelle varie fasi della filiera produttiva.
Per quanto riguarda l'impegno ambientale, alcune imprese europee, comprese in un'apposita lista, sono già
da tempo impegnate anche in una obbligatoria riduzione delle emissioni inquinanti nell'ambiente nel suo
complesso e quindi anche dei gas serra, per conformarsi a quanto previsto dalla
direttiva IPPC (IPPC= Prevenzione Integrata dell'Inquinamento) che, con l'obbiettivo di rendere compatibili
sviluppo economico e tutela dell'ambiente, prevede l'adozione di tecniche di produzione a basso impatto ambientale
(=migliori tecniche disponibili, o BAT), la fissazione di valori limite di emissione e quindi il rilascio ed il
successivo mantenimento di un'autorizzazione integrata ambientale come presupposto per l'esercizio dell'attività
produttiva, quando superiore ad una certa classe dimensionale.
A fronte di tutti questi impegni in cui sono coinvolte molte imprese e della maturazione di una sensibilità a
questo genere di problematiche da parte dei consumatori europei, i competitori internazionali cominciano a
valutare anch'essi la necessità di analizzare i processi produttivi per evidenziare eventuali criticità e
risolverle, particolarmente laddove vi sia una eccessiva emissione di gas serra, la cui riduzione attualmente
sta sempre più diventando, in tutto il mondo, l'asse portante delle politiche energetiche, economiche e commerciali.
Il riferimento principale per la politica di riduzione delle emissioni di gas serra è il
Protocollo di Kyoto (1997),
il quale ha stabilito che i paesi industrializzati (responsabili dello stato attuale dell'ambiente) debbano ridurre le
emissioni di
gas serra del 5% rispetto al 1990
entro il periodo compreso tra il 2008 ed il 2012, mentre non è presente un analogo impegno per
i paesi in via di sviluppo, i quali peraltro utilizzano frequentemente tecnologie più antiquate e quindi spesso 'più
inquinanti', questo per permettere loro di recuperare il forte divario nello sviluppo economico,
che li separa dalle nazioni industrializzate.
Gli Stati Uniti, nonostante non abbiano ancora aderito al Protocollo di Kyoto, già da molti anni hanno una
politica energetica che si avvale della produzione di bioetanolo ricavato da colture di mais ed utilizzato per assicurare
l'approvvigionamento energetico senza far ricorso a carburanti fossili. Negli Stati Uniti il riscaldamento globale della
terra è divenuto un tema di grande attualità ed i cittadini di questo paese stanno acquisendo sempre più interesse e
sensibilità alle problematiche ambientali anche a causa degli imponenti
uragani, che sempre più frequentemente sconvolgono
gli stati più meridionali.
Questo fatto sta spingendo le imprese agricole locali a rilevare l'importanza di poter vantare processi produttivi
con ridotto
'carbon foot-print' (ridotte emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera) e che originano produzioni
sostenibili, per poter meglio competere su quei mercati dove il consumatore è più sensibile alle tematiche ambientali.
Nell'ambito dei gas serra è necessario precisare che l'anidride carbonica (CO2) è sì
uno tra i più emessi dalle
attività produttive, ma non è il più dannoso nel determinare il surriscaldamento dell'atmosfera terrestre per il
blocco delle radiazioni calorifiche 'infrarosse lunghe' all'interno dell'atmosfera terrestre. Infatti le molecole
dei
cloro-fluorocarburi (gas alogenati, che erano contenuti ad esempio nelle bombolette spray), sono in grado
di espletare tale azione nociva in una misura da 3.000 a 13.000 volte superiore a quella del anidride carbonica,
o del vapore acqueo; essi inoltre non possono essere degradati e quindi presentano una nocività che si protrarrà
anche negli anni a venire (nota: I gas alogenati contengono alogeni; gli alogeni sono cloro, fluoro, bromo e iodio
e si caratterizzano per avere 7 elettroni nell'orbita più esterna della struttura atomica, od orbita di valenza).
Il protocollo di Kyoto ha indicato tra i vari composti banditi anche i cloro-fluorocarburi, ma gli stati che più li
diffondono nell'ambiente non hanno aderito a questo importante accordo internazionale.
Essendo l'anidride carbonica emessa da una grandissima quantità di attività produttive la sua azione sull'effetto
serra è comunque complessivamente maggiore e quindi parlando di riscaldamento globale il principale imputato preso
in considerazione è di solito la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera, la quale può essere
concretamente ridotta anche solo modificando alcune delle nostre abitudini. Per questo motivo il cittadino medio è
di solito contento di poter fornire un suo contributo al miglioramento dell'ambiente terrestre, modificando alcune
sue abitudini di vita e per lo stesso motivo cresce tra le gente la preferenza verso i prodotti che siano frutto di
processi produttivi meno inquinanti ed a ridotta emissione di CO2.
Tra gli imputati delle maggiori emissioni di gas serra viene spesso inserito anche il settore agricolo e quindi sempre
più frequentemente in questo settore è importante per le associazioni dei produttori e per le industrie agroalimentari
il poter vantare una scarsa emissione di CO2. Per questo motivo si segnalano sempre più frequenti, in tutto il mondo,
iniziative che mostrano la volontà di associazioni di categoria ed enti governativi di fornire una qualificazione dal
punto di vista ambientale dei processi produttivi delle filiere agricole, per migliorare le capacità dei prodotti
agricoli ed industriali di competere sul mercato globale.
La qualificazione dei processi produttivi viene attuata per mezzo di certificazione volontaria, effettuata
da organismi terzi sulla base dell'avvenuto rispetto di appositi disciplinari, che garantiscano i consumatori
circa la veridicità degli impegni presi da una data impresa; l'avvenuta certificazione viene espressa attraverso
marchi ed indicazioni standard riportati sull'etichetta dei prodotti.
Gli aspetti di tutela dell'ambiente nelle produzioni vinicole della California secondo
l'annuale indagine compiuta dall'Università di Davis
In questa direzione i viticoltori ed i tecnici viti-vinicoli della California, nel corso del
X sondaggio annuale compiuto dall'Università di Davis, hanno affermato senza dubbio che le loro produzioni sono 'verdi' e che l'industria viti-vinicola locale sta adottando pratiche rispettose dell'ambiente
(environmentally responsible), ma contemporaneamente viene evidenziata la necessità che siano maggiormente divulgate
tra i consumatori ed i professionisti del settore le tematiche ambientali. I risultati di questa indagine sono stati
diffusi durante il Simposio Finanziario Annuale dell'Industria Vinicola e ci sono riportati dal Prof. Smiley docente
e direttore degli studi vinicoli presso la Scuola Universitaria di Gestione dell'Università di Davis – California,
il quale ha segnalato che i leader delle imprese del settore viti-vinicolo sono molto preoccupati che le loro attività
seguano passo-passo l'evolversi delle questioni ambientali e non vogliono quindi essere accusati di
'green-washing'
(ovvero di voler semplicemente creare in modo artificioso nei consumatori un'idea ambientalmente compatibile
delle loro aziende).
Il Prof. Smiley ha raccolto la testimonianza di 28 dirigenti operanti in diverse fasi della filiera e tutti hanno
affermato che le loro imprese sono attivamente impegnate in attività economiche rispettose dell'ambiente, che utilizzano
ad esempio bio-diesel come carburante, la bonifica delle acque reflue
(
wastewater reclamation) ed
infine stanno utilizzando sempre di più imballaggi leggeri. Essi inoltre si sono mostrati preoccupati riguardo
la mancanza di chiarezza, sia nel settore industriale che tra i consumatori, circa il significato attualmente attribuito
a termini come 'sostenibile', 'verde', 'ridotta emissione di carbonio' e di come l'industria possa genuinamente adottare
pratiche sensibili per l'ambiente.
Un altro aspetto della riduzione dell'impatto ambientale delle pratiche colturali ci è segnalato dall'indagine
riguardante gli imprenditori dello stesso settore, i quali evidenziano come per loro sia stato comunque necessario
diminuire l'uso degli antiparassitari, così come il ricorso ad operazioni meccaniche nei vigneti, per poter
ridurre i crescenti costi, che andavano ad erodere la redditività del loro lavoro.
L'80% dei rappresentanti delle case vinicole californiane partecipanti all'indagine dell'Università di Davis
ha riferito di aver utilizzato pratiche di agricoltura sostenibile, almeno su parte della propria superficie
produttiva, durante il 2008 ed il 46% dei rispondenti segnalano di aver promosso, durante il 2008, le proprie
uve come 'sostenibili' o 'biologiche', oppure di aver in progetto di farlo negli anni a venire.
Ciò che è comunque una garanzia per il consumatore statunitense è il dato che nell'immagine collettiva il vino sia ormai
considerato dai consumatori parte integrante di un sano stile di vita; ciò chiaramente vincola le aziende a
mantenere questa virtuosa immagine acquisita dalle loro produzioni.
Il Cile si prepara a difendere le quote di mercato acquisite dalle sue esportazioni puntando
ad integrare nelle filiere produttive misure volte a ridurre le emissioni di gas serra
In Cile la
Fondazione per l'Innovazione
Agraria (FIA) del Ministero dell'Agricoltura stà organizzando un raduno di studio ed ha invitato gli studiosi
locali a presentare documentazione finalizzata a stabilire che tipo di innovazione tecnologica,
organizzazione e gestione siano necessarie per ridurre le emissioni di anidride carbonica in tutti i passaggi
della catena di valore e di rifornimento di prodotti agro-zootecnici, compresa l'adozione di Buone Pratiche
Agricole ed inoltre punta all'acquisizione di dati che quantifichino, attraverso misurazioni, le emissioni di
biossido di carbonio (anidride carbonica). La fonte riporta che questa è la prima volta che un organismo dipendente
dal Governo cileno, inviti ad effettuare questo genere di studi.
Tutto questo discorso parte dalla constatazione che in alcuni paesi importatori di prodotti silvicoli ed
agro-zootecnici cileni, principalmente in Europa, sarebbe sempre più forte un movimento orientato a fissare prelievi
alle importazioni, o a limitare le stesse quando i prodotti commercializzati avessero utilizzato, durante il processo
produttivo, un elevata quantità di carburanti fossili, o quando gli stessi processi abbiano dato luogo ad alte emissioni
di gas serra, espresse in forma di valori massimi di
'CO2 equivalente'.
Per questo motivo, nota la FIA, è essenziale per gli esportatori di questo paese anticipare i tempi
nell'innovare i loro processi produttivi, per riuscire a
mantenere le quote di mercato acquisite dalle esportazioni silvicole ed agro-zootecniche, che sono arrivate
durante il 2006 a 8,9 miliardi di dollari statunitensi e nel 2007 a 10,9 miliardi di dollari, cioè con un
aumento del 25% (fonte:
->ODEPA). Tra le principali esportazioni cilene sono segnalati i prodotti forestali,
la frutta (uva da tavola, mele fresche, mirtilli, ciliegie, susine e lamponi), vini e la carne di maiale.
L'obbiettivo principale è ora stabilire quali siano i livelli di emissione di gas serra che abbiano i principali
prodotti agricoli da esportazione, con il fine di paragonarli con i prodotti esportati da altri paesi, così come
per iniziare la ricerca di misure di mitigazione efficaci nel ridurre le emissioni. L'obbiettivo finale punta a
migliorare la competitività del settore silvicolo ed agro-zootecnico.
Come fa infatti notare la FIA, l'acquirente consapevole può fare pressioni affinché le imprese riducano le
loro emissioni di CO2 ed il consumo energetico, scegliendo responsabilmente un alimento che generi una maggiore,
o minore contaminazione. Questi dati potrebbero essere pubblicati sulle etichette degli alimenti se si arriverà
a stabilire un sistema obbligatorio nel commercio. Secondo quanto prospettato un'attività agroindustriale potrebbe
quindi migliorare la sua immagine ambientale ed in prospettiva migliorare i suoi profitti, quando il consumatore
fosse cosciente dello sforzo ambientale che viene fatto per generare un minor livello di emissioni di gas serra,
nel produrre e nel commercializzare un alimento, sia a livello locale che internazionale.
La migliorata efficienza nel produrre latte ha determinato un'ampia riduzione delle emissioni
di gas serra da parte dell'industria zootecnica
L'industria dell'allevamento zootecnico è notoriamente accusata per le sue emissioni nell'atmosfera che aumenterebbero
l'effetto serra; ulteriori problemi derivano dalle problematiche legate alla gestione dei reflui delle attività
di allevamento. Secondo quanto riferisce il Dr. Mike Hutjens un esperto del servizio di divulgazione tecnica
dell'Università dell'Illinois (USA), la migliorata efficienza conseguita nel corso degli anni, da parte del bestiame
bovino da latte, nell'attività di produzione ha determinato negli Stati Uniti (e dobbiamo ritenere probabilmente
anche in Italia)
un'ampia riduzione delle emissioni di gas serra da parte dell'industria zootecnica.
Come puntualizza il Dr.Hutjens: 'Utilizzando libbre di anidride carbonica per galloni di latte come misura delle
emissioni di anidride carbonica, le emissioni dell'industria bovina da latte sono crollate da 31 libbre/gallone
nel 1944 a 12 libbre/gallone nel 2007', ciò in seguito al forte incremento dell'efficienza produttiva del bestiame
che ha permesso di produrre maggiori quantità di latte con un minore numero di capi.
Un altro problema legato all'allevamento bovino è l'emissione di metano da parte del bestiame, causato dalle
fermentazioni che avvengono durante la digestione dell'alimento nel rumine. Il Dr.Hutjens precisa che l'impatto
sull'ambiente del metano come gas serra è 25 volte maggiore di quello della CO2, ma comunque le emissioni di gas
serra, provenienti dal settore bovino da latte sarebbero dell'11% di quel 6% attribuito all'agricoltura nel suo
complesso e quindi dello 0,7% sul totale delle emissioni.
Egli poi ha richiamato l'attenzione su un documento pubblicato all'inizio di quest'anno dall'Accademia Nazionale
delle Scienze, in cui viene segnalato che la zootecnia biologica, facendo a meno di molte innovazioni tecnologiche,
riduce l'efficienza produttiva del bestiame e determina, nel caso dell'allevamento bovino da latte estensivo, la
necessità di aumentare il numero dei capi di ¼ per raggiungere una produzione di latte complessiva paragonabile
a quella della zootecnia intensiva, richiedendo quindi molto maggiori superfici di terreno per produrre il maggior
quantitativo di foraggio necessario, con una maggiore escrezione di azoto e quindi con incremento del riscaldamento
globale potenziale (GWP).
Il Dr.Hutjens conclude confermando che l'incremento della produttività del bestiame riduce le emissioni di carbonio,
l'efficienza dell'azoto ed il riscaldamento globale e che quindi laddove si riesca a produrre più alimento utilizzando
meno risorse vengono anche ridotte le emissioni di anidride carbonica; pertanto egli invita il consumatore a non rifiutare
le tecnologie, laddove il prodotto ottenuto abbia lo stesso valore nutritivo di quello originato in un allevamento
meno intensivo e dove la sua produzione non abbia un impatto negativo sulla salute del bestiame.
Fonti:
- Università di Davis – California (USA), 22 settembre 2008.
- Fondazione per l'Innovazione Agraria (Ministero dell'Agricoltura del Cile - FIA), 26 settembre 2008.
- Dr. Mike Hutjens; Università di Urbana - Campaign – Illinois (USA), 9 ottobre 2008.
- A & F (Agronomi e Forestali), rivista del CONAF, n.°3 del 2007; pg. 6-8.
Fonte/i: (vedere sopra)
Autore dell'articolo:
Luca Federico Fianchini, 12 ottobre 2008
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