In USA molti consumatori ignorano le segnalazioni riguardanti il ritiro dal commercio di prodotti alimentari insalubri
Un interessante studio, per la rilevanza dei risultati ottenuti è stato condotto dall'Università del New Jersey (USA), Rutgers; esso ha avuto per oggetto le abitudini dei consumatori statunitensi e più in particolare l'attenzione che essi prestano abitualmente alla salubrità degli alimenti acquistati. Questo studio si inserisce in un contesto di frequenti segnalazioni e campagne portate avanti dai media statunitensi circa la qualità degli alimenti e altre politiche di sensibilizzazione, volte a ridurre l'incidenza sulla spesa sanitaria di affezioni legate ad una cattiva, od eccessiva alimentazione.
Questo studio si è valso di interviste telefoniche effettuate tra il 4 agosto ed il 24 settembre 2008 ed ha coinvolto un campione di 1101 cittadini statunitensi.
Il 60% del campione oggetto di attenzione ha riferito di aver talvolta controllato se nella dispensa di casa vi fossero campioni di cibo, oggetto di pubblica allerta (recalled food product).
Il risultato per se stesso potrebbe lasciare soddisfatti gli analisti, considerato anche che il 40% di coloro che prestano abitualmente attenzione a queste segnalazioni dei media si impegnano anche ad informare i propri conoscenti circa il pericolo; ma il punto critico del risultato dell'indagine è proprio in questo aspetto e cioè nella diffusa presunzione, che i prodotti di scarsa qualità siano per lo più acquistati da altri, mentre ognuno di noi è invece spesso convinto di avere informazioni ed abilità adeguate per acquistare prodotti qualitativamente migliori.
Questo elemento si rivela quindi il punto critico nelle campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e cioè la differenza esistente tra il senso comune e la realtà dei fenomeni oggetto di attenzione.
La scarsa consapevolezza delle criticità alla base della scelta di alimenti salubri, determina quindi che i consumatori statunitensi, non siano eccessivamente preoccupati riguardo ciò che passa sulle loro tavole e quindi tale problema non sembra destare in loro una preoccupazione così rilevante da incidere sulla qualità della vita condotta.
Come sottolinea William K. Hallman psicologo e docente di ecologia umana a Rutgers, autore pricipale dello studio:
'Non è difficile ottenere che i consumatori facciano attenzione alle notizie sui prodotti ritirati dal commercio, quanto piuttosto che essi alla fine facciano effettivamente il passo di cercare tali prodotti nelle loro abitazioni'.
I ricercatori dell'Università di Rutgers propongono quindi dei suggerimenti per migliorare le campagne informative sui prodotti ritirati dal commercio, particolarmente basandosi su quanto hanno riferito loro gli stessi partecipanti al sondaggio: Il 75% del campione oggetto di studio ha dichiarato di gradire di essere informato, sui prodotti ritirati dal commercio, presso gli stessi punti di vendita e più del 60% degli intervistati ha riferito che riceverebbe volentieri tali informazioni per lettera, o posta elettronica. Per questo motivo Hallman suggerisce di personalizzare le procedure di comunicazione circa i prodotti ritirati dal commercio, per evitare che si generi l'impressione che il messaggio, normalmente inviato attraverso i media, sia destinato a qualcun altro rispetto a chi ascolta; tale attenzione impedirà che il messaggio di allarme venga ignorato.
In ogni caso non esiste una soluzione per tutti, infatti se da un lato il 12% dei consumatori statunitensi mangiano comunque anche cibi che hanno coscienza siano stati ritirati dalla vendita, il 25% dello stesso campione statistico ha riferito che un annuncio riguardante prodotti ritirati li ha indotti a scartare e quindi sprecare anche cibi probabilmente sani e nutritivi, precedentemente acquistati. La cattiva interpretazione del messaggio trasmesso, ci mostra questo sondaggio, arriva in alcuni casi all'effetto negativo estremo di indurre più del 25% dei consumatori a scartare prodotti alimentari non inclusi in liste di ritiro dal commercio, semplicemente perché simili a quelli oggetto di attenzione, o prodotti dalla stessa casa produttrice.
“La nostra ricerca”, sottolinea Hallman, “evidenzia che le istruzioni per i consumatori devono essere chiare e comprensibili se si vuole che essi agiscano in modo appropriato dopo ogni segnalazione di alimenti ritirati dal commercio”. Queste considerazioni ci mostrano anche quanto sia importante, per la tutela dell'immagine dei marchi, che tutti i consorzi di produttori, o imprese del settore agroalimentare curino costantemente la qualità delle produzioni commercializzate.
Infine il Prof.Hallman ci dà delle indicazione sulle caratteristiche che dovrebbe avere un idoneo messaggio di segnalazione e lo fa in primo luogo, segnalando una recente indicazione, a suo dire equivoca, in cui l'
FDA (Food and Drug Administration, l'ente di controllo sui cibi ed i farmaci) sosteneva di non mangiare pistacchio, ma di conservarlo e non gettarlo via; egli infine propone le indicazioni del suo gruppo di ricerca: “Noi troviamo che messaggi più chiari e diretti come 'getta l'alimento nella spazzatura', o 'riporta il prodotto acquistato al negozio per un rimborso' dovrebbero incentivare un'azione”. Mantenere la gente in a holding pattern è più probabile che determini (to result in) inerzia e certamente aumenta la possibilità che qualcuno possa mangiare cibi ritirati dalla vendita”.
Un rapporto antecedente basato su dati provenienti dalla stessa indagine forniva anche un'immagine della consapevolezza dei consumatori riguardo i consigli già proposti per la contaminazione alimentare da Salmonella Saintpaul, verificatasi nell'estate 2008.
(->)Il Food Policy Institute (FPI) è un'Unità di Ricerca della Stazione Sperimentale Agricola del New Jersey. Questo istituto indirizza importanti emergenti questioni di politica alimentare e supporta coloro che prendono le decisioni all'interno di strutture pubbliche e private, che modellano aspetti dei sistemi alimentari, all'interno dei quali interagiscono il Governo, il settore dell'agricoltura, dell'industria ed i consumatori.
Fonte/i: Fonte: Istituto per le Politiche Alimentari (FPI), Università del New Jersey (USA), Rutgers, 14 aprile 2009
Autore dell'articolo:
Luca Federico Fianchini, 31 maggio 2009
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