Scheda: Aggiornamento sui biocarburanti, dal web internazionale
E' gioco-forza trovarci ancora a parlare di biocarburanti perchè scorrendo i comunicati stampa di istituti
di ricerca di tutto il mondo, così come di molti siti ambientalisti e di siti di notizie
si nota che, nel bene, o nel male, molta dell'attenzione generale è concentrata su questo argomento.
Ciò che è cambiato e si avverte è il diverso entusiasmo, molto vivo fino a circa un
mese fa, apparentemente in calo adesso, tranne forse nelle sedi di governo di tutto il mondo, dove peraltro si
stanziano le sovvenzioni per la ricerca, le colture, gli impianti di trasformazione.
Allo stesso fine viene anche proposta l'adozione di un sistema di classificazione dei singoli
biocarburanti, sulla base del più o meno accentuato impatto ambientale della loro fase produttiva e di lavorazione,
utilizzando un criterio simile a quello adottato nella guida "Michelin" dei migliori alberghi e ristoranti, per
stimolare la concorrenza tra i produttori nel ridurne, quanto più possibile, l'attività inquinante.
Và segnalato in questa direzione che uno studio molto recente, pubblicato su "Chemistry & Industry", la rivista
dell'Associazione dell'Industria Chimica statunitense (SCI) e di cui dà notizia un comunicato stampa della stessa,
rilasciato il 23 aprile 2007, avrebbe evidenziato che una delle possibili colture energetiche,
il ravizzone,
brassicacea coltivata anche a fini foraggeri, emetterebbe ossido di azoto (N2O), durante la fase di coltivazione,
e cioè un "gas serra" che, secondo quanto riferito, avrebbe un effetto dannoso 200 - 300 volte
maggiore di quello provocato dalla CO2 prodotta dalla combustione dei carburanti fossili
(fonte:
eurekalert.org).
Questo aspetto riguardante l'N2O ci è meglio chiarito nella
pagina "Nitrous oxide" - paragrafo "Nitrous oxide in the atmosphere",
dell'
enciclopedia Wikipedia (in inglese),
in cui si sostiene che, sebbene l'ossido di azoto sia teoricamente meno importante della CO2 come gas serra,
quando fosse preso in considerazione un intervallo di tempo maggiore di 100 anni, avrebbe complessivamente
la capacità di trattenere una quantità di radiazioni molto maggiore, determinando così un riscaldamento globale
(= incremento di temperatura media) 296 volte maggiore di quella di una pari unità di peso di CO2.
Il comunicato dell'SCI precisa anche che il ravizzone sarebbe la coltura da biocarburante maggiormente utilizzata
nelle coltivazioni europee, conseguentemente l'articolo è stato intitolato "Biodiesel won't drive
down global warming" (= il biodiesel non ridurrà il riscaldamento globale); è d'obbligo precisare che il biodiesel è una
sotto-categoria dei biocarburanti e non comprende il "bioetanolo", altro biocarburante, prodotto invece, negli
Stati Uniti, a partire (ad esempio) dal mais, o in Brasile a partire dalla canna da zucchero, ma comprende però
gli oli derivati da grassi animali, che finora non è risultato che siano dannosi.
Un tale comunicato pone quindi in luce quanto sia importante in questo ambito un'informazione precisa e completa
e per questo non può che essere ammirata la citata iniziativa dell'Università di Berkeley
nel porre a disposizione dei consumatori statunitensi tutte le informazioni utili sulle ricerche in corso presso
il loro centro, per poter distinguere gli ambiti di studio che possono avere un effetto positivo sull'ambiente
da quelli eventualmente dannosi.
Muovendoci su orizzonti più prossimi a noi potrebbe essere forse ragionevole avere un diverso approccio alle
"colture energetiche" di pieno campo, non pretendendo
che queste possano essere la soluzione per i problemi dell'approvvigionamento energetico a basso impatto ambientale,
ma piuttosto
accettando con soddisfazione che possano, comunque, essere una valida alternativa di scelta tra
le coltivazioni praticabili in agricoltura per produrre del combustibile di origine naturale,
in particolare considerando gli attuali prezzi del petrolio e specialmente potendosi avvalere, come nel caso
italiano, di
accordi di filiera stipulati a gennaio scorso dal Governo con le industrie di trasformazione, per una
superficie complessiva di 70.000 ettari di terreno
(fonte: sito internet
Governo.it, notizia del 10 gennaio 2007).
Un minor rilievo conferito alle "colture
energetiche" di pieno campo non reciderebbe comunque completamente l'aspirazione dell'agricoltura ad essere
protagonista nel settore delle "energie pulite", poiché vi sono varie altre ricerche in corso e possibilità
già concrete, che possono offrire delle alternative, forse anche più redditizie, per gli operatori del settore
agro-forestale.
Se ne elencano di seguito alcune:
- La possibilità di produrre
etanolo dal legname e quindi in boschi, il cui impatto ambientale è sicuramente minore di quello delle colture di
pieno campo.
Tale tecnica si servirebbe di batteri Escherichia coli geneticamente modificati, che fermentando i monomeri
C5 e C6 della cellulosa produrrebbero etanolo (fonte: Sito internet
Treehugger.com).
- La possibilità di utilizzare
legno "liquefatto" per pirolisi (fonte: sito finlandese "Tekes"),
che in Finlandia sarebbe già entrata in fase applicativa, ricavato da legname, residui legnosi e in prospettiva anche
residui colturali trasformati in biocarburante per pirolisi, o distillazione asciutta (vedere ultimo paragrafo del
seguente documento:
"Pirolisi dei biocarburanti" - fonte sito russo in inglese: Stove.ru); ed utilizzabile
per il riscaldamento domestico che in Finlandia assorbe molto del consumo di carburante fossile.
Questa strategia di utilizzo integrale di "legno liquido" anziché il normale combustibile fossile utilizzato per
riscaldare le abitazioni potrebbe essere un'alternativa a quella di tagliare la benzina con oli naturali, perseguita
altrove.
- Altri studi, ormai in fase applicativa, sono in corso da molti anni sulla
produzione di biogas a partire da reflui zootecnici,
(fonte: enciclopedia Wikipedia - in inglese).
- L'utilizzo di scarti di lavorazione dell'industria agro-alimentare, come bucce di arancio, od altre residui
di lavorazione fermentabili per produrre etanolo, o
grasso
di pollo e di tacchino, ad originare biodiesel (Fonte:
Washington Post, notizia del 3 gennaio 2007).
Nello stesso ambito riveste interesse pratico anche il possibile impiego di
residui solidi urbani per produrre energia,
che in Gran Bretagna si stima potrebbe coprire il 17% dei consumi
(Fonte: BBC News, notizia del 21 aprile 2005).
Un interessante test di larga scala della tecnologia sviluppata in tanti anni di studio riguardo l'utilizzo di
rifiuti (denominata: "anaerobic phased solids digester") è stato condotto a ottobre del 2006 dall'
Università di Davis - California che ha riempito gli impianti
di produzione di
biogas con i residui prodotti dai migliori ristoranti della baia di San Francisco.
- Infine vi sarebbero studi per la produzione di idrogeno dall'attività di altri organismi allevati in condizioni
particolari.
E' evidente che quindi la ricerca è molto impegnata in tutto il mondo in questo sforzo di arrivare ad offrire delle
opportunità per la produzione di energia "pulita" e per questo motivo è plausibile credere che venga temuto che un
possibile fallimento delle "colture energetiche" possa riflettersi sulle sovvenzioni alle ricerche in corso in moltissimi
laboratori di tutto il mondo, specialmente laddove vi sia una particolare attenzione al legame tra ricerca effettuata e
risultati conseguiti nell'implementazione di nuove tecnologie.
Altro aspetto che è stato oggetto di approfondimento nell'ultimo mese, da parte di molti siti internet, è quello alla
base stessa delle scelte energetiche e cioè le problematiche del riscaldamento globale, ciò
in particolare dopo la riunione del
"Panel IPPC"
(il gruppo di studi della Comunità Europea che si occupa del riscaldamento globale), il quale ha reso disponibile il
secondo rapporto sul cambiamento
climatico, in cui sono state aggiornate in senso più pessimistico le iniziali previsioni sul riscaldamento globale
del nostro pianeta (Fonte sito internet:
Verdi.it, della Federazione
dei Verdi).
Conseguentemente alle dichiarazioni del coordinatore del panel IPPC molte sono state le dichiarazioni a livello politico
e di ricerca, tra queste si segnala una nota del 10 aprile dell'
Istituto
Internazionale per l'Ambiente e lo Sviluppo (IIED), un centro internazionale di ricerche sulle politiche economiche
ed ambientali, che fà notare che la battaglia al riscaldamento globale avrebbe un rapporto benefici - costi
nettamente svantaggioso per i paesi in via di sviluppo, rispetto a quello dei paesi industrializzati articolo del
10 aprile 2007:
("La politica
climatica dovrebbe considerare i bisogni dei poveri"), che pone in luce come, parallelamente alla necessità
mondiale di ridurre i consumi di combustibili fossili, vi sia l'esigenza dei paesi in via di sviluppo di disporre di
fonti di energia per le loro produzioni, o di poter pienamente usufruire delle loro risorse naturali (es. sfruttamento
delle foreste), che invece la politica climatica vuole vincolate. Un esempio in tal senso che ha suscitato l'allarme del
WorldWatch Institute ("Centro di ricerche indipendente per una
società ambientalmente sostenibile e socialmente giusta") è quello che vorrebbe
la Cina intenzionata ad autorizzare una delle
sue più grandi compagnie energetiche a disboscare ampie superfici nel sud-est del paese, proprio per realizzare
colture da biocarburanti (notizia del 13 marzo 2007).
Ovviamente non è pensabile criticare la Cina qualora voglia fare ciò che in altre parti del mondo, grandi imprese
stanno già facendo, o tentando di fare
(es.
in Uganda; fonte:
New Scientist, notizia del 19 aprile
2007).
Tutto ciò ci mostra come le "coltivazione energetiche" di pieno campo possano alla fine mobilitare molta CO2 per
l'abbattimento di grandi foreste e/o per le continue pratiche colturali, che favoriscono la degradazione della sostanza
organica del suolo, pur essendo colture realizzate con l'obbiettivo di ridurre le emissioni di gas serra.
Notizie di questo tipo, provenienti da tutto il mondo, passano continuamente sotto gli occhi di chi si informa su
internet e non possono che essere le principali responsabili di questo calo di interesse per i biocarburanti che
si avverte in modo sempre più vivo.
Oltre a queste perplessità di natura prettamente scientifica ed ambientale ne esistono naturalmente altre che investono
gli ambiti delle politiche economiche internazionali e del mercato dei prodotti agricoli e che possono offrire
motivazioni di critica, o di sostegno dell'utilizzo dei biocarburanti prendendo spunto dalla vita quotidiana della
gente, dai loro punti di vista, dai riflessi delle politiche in vigore sulla qualità della vita in occidente e nel
terzo mondo, ma questi temi rivestono un ambito che supera ampiamente gli obbiettivi informativi di questo articolo,
per avventurarsi nel territorio della politica.
Il lettore attento avrà certamente la capacità di recuperare ulteriori informazioni muovendosi autonomamente
in internet.
Fonte/i:
Autore dell'articolo:
Luca Federico Fianchini, 28 aprile 2007
I commenti per questo articolo sono stati chiusi.