Scheda: Aggiornamento sui biocarburanti, dal web internazionale

E' gioco-forza trovarci ancora a parlare di biocarburanti perchè scorrendo i comunicati stampa di istituti di ricerca di tutto il mondo, così come di molti siti ambientalisti e di siti di notizie si nota che, nel bene, o nel male, molta dell'attenzione generale è concentrata su questo argomento.
Ciò che è cambiato e si avverte è il diverso entusiasmo, molto vivo fino a circa un mese fa, apparentemente in calo adesso, tranne forse nelle sedi di governo di tutto il mondo, dove peraltro si stanziano le sovvenzioni per la ricerca, le colture, gli impianti di trasformazione.
Questa tendenza di riflusso si avverte anche in un articolo pubblicato sul sito internet dell'Università di Berkeley, la quale, l'1 novembre 2006, aveva diffuso uno dei primi articoli che mostravano un dibattito acceso tra scienziati, con favorevoli ed anche contrari ai biocarburanti, mentre il 17 aprile 2007 è stato pubblicato un articolo in cui si fà recensione del sito internet contenente l'archivio documentale del Centro di Ricerche sulla Sostenibilità dei Trasporti presso l'Università di Berkeley, posto online con il precipuo obbiettivo di chiarire le idee ai consumatori statunitensi, i quali sarebbero rimasti molto confusi dalle informazioni con cui vengono normalmente a contatto. La speranza manifestata è di arrivare ad una equilibrata valutazione di questo tema di attualità.
Allo stesso fine viene anche proposta l'adozione di un sistema di classificazione dei singoli biocarburanti, sulla base del più o meno accentuato impatto ambientale della loro fase produttiva e di lavorazione, utilizzando un criterio simile a quello adottato nella guida "Michelin" dei migliori alberghi e ristoranti, per stimolare la concorrenza tra i produttori nel ridurne, quanto più possibile, l'attività inquinante.
Và segnalato in questa direzione che uno studio molto recente, pubblicato su "Chemistry & Industry", la rivista dell'Associazione dell'Industria Chimica statunitense (SCI) e di cui dà notizia un comunicato stampa della stessa, rilasciato il 23 aprile 2007, avrebbe evidenziato che una delle possibili colture energetiche, il ravizzone, brassicacea coltivata anche a fini foraggeri, emetterebbe ossido di azoto (N2O), durante la fase di coltivazione, e cioè un "gas serra" che, secondo quanto riferito, avrebbe un effetto dannoso 200 - 300 volte maggiore di quello provocato dalla CO2 prodotta dalla combustione dei carburanti fossili (fonte: eurekalert.org).
Questo aspetto riguardante l'N2O ci è meglio chiarito nella pagina "Nitrous oxide" - paragrafo "Nitrous oxide in the atmosphere", dell'enciclopedia Wikipedia (in inglese), in cui si sostiene che, sebbene l'ossido di azoto sia teoricamente meno importante della CO2 come gas serra, quando fosse preso in considerazione un intervallo di tempo maggiore di 100 anni, avrebbe complessivamente la capacità di trattenere una quantità di radiazioni molto maggiore, determinando così un riscaldamento globale (= incremento di temperatura media) 296 volte maggiore di quella di una pari unità di peso di CO2.
Il comunicato dell'SCI precisa anche che il ravizzone sarebbe la coltura da biocarburante maggiormente utilizzata nelle coltivazioni europee, conseguentemente l'articolo è stato intitolato "Biodiesel won't drive down global warming" (= il biodiesel non ridurrà il riscaldamento globale); è d'obbligo precisare che il biodiesel è una sotto-categoria dei biocarburanti e non comprende il "bioetanolo", altro biocarburante, prodotto invece, negli Stati Uniti, a partire (ad esempio) dal mais, o in Brasile a partire dalla canna da zucchero, ma comprende però gli oli derivati da grassi animali, che finora non è risultato che siano dannosi.
Un tale comunicato pone quindi in luce quanto sia importante in questo ambito un'informazione precisa e completa e per questo non può che essere ammirata la citata iniziativa dell'Università di Berkeley nel porre a disposizione dei consumatori statunitensi tutte le informazioni utili sulle ricerche in corso presso il loro centro, per poter distinguere gli ambiti di studio che possono avere un effetto positivo sull'ambiente da quelli eventualmente dannosi.
Muovendoci su orizzonti più prossimi a noi potrebbe essere forse ragionevole avere un diverso approccio alle "colture energetiche" di pieno campo, non pretendendo che queste possano essere la soluzione per i problemi dell'approvvigionamento energetico a basso impatto ambientale, ma piuttosto accettando con soddisfazione che possano, comunque, essere una valida alternativa di scelta tra le coltivazioni praticabili in agricoltura per produrre del combustibile di origine naturale, in particolare considerando gli attuali prezzi del petrolio e specialmente potendosi avvalere, come nel caso italiano, di accordi di filiera stipulati a gennaio scorso dal Governo con le industrie di trasformazione, per una superficie complessiva di 70.000 ettari di terreno (fonte: sito internet Governo.it, notizia del 10 gennaio 2007).
Un minor rilievo conferito alle "colture energetiche" di pieno campo non reciderebbe comunque completamente l'aspirazione dell'agricoltura ad essere protagonista nel settore delle "energie pulite", poiché vi sono varie altre ricerche in corso e possibilità già concrete, che possono offrire delle alternative, forse anche più redditizie, per gli operatori del settore agro-forestale.
Se ne elencano di seguito alcune:
  1. La possibilità di produrre etanolo dal legname e quindi in boschi, il cui impatto ambientale è sicuramente minore di quello delle colture di pieno campo. Tale tecnica si servirebbe di batteri Escherichia coli geneticamente modificati, che fermentando i monomeri C5 e C6 della cellulosa produrrebbero etanolo (fonte: Sito internet Treehugger.com).
  2. La possibilità di utilizzare legno "liquefatto" per pirolisi (fonte: sito finlandese "Tekes"), che in Finlandia sarebbe già entrata in fase applicativa, ricavato da legname, residui legnosi e in prospettiva anche residui colturali trasformati in biocarburante per pirolisi, o distillazione asciutta (vedere ultimo paragrafo del seguente documento: "Pirolisi dei biocarburanti" - fonte sito russo in inglese: Stove.ru); ed utilizzabile per il riscaldamento domestico che in Finlandia assorbe molto del consumo di carburante fossile. Questa strategia di utilizzo integrale di "legno liquido" anziché il normale combustibile fossile utilizzato per riscaldare le abitazioni potrebbe essere un'alternativa a quella di tagliare la benzina con oli naturali, perseguita altrove.
  3. Altri studi, ormai in fase applicativa, sono in corso da molti anni sulla produzione di biogas a partire da reflui zootecnici, (fonte: enciclopedia Wikipedia - in inglese).
  4. L'utilizzo di scarti di lavorazione dell'industria agro-alimentare, come bucce di arancio, od altre residui di lavorazione fermentabili per produrre etanolo, o grasso di pollo e di tacchino, ad originare biodiesel (Fonte: Washington Post, notizia del 3 gennaio 2007).
    Nello stesso ambito riveste interesse pratico anche il possibile impiego di residui solidi urbani per produrre energia, che in Gran Bretagna si stima potrebbe coprire il 17% dei consumi (Fonte: BBC News, notizia del 21 aprile 2005).
    Un interessante test di larga scala della tecnologia sviluppata in tanti anni di studio riguardo l'utilizzo di rifiuti (denominata: "anaerobic phased solids digester") è stato condotto a ottobre del 2006 dall' Università di Davis - California che ha riempito gli impianti di produzione di biogas con i residui prodotti dai migliori ristoranti della baia di San Francisco.
  5. Infine vi sarebbero studi per la produzione di idrogeno dall'attività di altri organismi allevati in condizioni particolari.
E' evidente che quindi la ricerca è molto impegnata in tutto il mondo in questo sforzo di arrivare ad offrire delle opportunità per la produzione di energia "pulita" e per questo motivo è plausibile credere che venga temuto che un possibile fallimento delle "colture energetiche" possa riflettersi sulle sovvenzioni alle ricerche in corso in moltissimi laboratori di tutto il mondo, specialmente laddove vi sia una particolare attenzione al legame tra ricerca effettuata e risultati conseguiti nell'implementazione di nuove tecnologie.
Altro aspetto che è stato oggetto di approfondimento nell'ultimo mese, da parte di molti siti internet, è quello alla base stessa delle scelte energetiche e cioè le problematiche del riscaldamento globale, ciò in particolare dopo la riunione del "Panel IPPC" (il gruppo di studi della Comunità Europea che si occupa del riscaldamento globale), il quale ha reso disponibile il secondo rapporto sul cambiamento climatico, in cui sono state aggiornate in senso più pessimistico le iniziali previsioni sul riscaldamento globale del nostro pianeta (Fonte sito internet: Verdi.it, della Federazione dei Verdi).

Conseguentemente alle dichiarazioni del coordinatore del panel IPPC molte sono state le dichiarazioni a livello politico e di ricerca, tra queste si segnala una nota del 10 aprile dell'Istituto Internazionale per l'Ambiente e lo Sviluppo (IIED), un centro internazionale di ricerche sulle politiche economiche ed ambientali, che fà notare che la battaglia al riscaldamento globale avrebbe un rapporto benefici - costi nettamente svantaggioso per i paesi in via di sviluppo, rispetto a quello dei paesi industrializzati articolo del 10 aprile 2007: ("La politica climatica dovrebbe considerare i bisogni dei poveri"), che pone in luce come, parallelamente alla necessità mondiale di ridurre i consumi di combustibili fossili, vi sia l'esigenza dei paesi in via di sviluppo di disporre di fonti di energia per le loro produzioni, o di poter pienamente usufruire delle loro risorse naturali (es. sfruttamento delle foreste), che invece la politica climatica vuole vincolate. Un esempio in tal senso che ha suscitato l'allarme del WorldWatch Institute ("Centro di ricerche indipendente per una società ambientalmente sostenibile e socialmente giusta") è quello che vorrebbe la Cina intenzionata ad autorizzare una delle sue più grandi compagnie energetiche a disboscare ampie superfici nel sud-est del paese, proprio per realizzare colture da biocarburanti (notizia del 13 marzo 2007).
Ovviamente non è pensabile criticare la Cina qualora voglia fare ciò che in altre parti del mondo, grandi imprese stanno già facendo, o tentando di fare (es. in Uganda; fonte: New Scientist, notizia del 19 aprile 2007).
Tutto ciò ci mostra come le "coltivazione energetiche" di pieno campo possano alla fine mobilitare molta CO2 per l'abbattimento di grandi foreste e/o per le continue pratiche colturali, che favoriscono la degradazione della sostanza organica del suolo, pur essendo colture realizzate con l'obbiettivo di ridurre le emissioni di gas serra.
Notizie di questo tipo, provenienti da tutto il mondo, passano continuamente sotto gli occhi di chi si informa su internet e non possono che essere le principali responsabili di questo calo di interesse per i biocarburanti che si avverte in modo sempre più vivo.
Oltre a queste perplessità di natura prettamente scientifica ed ambientale ne esistono naturalmente altre che investono gli ambiti delle politiche economiche internazionali e del mercato dei prodotti agricoli e che possono offrire motivazioni di critica, o di sostegno dell'utilizzo dei biocarburanti prendendo spunto dalla vita quotidiana della gente, dai loro punti di vista, dai riflessi delle politiche in vigore sulla qualità della vita in occidente e nel terzo mondo, ma questi temi rivestono un ambito che supera ampiamente gli obbiettivi informativi di questo articolo, per avventurarsi nel territorio della politica.
Il lettore attento avrà certamente la capacità di recuperare ulteriori informazioni muovendosi autonomamente in internet.

Fonte/i:

Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 28 aprile 2007


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