Agricoltura ed effetto serra: Spunti di ragionamento sull'effetto serra, il riscaldamento globale, alcune incongruenze, alcune presunte problematiche della comunicazione mediatica della scienza
Recentemente sull'unico newsgroup italiano che dà spazio alle tematiche di interesse degli agricoltori (
it.discussioni.agricoltura) è stata condotta una discussione intorno a tematiche animaliste collegate a quelle del cambiamento climatico.
Il procedere della discussione ha posto in rilievo che almeno in Italia, non vi sono solo sostenitori della lotta al riscaldamento climatico, ma vi sono anche persone sempre più perplesse riguardo il fatto che abbia realmente luogo un incremento dell'effetto serra o che, posto vi sia un cambiamento, il responsabile sia l'uomo, o anche che le politiche volte a ridurre questo fenomeno siano adeguate, pur nel loro probabile forte impatto sulle nostre abitudini di vita.
Per quanto riguarda i cosiddetti 'negazionisti del riscaldamento climatico vi sono scienziati che sostengono siano in corso solo periodiche oscillazioni climatiche che, se mal interpretate nelle loro rappresentazioni grafiche, possono dar l'idea abbia luogo un cambiamento epocale.
In particolare i 'negazionisti' hanno fatto sentire la loro voce nell'inverno 2008-2009 durante il quale vi sono state temperature molto basse e molto intense nevicate. In risposta a tali tesi il
portavoce del WWF, in un comunicato stampa (file '.pdf'), ha sostenuto (citando dati della Nasa, agenzia spaziale statunitense) che il 'riscaldamento globale' non coinciderebbe semplicemente con la presenza di elevate temperature, ma di fenomeni climatici estremi, che valutati da parte dei climatologi su intervalli di lungo periodo, mostrerebbero complessivamente, nelle temperature medie globali (su scala mondiale), una marcata elevazione rispetto ai valori del 1880. In quest'ottica viene mostrato che più elevate temperature medie estive ed inverni occasionalmente molto freddi potrebbero coesistere senza invalidare quanto già detto a favore della reale sussistenza di un cambiamento climatico (Fonte: WWF, 9/1/2009). Nella dichiarazione non viene però negato il fatto che il dibattito tra i climatologi su come si concretizzerà il cambiamento climatico sia ancora aperto.
A partire da tutte queste considerazioni si è voluto di seguito analizzare alcune criticità più comunemente oggetto di attenzione, riguardanti la teoria del riscaldamento globale e la modalità con cui i mezzi di comunicazione di massa e parte del mondo della ricerca presentano spesso questa presunta catastrofe climatica in arrivo.
Cos'è l'effetto serra, cosa comporta un suo incremento
L'effetto serra è quel fenomeno che in una dimensione più piccola troviamo nelle serre, ma che si riscontra anche nell'atmosfera terrestre e consiste nell'intrappolamento di radiazioni calorifiche all'interno dell'atmosfera terrestre con conseguente elevazione della sua temperatura. Il fatto che vi sia vita sulla terra può apparire come un puro caso se si considera che in assenza di 'effetto serra' vi sarebbero temperature molto basse ovunque; ma l'accentuarsi di esso oltre una certa misura , altera le condizioni per la sopravvivenza di molti organismi, i quali sono stati selezionati da un ambiente di cui sono parte decisiva specifiche condizioni climatiche che, si riferisce comunemente, sarebbero in corso di variazione. Quindi una brusca modifica dell'ambiente di vita degli organismi comporta la necessità di un rapido adattamento al nuovo ambiente, circostanza impossibile da mettere in campo in tempi brevi, sia per l'uomo, che per molte delle piante ed animali.
Sulla base della ormai diffusa consapevolezza collettiva riguardo questo fenomeno naturale, sempre più frequentemente gli scienziati cominciano a prospettare, attraverso i risultati degli studi condotti, ipotesi circa gli effetti del cambiamento climatico sulla flora, o la fauna (es. possibile presenza di infestanti particolarmente aggressive, squilibri naturali, ecc.) e quindi tutti i possibili conseguenti effetti sulle attività economiche.
Le soluzioni prospettate per questo problema non paiono però essere sempre così abbordabili e questo sembra essere il punto debole del dibattito in corso: creare allarmismo senza offrire adeguate soluzioni non porta da nessuna parte. Teoricamente le soluzioni sono offerte dall'utilizzo di nuove fonti di energia, ma gli studi in questo ambito ancorché molto intensi non sembrano essere in grado di portare ad una soluzione rapida del problema: le stesse riduzioni prospettate dal
Protocollo di Kyoto possono sembrare inadeguate a risolvere il problema per come è presentato dai media. Per questo motivo vi è grande attesa riguardo ciò che ci riserverà la
Conferenza delle Nazioni Unite , che avrà luogo tra il 7 ed il 18 dicembre 2009 a Copenaghen.
Quello che, a mio parere, potrebbe essere un approccio utile e ragionevole al problema è quello che traspariva fino a poco tempo fa in molti comunicati scientifici statunitensi, i quali non trattavano tanto di effetto serra e di protocollo di Kyoto (che gli Usa non hanno ancora sottoscritto), quanto di alternative energetiche al petrolio valutate nella loro reale fattibilità economica. A ciò deve essere aggiunto che negli Stati Uniti molto del fabbisogno energetico è anche coperto dall'esistenza di
centrali nucleari (le quali non emettono CO2, ma vapore acqueo, in fase di raffreddamento dei reattori; il vapore acqueo è anch'esso un gas serra, però come quello che è sempre evaporato dai mari, o dalla pentola della pasta asciutta).
Và altresì segnalato che tra i perplessi vi sono anche coloro che ritengono che l'incremento di effetto serra dipenda per lo più dal vapore acqueo evaporato dai mari.
Sfiorando il discorso dei biocarburanti alternativa agricola a quelli fossili imputati di essere responsabili dell'effetto serra si può notare, con riferimento agli Stati Uniti in cui queste produzioni sono molto sviluppate, che il sistema di produzione del
bio-combustibile etanolo si vale negli Stati Uniti, per essere competitivo, del ricorso alle colture transgeniche di mais ed in prospettiva a colture di microrganismi transgenici in grado di decomporre in etanolo la cellulosa di alberi e/o colture da biomassa. Pertanto la produzione di biocarburanti pare essere, anche negli Stati Uniti, per ora solo una parziale alternativa economica per fronteggiare gli alti costi del petrolio, considerando infatti che la discesa del prezzo del petrolio, rende più competitive altre produzioni da biocombustibile straniere (es. etanolo dalla canna da zucchero brasiliana), rispetto alle produzioni statunitensi, perchè poi le industrie trasformatrici si riforniscono laddove la materia prima è più economica. Quindi una economia globale dei biocarburanti porta necessariamente ad un abbassamento del prezzo di vendita delle commodities agricole (grandi colture di pieno campo), collegate alla produzione dei biocarburanti.
Questo approccio ci mostra che il problema del riscaldamento climatico è stato posto in modo marcato negli USA in un contesto in cui parte delle soluzioni prospettabili erano già in atto e la ricerca sui carburanti alternativi era già avanti.
I gas serra, i diritti di emissione, il mercato dei diritti di emissione dei gas serra
Ricapitolando notiamo quindi che non vi è solo l'anidride carbonica a creare preoccupazioni, ma anzi i gas dotati di proprietà fisiche in grado di determinare il maggiore incremento dell'effetto serra sono i cloro-fluoro-carburi (presenti ad esempio nelle bombolette spray), i quali però sono emessi in quantità molto minori della CO2, anche se la loro presenza nell'atmosfera è considerata definitiva; ad essi segue per importanza il metano (15% dell'incremento totale di effetto serra nei paesi industrializzati), che è emesso per il 20% dal bestiame bovino ed anche dalle risaie). Altri gas che incidono molto sul riscaldamento globale sono poi il vapore acqueo (responsabile di 2/3 del riscaldamento naturale) e il protossido di azoto (N2O). Riguardo il
vapore acqueo vi è chi gli attribuisce un ruolo maggiore nel determinare il riscaldamento globale, rispetto all'anidride carbonica, poiché lo stesso riscaldamento determina una maggiore evaporazione di acqua dalla terra, a formare nuvole, che schermano le radiazioni calorifiche e quindi incrementando
l'effetto serra complessivo (=fenomeno a catena)
I provvedimenti volti alla riduzione di emissioni di anidride carbonica comportano dei costi, che gravano sui bilanci di enti pubblici e privati e quindi queste scelte prospettate sarebbero sostenibili nell'ottica del Protocollo di Kyoto, con l'acquisizione, da parte delle attività produttive, di certificazioni di 'ridotta emissione di CO2' che determinano, a fronte di costi di produzione aggiuntivi, un possibile vantaggio di competitività sul mercato globale.
I diritti di emissione hanno un valore economico ed un apposito mercato; essi sono acquisiti da enti pubblici e privati, che riescano a ridurre le emissioni dei gas serra in atmosfera, rispetto a dei valori definiti dal Protocollo di Kyoto, o che riescano ad accumulare nel suolo materiali che altrimenti libererebbero CO2 , oppure ancora che creino nuove foreste immobilizzanti stabilmente nel loro legno parte della CO2 eccedente presente nell'atmosfera.
I diritti di emissione acquisiti possono essere ceduti ad imprese che, per non perdere competitività, non possano limitare le emissioni di gas serra; a tal fine sono già sorte anche delle società di intermediazione i cui operatori sono noti come 'carbon
brokers', ovvero 'brockers (=agenti) del carbonio'.
Un tale sistema si può ritenere potrebbe però porre dei limiti al libero sviluppo delle attività economiche ed inoltre varrebbe solo per i paesi economicamente sviluppati, per evitare di rallentare, o bloccare l'espansione economica dei paesi in via di sviluppo. La perplessità è quindi che questo sistema di riduzione di emissioni previsto dal Protocollo di Kyoto possa, al crescere dei costi per le imprese, portarle a spostarsi nei paesi in via di sviluppo, dove i fattori produttivi e la manodopera sono di solito anche più a buon mercato. A questo contesto si può aggiungere che altri tipi di certificazione disponibili sul mercato tendono però sempre più ad includere una garanzia dei diritti sindacali dei lavoratori e ciò, si può ipotizzare, potrebbe controbilanciare un pò la fuga delle attività verso i paesi in via di sviluppo, creare un mercato globale 'umanizzato', ma anche un sistema economico globale molto regolamentato, dove gli standard di certificazione ed i controlli potrebbero avere un ruolo cruciale.
Un ulteriore aspetto del problema è capire quali nazioni sarebbero maggiormente interessate da variazioni climatiche: alcuni studi reperibili nella rete internet trattano, ad esempio, tra le principali conseguenze, un rallentamento della Corrente del Golfo, che si rifletterebbe negativamente per lo più sul clima del nord Europa e degli Stati Uniti.
Alcune possibili contraddizioni
Le soluzioni prospettate per il riscaldamento climatico paiono i tasselli perfetti di un gioco di società, ogni parte in causa ha un ruolo riconosciuto, ma il punto critico è convincere la gente comune (ed anche alcuni scienziati) che sia effettivamente in corso un riscaldamento climatico e dimostrare in modo inconfutabile che questo sia stato provocato dall'uomo, nella sua attività di sfruttamento incontrollato della terra, piuttosto che da altri fenomeni naturali (es. vapore acqueo, eruzioni vulcaniche). Questa attività di promozione deve riuscire a farci accettare marcate modifiche delle nostre abitudini di vita, pur in mancanza (questo pare evidente un po' ovunque) di una precedente impostazione di incisive politiche di risparmio energetico, e di recupero delle risorse naturali riciclabili da parte di cittadini ed imprese, ovvero di politiche che limitino le spinte consumistiche (che portano con sé un intenso sfruttamento delle risorse naturali ed utilizzo di carburanti fossili).
Appare poi utile notare che forse è bene siano valutati, nella definizione delle possibili alternative energetiche (energia eolica, solare, geotermica, nucleare, biomasse e biocarburanti), il rapporto tra i costi ed i benefici prodotti ed un confronto tra il possibile impatto di breve e lungo periodo, della loro adozione, sull'ambiente ed il paesaggio.
La mancata soluzione per queste ed altre contraddizioni produce necessariamente spaccature negli schieramenti più solidi, e quindi esse paiono affiorare ogni tanto anche nell'universo ambientalista, specialmente laddove prevalga abitualmente un approccio ideologico e quindi dogmatico, rispetto ad una concreta valutazione degli effetti sull'ambiente e sul sistema economico delle politiche messe in atto.
Teoria dell'evoluzione delle specie contro antropocentrismo: i dubbi più frequenti ed un'analisi di possibili implicazioni ideologiche del dibattito in corso
Anche considerando che l'uomo sia il reale responsabile della presunta alterazione del ciclo del carbonio, con incremento delle emissioni di gas serra rispetto al loro assorbimento, può apparire un controsenso pensare che altri meccanismi artificiosi, messi in atto sempre dall'uomo, abbiano come obbiettivo di intervenire sulla natura, che a molti, particolarmente gli agricoltori, si presenta tutti i giorni come una variabile esterna, qualcosa di grandioso e terribile. Pensare che l'uomo con un secchiello possa togliere enormi quantità di CO2 dal ciclo del carbonio può far sorridere chiunque. Eppoi chi ci dà il diritto di intervenire, questa volta in modo certo e dimostrabile, su di un meccanismo naturale per ottenere degli effetti che si potrebbero verificare concretamente solo tra molti anni? Forse l'idea dell'uomo di prevalere sulla natura (antropocentrismo) in questo caso potrebbe rivelarsi la stessa del pugile che pensa di vincere prima ancora di battersi, divenendo un errore in quella che pare comunque essere una competizione impari.
Per altro verso notiamo che tanti abitanti della terra sono quotidianamente a contatto con problemi esistenziali più gravi del cambiamento climatico e quindi pensare di pianificare la vita di miliardi di persone sulla base di qualcosa che appare ad essi molto lontana richiama ai nostri occhi le tramontate ideologie del passato, che quando si astenevano dal proporre soluzioni per le problematiche quotidiane della gente, mostravano i loro limiti e producevano, loro sì, delle vere catastrofi epocali.
La teoria di Darwin dell'evoluzione delle specie, sviluppata in un epoca di espansione della libertà economica e sociale, nell'ambito del movimento culturale noto come 'Positivismo' (concretizzatosi in ambito politico nella forma del liberalismo ed in quello economico di liberismo), ci mostra invece l'uomo in competizione paritaria con gli altri organismi, nella lotta per la sopravvivenza. Certo, può apparire angosciante pensare che in futuro i nostri discendenti possano tornare a contare poco più di una scimmia, rispetto alle incognite ed alla pressione selettiva dell'ambiente naturale, ma questo sarà un problema loro ed in tal caso noi lasceremmo loro la responsabilità di risolvere dei problemi, ma anche strumenti scientifici sempre più evoluti ed altri problemi già risolti.
Alcuni possibili equivoci della comunicazione mediatica del riscaldamento globale
Alle perplessità sul riscaldamento climatico si aggiungono a volte anche degli equivoci, tra cui uno dei più frequenti visibili in televisione è l'abitudine da parte di alcuni giornalisti, o ecologisti, di parlare di inquinamento con riferimento all'incremento dell'effetto serra, come se quello che è considerato il principale gas serra, l'anidride carbonica (indicato come principale colpevole), sia una sostanza inquinante. Noi sappiamo che, in realtà, il problema oggetto di attenzione consiste nella presunta alterazione di un fenomeno naturale in cui interviene l'anidride carbonica. L'equivoco è a volte accentuato dal ricorso, nei dibattiti mediatici, alla nomenclatura scientifica basata sulle caratteristiche delle molecole chimiche, dove un comune inquinante provocato dal traffico automobilistico, il monossido di carbonio (=1 atomo di ossigeno-1 di carbonio, meglio noto come ossido di carbonio) è accostato a volte con disinvoltura al biossido di carbonio (=due atomi di ossigeno, uno di carbonio, meglio noto come anidride carbonica).
Se tirate fuori una aranciata dal frigo del bar sotto casa e leggete l'etichetta scoprirete che quello che alcuni dicono essere un pericoloso inquinante è contenuto anche nelle bibite gassate, così come è utilizzato dagli agricoltori nelle serre per ottenere incrementi di produzione (concimazione carbonica). Non tutti comprendono questa differenza terminologica e così vi è chi si convince che l'anidride carbonica inquini l'ambiente. Quindi ridurre l'effetto serra può sembrare coincida con ridurre l'inquinamento ambientale.
In questo contesto, mentre correttivi anche inquinanti l'ambiente (es. colture intensive da biocarburanti, che richiedono per essere redditizie utilizzo di alte dosi di fertilizzanti e fitofarmaci) vengono proposti da alcuni come strumenti efficaci nel ridurre l'effetto serra, l'aspetto più inquinante dell'allevamento zootecnico intensivo rischia di diventare il metano emesso in atmosfera, anziché i liquami liberati nell'ambiente che, se non adeguatamente gestiti, portano nitrati nelle falde idriche.
Un altro esempio di questo genere di problematiche controverse della comunicazione scientifica ci può venire da quanto riferiva un comunicato diffuso lo scorso anno dall'Università dell'Illinois, Urbana, in cui uno zootecnico ha segnalato come un allevamento biologico, essendo più estensivo (cioè meno intensivo) ed avendo quindi una minore produttività, richieda, a parità di produzione, un maggior numero di capi di bestiame di un allevamento intensivo. Il bestiame di un allevamento estensivo emetterà pertanto, a parità di produzione di carne/latte, molta più CO2 in atmosfera di quanto avviene laddove un minor numero di capi viene allevato in un capannone con mangimi ed integratori alimentari, per massimizzare le rese; in questo caso i liquami vengono (nella migliore delle ipotesi) convogliati verso un impianto di depurazione. L'allevamento di bestiame al pascolo (estensivo) invece, disperdendo i liquami prodotti su ampie superfici, riduce l'impatto della loro penetrazione nel terreno e la contaminazione delle falde idriche. In questo caso, se la CO2 è vista come una sostanza inquinante, un allevamento zootecnico di questo tipo sarebbe però più inquinante di uno intensivo, o di una coltivazione di mais GM, la quale nella fotosintesi assorbe CO2 dall'atmosfera, riducendo quindi l'effetto serra.
E' probabile che un approccio comunicativo che mostri l'incremento dell'effetto serra come una forma di inquinamento ambientale rischia di ritorcersi alla lunga contro quell'agricoltura che sia realmente sostenibile, così come contro chi comunichi la scienza in modo obbiettivo.
Il riscaldamento climatico nei comunicati di ricerca ed il loro impatto sulla comunicazione scientifica delle ricerche
Con il rilievo raggiunto dalle teorie del riscaldamento climatico, la conseguente attenzione della gente a livello internazionale verso questo complesso fenomeno naturale ed il parallelo interesse delle imprese verso il settore delle energie rinnovabili, fa si che la ricerca scientifica (che in molti luoghi soffre di cronica carenza di fondi), focalizzi la proprie attività verso ricerche che approfondiscano, negli ultimi tempi, per lo più tematiche collegate al 'riscaldamento globale'. Inoltre si nota spesso che anche ricerche in corso da tempo vengono a volte presentate alla stampa sotto questa nuova luce: ciò che prima era compostaggio e concimazione organica del suolo con sotto-prodotti, pare abbia adesso un maggior rilievo quando presentato come immobilizzazione di carbonio nel suolo, per ridurre l'incremento dell'effetto serra ed il riscaldamento globale; quindi il suolo pare adesso aver acquisito un importanza maggiore sotto il profilo ambientale di quella che prima aveva dal punto di vista agricolo: esso è ora considerato, così come una foresta stabile, un potenziale
'serbatoio di carbonio'. In quest'ottica se possedete un campo, o una foresta state accumulando gas serra, se avete
un allevamento lo state diffondendo in atmosfera; questa argomentazione sta diventando un
punto di forza delle tesi degli animalisti e dei
vegetariani militanti.
E' quindi necessario, a mio parere, notare come possa essere utile che la comunicazione scientifica, particolarmente in ambito agricolo mantenga più moderazione e si smarchi dalle tecniche di comunicazione dei media generalisti, andando oltre la scienza e mostrando il proprio valore aggiunto, fatto anche di valutazione dell'impatto delle ricerche sul sistema agricolo e sul sistema economico generale, per arrivare alla fine a proporre un messaggio più prossimo all'universo della gente comune e degli agricoltori.
Gli strumenti più utili per cercare di agganciare l'attenzione del lettore in questa direzione sono probabilmente, più la chiarezza espositiva, che battute ad effetto e banalizzazioni di concetti scientifici, che a volte troviamo nei media. In caso contrario il gap che separa il mondo scientifico dalla gente comune rischia di continuare ad ampliarsi ed i media scientifici rischiano di perdere parte della loro credibilità, di fronte a innovazioni che non sempre mantengono le iniziali promesse.
C'è un altro aspetto importante del problema nella comunicazione scientifica del riscaldamento climatico: i lettori dei nostri articoli non possono vivere di ansie collettive e conseguenti reazioni di difesa, per questo credo sia necessario continuare a proporre notizie variegate e più vicine alla realtà della gente comune, usando un linguaggio che fornisca loro gli elementi per razionalizzare le ansie, agevolando lo sviluppo di ragionamenti che li portino a trovare delle personali soluzioni per quelli che in alcuni casi possono essere problemi che si riflettono sulla qualità della loro vita.
Basti ad esempio notare quanto possa essere dannoso alla qualità della vita della popolazione meno abbiente il tentare di convincere la gente, come fanno alcuni, che gli alimenti vegetali non biologici in commercio siano per lo più pieni di fitofarmaci, nel momento in cui contemporaneamente non vi sia ancora adeguata disponibilità di prodotti certificati come 'provenienti da aziende biologiche'.
Un approccio di questo tipo è deleterio perché ingenera la convinzione che un'alimentazione sana sia un privilegio accessibile ai soli benestanti. In realtà è possibile acquistare prodotti salubri ottenuti anche con tecniche produttive che facciano uso di prodotti chimici (esempio prodotti di agricoltura integrata), nel momento in cui si verifichi che siano stati rispettati i tempi di carenza dei fitofarmaci (tempi necessari alla loro decomposizione sopra, o dentro, la pianta e che devono intercorrere prima che i prodotti agricoli possano essere commercializzati).
E' quindi a mio parere necessario, in generale, offrire dei messaggi meno ansiogeni alla gente comune nel momento in cui non sia sempre possibile prospettare delle soluzioni definitive accessibili per tutti; è quindi auspicabile l'utilizzo di un linguaggio mediatico della comunicazione più moderato, almeno da parte di chi effettui comunicazioni che vogliano presentarsi come scientifiche. E' inoltre utile, a mio parere, che il mondo scientifico presti più cautela nell'offrire le proprie teorie in pasto ai mezzi di comunicazione di massa.
Spunti di approfondimento:
Fonte/i:
Autore dell'articolo:
Luca Federico Fianchini, 30 giugno 2009
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Elenco dei commenti più recenti
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Sono perfettamente d’accordo con quanto detto nell’articolo,anzi vorrei aggiungere che i principali malintesi,nell’ambito scientifico,scaturiscono nel momento in cui scienziati esperti in discipline specifiche,perlopiù economisti, diventano fenomeni mediatici creatori e servi di mode (vedi Rifkin).Senza voler sminuire l’importanza delgli impatti del cambiamento climatico, è necessario che si inizi davvero a valutare i fenomeni con un approccio integrale basato ad esempio su LCA (anlisi di ciclo di vita) prestando attenzione a tutti gli aspetti ambientali (Eutrofizzazione, consumo di suolo, acidificazione, perdita di Biodiversità)
— angelo abbate · 11 luglio 2009 · #