Un escursus tra le perplessità della gente comune di fronte ad alcune incongruenze della teoria del cambiamento climatico, in attesa dell'esito del prossimo vertice di Copenaghen

Le decisioni che verranno prese a metà dicembre 2009 a Copenaghen potranno colpire il nostro stile di vita e quindi indistintamente: operai, impiegati, agricoltori, dirigenti di industria, professionisti, imprenditori e per questo è necessario un approfondimento, che non sia solo scientifico, come già fatto nel corso di un (->) precedente articolo, ma anche di analisi del più ampio contesto che potrà essere influenzato dalle decisioni adottate.

A Copenaghen i grandi della terra parleranno delle problematiche climatiche e di quelle economiche che derivano dall'applicazione del Protocollo di Kyoto e quindi degli impegni che ogni nazione dovrà mettere in pratica. I discorsi dei probabili protagonisti del vertice, proposti dai media cominciano ad apparire però a volte controversi ed a mostrare motivazioni, punti di vista, riferimenti ideologici, anche molto diversi tra loro, che però sembrano convergere tutti nell'obbiettivo comune di ridurre il (presunto) riscaldamento globale in corso.
Attraverso il problema del riscaldamento globale passano ormai molte delle discussioni che avvengono sul nostro pianeta, alla radio, in televisione, nel modo scientifico ed anche i risultati di molte ricerche cercano di cogliere quegli aspetti, che potrebbero essere ricollegabili a questo evento immanente, che non sembra lasciare scampo.

A volte di fronte ad un improvvisa fonte di ansia, una buona soluzione può essere sdrammatizzare e per questo motivo, forse, qualcuno leggendo queste righe si ricorderà il film di Woody Allen 'Io ed Annie' (1976), in cui in una delle scene più significative, per un film impostato in chiave di analisi psicologica dei protagonisti, un bambino emblema della generazione degli anni del boom economico, seduto sul divano della sala, con il viso quasi coperto da un grosso paio di occhiali ed il corpo nascosto da un grosso libro di scuola, dice alla madre ed al medico, che lo analizzano preoccupati: 'Mamma la terra si sta dilatando e prima o poi scoppierà!'. Dunque periodiche ansie hanno sempre accompagnato le generazioni passate incidendo negativamente sulla qualità della vita della gente comune. Del resto anche Freud parlava della necessità, nel mondo occidentale, di posticipare il 'principio del piacere' per mantenere elevati livelli di produttività. Quindi anche il sacrificio della qualità della vita e la posticipazione del suo godimento, hanno sempre fatto parte dello stile di vita delle nazioni più produttive.
Ciò non toglie che in questi giorni su internet e facendo 'zapping' sugli altri media italiani e stranieri, si percepisce come la gente sia colpita da un'improvvisa fame di informazioni di fronte alla percezione di un evento di grande portata, che ci sta cogliendo più impreparati rispetto a quanto forse potevamo inizialmente preventivare.
Quelle che apparivano solo come tematiche ambientali e scientifiche mostrano ora una più complessa natura, vagamente percepibile forse già alcuni anni fa leggendo il 'Protocollo di Kyoto'.

Ciò che può forse colpire maggiormente il cittadino comune sono alcune dichiarazioni, che possono apparire controverse e che emergono inevitabilmente in tutti quei contesti in cui i protagonisti di un cambiamento si possano sentire come parte di una schiacciante maggioranza. Non è quindi raro cogliere dichiarazioni fuori dal coro, che 'stonano' un po', per dare spazio a delle personali valutazioni sulle tematiche in discussione. Ascoltando questi interventi sui media, possiamo capire cos'altro ci verrà proposto associato ad un mondo più ecologico ed a misura d'uomo.
In questo genere di contesti pianificatori la maggior parte dei protagonisti politici, si nota spesso, finiscono per mostrare, come denominatore comune delle ideologie a cui più o meno lontanamente si richiamano, la tendenza a far prevalere scelte imposte dall'alto, ad una collettività che appare come propensa a recepire delle certezze, quando sia suggestionata e preda di ansie, di fronte a qualcosa di difficilmente ponderabile, come un fenomeno della complessità di quello sotto i nostri occhi.
Le semplici soluzioni appaiono demagogiche tanto più se propongono, sotto l'ombrello della riduzione delle emissioni, anche la soddisfazione di istanze a volte molto diversificate. Inoltre i cambiamenti prospettati, pur sconvolgendo potenzialmente il nostro stile di vita, non sembrano poter creare migliori opportunità per coloro che, nel terzo-mondo, realmente vivono in condizioni di precarietà.

Per altro verso se il cittadino medio non conosce sempre il contenuto del protocollo di Kyoto, riesce a volte a cogliere le strane assonanze con quanto già studiato a scuola, in epoche in cui vi era una particolare attenzione all'insegnamento della storia e della filosofia.
La storia, si può notare, diviene ciclica nel momento in cui la gente perde la memoria di quanto precedentemente accaduto e di come ciò si si sia potuto verificare. Spesso molti non esitano a criticare periodi storici negativi tal-quali, altri invece non prescindono dal considerare, che in tali periodi venivano applicati alla politica mondiale dogmi scientifici, o pseudo-tali, creati da veri e propri opinionisti del momento: scienziati, filosofi, sociologi, economisti, le cui teorie raggiungevano i salotti colti, aprendoli a movimenti e cambiamenti radicali, che non sempre hanno poi generato dei risultati positivi per l'umanità.
L'istruzione rende quindi più critici ed in questo caso, per sanare l'ansia non basta una semplice spiegazione come quelle che in questi giorni con frequenza ci giungono dai media riguardo il riscaldamento globale. Questo è il dramma dei molti abituati ad analizzare punti di vista tra di loro opposti, prima di acquisire certezze su argomenti di notevole complessità. Questo è anche il modo di ragionare che ci si aspetta in genere dagli scienziati, di solito molto attenti nel ponderare le loro conclusioni.
Le tesi opposte a questo dibattito affiorano invece con molta difficoltà. Per ampliare un minimo la visione del problema ci possiamo appoggiare ad un articolo, pubblicato dal Sole24ore, il giorno 22 novembre 2009, a firma di Tom de Castella, contenente una serie di punti di vista, tra cui notiamo quelli di Richard Lindzen del MIT di Boston, considerato il 'negazionista' più noto della teoria del riscaldamento globale ed altre dichiarazioni di Antonio Navarra del Centro Euro Mediterraneo (Italia), che sostiene di non condividere gli scenari apocalittici prospettati da altri scienziati.

Pare, per altro verso, poco credibile che chi di fede ambientalista, proveniva da un impegno sociale e politico, come quello di molti giovani negli anni 70, possa restare indifferente rispetto ad altri che, non esitano in questi giorni a parlare con disinvoltura della prospettiva di un 'nuovo colonialismo, un colonialismo buono', che farà si che nazioni in via di sviluppo come ad esempio il Brasile, subiscano di fatto una limitazione nelle loro politiche economiche, come il vincolo al non tagliare le foreste secolari.
La superficie boschiva è una risorsa naturale ricca e abbondante in molte nazioni equatoriali, come è stato in passato anche in Europa, dove le foreste sono quasi scomparse e dove i boschi vengono di solito ricostituiti per il solo scopo di produrre cellulosa e legname pregiato. Eppure la paura del riscaldamento globale, così come preannunciato, ha spinto molte persone a considerare accettabile che si possa indurre altre nazioni a rinunciare ad estrarre legnami di pregio dalle loro foreste. Ma il legname serve al mercato ed, in generale, la richiesta non si controlla riducendo l'offerta, ma inducendo un cambiamento delle abitudini: risparmio energetico, minore consumismo e spreco di risorse, riconversione dei sistemi di trasporto individuale, verso sistemi di trasporto collettivo, come propone il direttore dell'IPPC per un sviluppo sostenibile dell'India, suo paese natale. Ma tutte queste cose non sembrano essere però nell'agenda di stati, la cui economia è spinta spesso dagli intensi consumi interni. Riduzione dei consumi significa, in questi casi, incremento della disoccupazione.

Le foreste brasiliane, del Borneo, o di altre nazioni equatoriali sembrano così votate a svolgere la funzione di 'polmoni della terra' (assorbendo anidride carbonica e liberando ossigeno) e serbatoi di una biodiversità, che invece recede sempre più nei paesi industrializzati.
Appare per altro verso inevitabile che la forte spinta a produrre biocarburanti, in contesti economici più concorrenziali, anche per il ridotto costo della manodopera, aumenterà la 'fame' di terra che, in nazioni come il Brasile, non potrà però più venire dall'abbattimento di foreste, con il risultato che i piccoli agricoltori rischiano di venir espulsi da sistemi agricoli locali, che attualmente permettono a molti di loro di sopravvivere, anche come parte di un economia globalizzata di produzioni di qualità (caffè e cacao equo e solidale, banane biologiche, ecc.) e divenire operai e braccianti in grosse piantagioni bio-energetiche.

Per stati dotati di estese foreste una 'boccata di ossigeno' potrà derivare dalla vendita di crediti di carbonio (anidride carbonica) che, laddove le foreste assorbono CO2, potrà essere contabilizzata a creare dei diritti cedibili (diritti di emissione), che potranno essere acquistati da altri stati, o imprese industriali, per permettere loro di continuare a produrre ed emettere CO2 (ma non solo anidride carbonica, .. purtroppo).

In questo contesto apparentemente preciso dal punto di vista numerico entrano però come variabili altri fattori non dipendenti dall'uomo che possono determinare un incremento dell'anidride carbonica atmosferica e tra questi principalmente le eruzioni vulcaniche.

Quando poi si parla di numeri emerge il fatto che l'obbiettivo sia di tentare in decine di anni ed a costo di enormi sacrifici, di annullare un rialzo termico abbastanza ridotto e prescindendo dal considerare che esso potrebbe anche essere utile a qualche stato più freddo, per mettere a coltura le sue terre, come pare avesse intenzione di fare l'Unione Sovietica in epoca di Guerra Fredda: per assicurarsi l'indipendenza alimentare, come elemento di forza strategica negli assetti internazionali, un giorno venne annunciata dai giornali l'intenzione dell'URSS di rendere coltivabile la Siberia.
E quindi chiaro che il riscaldamento globale potrebbe essere comunque sgradito a tante nazioni industrializzate per il motivo che le condizioni climatiche localmente favorevoli, hanno permesso nei secoli la creazione di insediamenti produttivi inizialmente agricoli, poi anche commerciali ed infine industriali e del terziario, che le hanno rese floride.

In definitiva pare si stia tentando di pianificare un economia globale che potrà fornire remunerativi crediti di carbonio a quelle regioni della terra che siano disponibili a rinunciare a bruciare le loro foreste e magari ad incrementarne la superficie, mentre più problematica appare la riduzione dell'utilizzo di carburanti fossili (petrolio, metano, ecc).
E' per altro verso anche noto che le nazioni in via di sviluppo, spesso dotate di tecnologie più antiquate, inquinano e sfruttano a volte il lavoro minorile: ciò è avvenuto anche in Italia nell'800 ed è stato una fase dello sviluppo economico della nostra nazione. Se ci avessero dato dei soldi per non sviluppare il nostro sistema industriale, l'Italia sarebbe forse rimasta un paese agricolo, incapace di produrre quei beni che le assicuravano una provvista di valuta pregiata e salari e stipendi meno miseri di quelli che acquisivano fino a fine '800 molti dei braccianti e coloni agricoli.
Per altro verso si può notare che lo stesso protocollo di Kyoto permette la possibilità per le nazioni in via di sviluppo di emettere anidride carbonica per non sacrificare il loro progresso, sfuggendo così alla contabilizzazione delle emissioni. In questo quadro complesso e controverso non possono non affiorare le perplessità di tutti coloro che sono abituati a vedere quadrare in modo matematico le proprie valutazioni, di fronte alle stringenti difficoltà della vita quotidiana.

Infine in questo contesto è pensabile che l'adozione da parte delle industri di tecnologie che riducano le emissioni di CO2, non necessariamente limiteranno le emissioni realmente inquinanti, più dannose nel breve periodo, considerandoo che l'acquisizione di nuove tecnologie, ripartita nel tempo (come costo fisso) sul prezzo dei prodotti, incide sulla competitività di imprese globali.

Alla fine il punto nevralgico di questo discorso è a mio modo di vedere nei valori alla base di queste scelte, cioè quei principi, posti al di sopra delle ideologie, che accomunano un più vasto gruppo di persone e ne condizionano le scelte: la sopravvivenza futura del genere umano, del proprio gruppo etnico, a costo magari di un contenuto sacrificio attuale da parte di alcune nazioni povere e di una calo della qualità della vita nei paesi industrializzati è una sufficiente motivazione per determinare l'applicazione di questo genere di politiche economiche? E' giusto continuare ad aggiungere sacrifici e privazioni alla vita quotidiana di molte persone in nome di un presunto maggior benessere delle future generazioni?

Di fronte al rilievo delle molte perplessità che serpeggiano tra la gente comune, ci si può forse in definitiva aspettare dal vertice di Copenaghen un certo allentamento di questa tensione ideologica e della portata quindi delle innovazioni proposte.
L'attenzione mediatica su questo evento, nelle ultime settimane, è stata tale da far emergere in modo palese i molti interessi in gioco, in una trattativa in cui quasi tutti sembrano d'accordo, ma in concreto, come avviene in questi casi, le reali posizioni di molti stati affioreranno forse solo all'ultimo momento e le decisioni risultanti ci potranno apparire alla fine del vertice di Copenaghen. Non ci resta che attendere, confidando nel buon senso di molti rappresentanti nazionali che parteciperanno al negoziato.

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Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 30 novembre 2009



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