La necessità di vietare l'erbicida atrazina negli Stati Uniti ci mostra una situazione esemplificativa di come la tutela dell'ambiente non possa essere affrontata in modo semplicistico

L'atrazina per chi ha almeno una quarantina di anni è un erbicida noto, essendo stato al centro di una seria battaglia per la tutela dell'ambiente, una delle prime, negli anni '90 e trovò concordi molti esperti, poiché ne fu rilevata la marcata presenza nelle falde idriche di determinate zone del nord-Italia: è innegabile che le sue caratteristiche rendessero questo erbicida inadatto a molte zone nelle quali trovava invece maggiore utilizzo. Ai tempi nel calderone delle contestazioni finì anche un prodotto della stessa famiglia chimica (triazine), la simazina, e tale circostanza aiutò a comprendere meglio il problema, poiché quest'ultimo erbicida, per quanto ugualmente pericoloso, era molto meno solubile.

L'atrazina è una molecola che agisce sulle piante dicotiledoni che infestano le coltivazioni e grazie alla sua notevole efficacia, era impiegato, particolarmente in risicoltura anche in zone con terreno sabbioso, per le quali risultava quindi chiaramente inadatto, poiché in tali condizioni qualunque sostanza raggiunge rapidamente le falde acquifere. Infatti tra i granelli di sabbia esistono spazi molto maggiori che tra le micelle dell'argilla, o del limo.

Successivi studi hanno permesso di accertare meglio la natura della pericolosità dell'atrazina e attualmente viene in genere classificata tra le sostanze 'disruptrici ormonali', ovvero aventi un dannoso effetto sull'apparato riproduttore, sebbene da fonti disponibili in internet, si capisce che la sua pericolosità non viene sempre riconosciuta da organismi ufficiali di controllo (approfondimento: http://en.wikipedia.org/wiki/Atrazine). e parallelamente si può rilevare che servizi (stranieri) di assistenza tecnica in agricoltura alimentano un dibattito volto a tentare di mantenerne l'utilizzo, sulla base di un suo ruolo presuntamente insostituibile, che probabilmente tiene anche conto della sua economicità (trattandosi di un fitofarmaco vecchio); eppure negli anni '90 l'agricoltura italiana ne fece a meno a costo di risentirne, nell'implicita consapevolezza che la competizione tra imprese deve essere sostenibile sia dal punto di vista economico, che ambientale ed umano.

La conoscenza dei fattori ambientali che intervengono in agricoltura e del mezzo, il terreno, utilizzato per lo svolgimento dell'attività colturale, permette ai tecnici dei servizi di assistenza (agronomi e tecnici di campo) di poter moderare gli effetti negativi sull'ambiente, attraverso ragionate tecniche di coltivazione e di gestione del territorio. Per questo motivo va in genere presa sul serio la buona fede di quanti, in circostanze del genere (qui si cita come fonte la Kansas State University) sostengono che bisogna (semplicemente) limitare il 'runoff', ovvero il dilavamento di questa molecola, attraverso le acque meteoriche e di irrigazione.
Effettivamente è possibile incidere su tale fattore, ma resta comunque la consapevolezza della pericolosità di quei residui che ugualmente raggiungessero le falde acquifere, in un contesto di competizione economica in cui già molte nazioni fanno a meno di questo fitofarmaco.

Nel caso qui citato l'impiego dell'atrazina non è riferito al riso, ma al sorgo (per il quale è considerato, negli Stati Uniti, un erbicida insostituibile) e al mais, che lì è soprattutto del tipo geneticamente modificato (GM). Le varietà di mais GM traggono anch'esse vantaggio della possibilità di utilizzare l'atrazina, poiché permette di eliminare quelle erbe infestanti dicotiledoni che sono resistenti al gliphosate altro importante erbicida. Il gliphosate, salvo il caso dei fenomeni di resistenza, è infatti l'erbicida più utilizzato sul mais poiché uccide ogni pianta erbacea tranne il mais GM, che è in grado di degradarlo.

In questa complessiva valutazione del problema bisogna anche tenere in considerazione che le attenzioni dei tecnici possono incidere in modo molto relativo, nel momento in cui le soglie di pericolosità stabilite (% di presenza di molecole chimiche in acqua) siano state necessariamente fissate a livelli così bassi da permettere agli organismi di controllo di poter intervenire in modo tempestivo, a tutelare la salute di migliaia, o anche milioni di persone, se non addirittura degli ecosistemi naturale ed agricolo, nel momento in cui le molecole siano pericolose anche per anfibi, pesci ed altri animali.

Il tecnico Ron Graber della Kansas State University suggerisce quanto è valido anche in altre simili situazioni, ovvero che nel momento in cui l'erbicida fuoriesca dal campo di coltivazione è già una sconfitta per l'agricoltore, il quale vede perdersi inutilmente parte del fitofarmaco acquistato, che finendo nei corsi d'acqua origina poi anche un elevato costo di depurazione delle stesse.

'Stiamo parlando di soldoni' riferisce Graber 'se i produttori usano una molecola chimica in una maniera nella quale essi ne perdono quantità significative, cominceranno a vedere meno controllo erbicida e più probabilmente esso si tradurrà in minori raccolti, minore produttività e minori profitti conseguibili'.

Riferisce la fonte, a meglio definire il contesto, che nei dieci anni passati, Graber e altri membri del gruppo sulle strategie di ristorazione e protezione dello spartiacque del fiume 'Little Arkansas' hanno condotto uno sforzo di divulgazione per raggiungere i produttori locali, attraverso un programma a incentivi, che li aiutava a imparare come l'uso di migliori pratiche di gestione potesse ridurre la dispersione di atrazina nelle acque (runoff). E' ovvio quindi che dopo questo intenso sforzo divulgativo, chi fornisce assistenza tecnica ritrovi la motivazione del suo agire nel far fruttare tale impegno, continuando a porre le proprie competenze a supporto della riduzione dell'inquinamento.
L'obbiettivo che viene mostrato alla portata degli agricoltori disposti a ridurre le emissioni inquinanti è di ottenere che il governo statunitense, il quale non ha ancora deciso se vietare l'uso dell'atrazina, si astenga da impedirne l'uso, anche se è una questione, come viene segnalato, che viene periodicamente riproposta ormai da circa 10 anni.

Questo tipo di questione, al di là della posizione che ognuno di noi può essere portato a prendere, rispetto alla situazione in corso, mostra comunque quale ruolo incisivo possa avere la competenza agronomica nella soluzione di problematiche, che si posizionano al punto di incrocio tra la produttività agricola e la tutela dell'ambiente. Una delle pratiche più adottate in Italia in fase di interdizione dell'inquinamento delle acque è costituita dalle fasce tampone di vegetazione, che hanno anche un positivo effetto sul paesaggio rurale.
Aggiunge Graber: 'Se non gestiamo l'atrazina in una maniera che ne prevenga il dilavamento o lo riduca significativamente, perderemo la possibilità di utilizzarla'.

Se l'atrazina fosse vietata, aggiunge Curtis Thompson, specialista di erbe infestanti, i produttori di mais ne soffrirebbero e tale coltura diverrebbe meno remunerativa, ma per quanto riguarda invece il sorgo, non esistendo, come per il mais, varietà geneticamente modificate resistenti al gliphosate, egli riferisce: 'un divieto dell'atrazina probabilmente distruggerebbe la produzione del sorgo'.
Secondo quanto riferisce il ministero dell'agricoltura dello stato del Kansas, la locale produzione di granella di sorgo risultava nel 2013 la maggiore di tutta la Confederazione, per un totale di 4.490.529 tonnellate.

Il sorgo viene utilizzato nell'alimentazione del bestiame, nella produzione di etanolo e di alimenti privi di glutine e quindi intensa è la preoccupazione circa il divieto possibile dell'atrazina anche da parte di tutti i settori collegati con la produzione del sorgo.
Come riferisce Sarah Bowser direttore regionale di Sorghum Checkoff: 'I produttori di sorgo hanno limitate opzioni di controllo delle erbe infestanti. Essi sono impegnati nell'assistenza e nel controllo delle malerbe per preservare acqua ed elementi nutritivi, fattori preziosi per la coltivazione. Disporre di strumenti di controllo come l'atrazina è essenziale per quei produttori che applicano la lavorazione conservativa del suolo, tecnica amica dell'ambiente, o le pratiche di 'non-lavorazione del terreno'.

Come noto tali pratiche riducono l'erosione del suolo ricorrendo a lavorazioni minime (molto superficiali), o nulle (non lavorazione). Altra tecnica di agricoltura conservativa è la semina di una coltura di copertura del terreno (cover-crop), durante l'inverno, ovvero durante la stagione a maggiore intensità meteorica e quindi di erosione del suolo.
Tutte queste tecniche richiedono un notevole uso di erbicidi per permettere la semina della coltura principale sui residui della cover-crop invernale, oppure della coltura precedente, ma consentono di incorporare stabilmente la sostanza organica nel suolo, riducendo il rilascio di anidride carbonica, che sebbene non inquini come l'atrazina, è comunque un gas-serra.
Questo tipo di approccio ha guadagnato molti punti nella direzione della tutela dell'ambiente, nel momento in cui la necessità di ridurre l'aumento dell'effetto serra nell'atmosfera (riscaldamento globale) è divenuta una priorità di natura ambientale di importanza confrontabile, o maggiore rispetto a quella di ridurre l'inquinamento da sostanze tossiche per l'uomo.
Pertanto un erbicida, potenzialmente pericoloso per l'uomo, come l'atrazina viene a rivestire un ruolo insostituibile nel complessivo ciclo di coltivazione del sorgo, particolarmente se attuato con attenzione a ridurre l'erosione del suolo e l'eccessiva decomposizione dei residui colturali.
Probabilmente se anche in Italia si volesse avere pari attenzione a ridurre l'impronta di carbonio della coltivazione del sorgo (coltura peraltro poco attuata) si dovrebbe tornare ad utilizzare l'atrazina, un erbicida che da noi è ormai vietato da 20 anni per le ragione sopra spiegate.

Tutto questo ragionamento ci mostra come sia molto articolata una complessiva valutazione dell'impatto ambientale delle coltivazioni e che è utile che nei settori ambientalisti vi sia una maggiore disambiguazione rispetto a queste tematiche, puntando forse ad un confronto aperto con i settori produttivi, che per primi si trovano inevitabilmente a vivere queste contraddizioni nell'approccio alla tutela dell'ambiente. Non a caso tra le diverse associazioni degli agricoltori si trovano spesso posizioni differenti, ma con una strada maestra davanti agli occhi: la possibilità di acquisire sovvenzioni incentivanti la produzione di coltivazioni da biocarburanti, colture che sottraggono cibo all'alimentazione umana e possono, come nel caso visto sopra, dare prevalenza alla riduzione dell'effetto serra, rispetto alla vera e propria tutela dell'ambiente umano da sostanze inquinanti.
E' giusto che sia così?

Fonte/i: Università Statale del Kansas, K-State Research and Extension, 5 maggio 2014; Wikipedia

Autore dell'articolo: , 31 maggio 2014

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