I feromoni di allarme delle api allontanano gli elefanti dalle aree agricole

'Tutto il mondo è paese', si usa spesso dire per sdrammatizzare alcune situazioni, e così non ci deve sorprendere il fatto che l'Italia, come altre nazioni del nostro pianeta, si trovi a fronteggiare un crescente problema legato al notevole proliferare della fauna selvatica (cinghiali, caprioli, nutrie, ratti). Questa situazione è in crescita anche in altre nazioni europee, dipende da molteplici fattori ed è comunque più frequente in quelle nazioni in cui la fauna selvatica è riuscita a sopravvivere alla colonizzazione degli spazi da parte dell'uomo, a volte avvalendosi di aree ad essa specificamente destinate.

Leggendo i giornali internazionali è agevole imbattersi in reportage che mostrano il pericolo di svolgere l'attività agricola in alcune aree rurali del Paraguay (una delle nazioni principali produttrici di soia e carne), nelle quali è frequente imbattersi in un animale ben più pericoloso del cinghiale: il giaguaro. In SudAfrica, invece, l'animale più problematico in questo momento è l'elefante, anche perché si tratta di una specie particolarmente protetta, la cui necessità di tutela è quindi un problema in più per gli agricoltori e per le loro coltivazioni. Gli elefanti, in mancanza di soluzioni innovative al problema della coesistenza con l'uomo, rischiano concretamente di essere uccisi poiché in molti casi hanno messo in pericolo la vita delle persone, nelle aree agricole. In molte zone rurali la mancanza di adeguata meccanizzazione mette i manovali agricoli in condizione di doversi confrontare quotidianamente con grossi mammiferi, che si muovono a ridosso delle coltivazioni.

Nella direzione di trovare una soluzione al problema degli elefanti, uno studio portato avanti in SudAfrica ha mostrato che la loro sopravvivenza è concretamente possibile attraverso l'adozione di tecnologie innovative. Sono stati, in questo caso, utilizzati dei feromoni, sostanze alla base delle interazioni animali e particolarmente degli insetti, che solitamente servono (feromoni sessuali) per attrarre i maschi di insetti parassiti, in trappole innescate con quelli prodotti dalle femmine.

Lo studio, di cui di seguito si riferisce, è stato condotto nel Parco Kruger (SudAfrica), tra il dicembre 2017 ed il febbraio 2018 ed ha valutato l'efficacia, su elefanti africani dei cespugli (Loxodonta africana), dei feromoni d'allarme delle api, che sono emessi quando questi insetti si trovano in una situazioni di pericolo. La ricerca è stata pubblicata sul numero del 23 luglio 2018 di Current Biology.

Per ottenere la cessione graduale del feromone, esso è stato collocato in speciali matrici a lento rilascio, in prossimità delle pozze d'acqua frequentate dagli elefanti.
I ricercatori, durante l'esperimento, hanno così riscontrato che la maggior parte degli elefanti che si recavano vicino alle fonti di emissione delle formulazioni 'dissuasive' mostravano dei tipici segni di incremento dello stato di allerta, seguiti da segni di indecisione e alla fine lentamente se ne andavano. Al contrario in corrispondenza delle pozze d'acqua che erano state usate come campione di controllo, gli elefanti erano ansiosi di scoprire che cosa fossero gli oggetti estranei, di cui avevano rilevato la presenza nell'ambiente dell'esperimento. Si trattava di calzini bianchi appesantiti con sassi e pendenti dalle branche degli alberi verso il suolo, a una distanza non maggiore di un metro dal terreno.

Più dettagliatamente è stato rilevato dai ricercatori che 25 dei 29 elefanti, che si avvicinarono ai calzini carichi di feromoni in corrispondenza della pozza Jejane del Parco Kruger, se ne andarono via subito, avendo percepito a livello olfattivo la presenza del segnale chimico di allarme.
Nello stesso intervallo di tempo, gli esperimenti di controllo han mostrato che tutti gli elefanti ignorarono i calzini pendenti che non contenevano la miscela di feromoni, oppure si avvicinavano a tali oggetti di controllo e li tiravan su e anche cercavano in alcuni casi di assaggiarli.

Come ha segnalato Mark G. Wright, autore rincipale di questo studio e professore di entomologia al Dipartimento di Scienze della, Protezione delle Piante e dell'Ambiente, presso l'università di Mānoa (Hawaii, USA): 'I nostri risultati completano precedenti studi che avevano mostrato che alveari di api in attività possono tenere lontani gli elefanti dalle coltivazioni, ma che può essere difficoltoso applicare questa tecnica su larga scala. Noi speriamo di espandere questo lavoro per sviluppare strumenti addizionali per una gestione passiva sostenibile dei movimenti degli elefanti, per aumentare gli approcci attualmente utilizzati.'

In questo studio non è stato fatto altro che approfondire le dinamiche ed interazioni che normalmente avvengono in natura. Quando un mammifero si avvicina a un alveare (hive -pron. haiv), le api, sentendosi minacciate, rilasciano dal loro corpo dei feromoni di allarme per indurre altre api a difendere la loro dimora. Esse si aggregano quindi in uno sciame (swarn) che attacca e punge l'aggressore.

Gli elefanti odiano essere punti, dice Wright. I tessuti soffici dei loro occhi e dentro il loro tronco sono particolarmente vulnerabili alle dolorose punture delle api. Pertanto si ritiene che essi abbiano imparato a riconoscere l'odore dei feromoni d'allarme delle api e a tornare indietro quando essi si imbattono nell'odore di tali sostanze. Ciò è stato constatato a partire dall'efficacia deterrente dell'abitudine degli agricoltori africani di collocare degli alveari lungo le recinzioni: in tal modo essi producono miele mentre proteggono le coltivazioni dagli elefanti.

I ricercatori, perseguendo il loro obbiettivo di ricerca, ritengono che il ricorso alle capsule di feromoni d'allarme semplificherà l'approccio tradizionale, riducendo, a parità di efficacia, i costi di produzione in agricoltura e in definitiva renderà l'applicazione di questa tecnica di difesa molto più flessibile e più facilmente attuabile.

E' utile evidenziare anche l'impatto sociale che può avere la soluzione a questo genere di problematiche, che interessando le zone più povere del pianeta, finiscono col rimarcare la contrapposizione tra l'interesse internazionale a tutelare la fauna e gli ambienti naturali (ora visti anche come serbatoi di carbonio) e la necessità di non ostacolare l'agricoltura, che mantiene la presenza umana nelle zone rurali e che, nei paesi in via di sviluppo, incide marcatamente sul prodotto interno lordo (PIL) e quindi sulla capacità di alimentare la crescita e produrre benessere.

Questo studio è stato realizzato attraverso una collaborazione tra scienziati delle Università del Sudafrica e di Mānoa (Hawaii), della Riserva Naturale Balule, di Elefanti Vivi in SudAfrica e di ISCA technologies, una compagnia biotecnologica californiana di Riverside, che ha preparato la formulazione a base di feromoni, utilizzando una matrice a lento rilascio brevettata il cui nome è SPLAT™. Tale società, fonte di questo comunicato, segnala di avere acquisito un'esperienza di circa 20 anni nella ricerca, sviluppo e vendita di feromoni e altri composti presenti in natura, che influenzano il comportamento di insetti dannosi alle coltivazioni, o che diffondono malattie.

Mentre i ricercatori che hanno partecipato a questo studio proseguiranno le loro ricerche possiamo ritenere che questo genere di attività investigative sui comportamenti animali potrà essere di spunto anche per altri gruppi di ricerca, interessati a capire i meccanismi delle risposte di aggregazione e di allarme di altre specie animali e le interazioni chimiche che spesso le sottendono. Forse in futuro sarà così possibile mettere a punto strumenti dissuasivi analoghi, che possano permettere di limitare i danni provocati dai cinghiali ed altre specie selvatiche dannose.

Fonte/i: ISCA Technologies Inc., 23 luglio 2018

Autore dell'articolo: , 31 luglio 2018

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