Le produzioni denominazione d'origine sono utili a mantenere l'agricoltura sul territorio?

Le produzioni a denominazione d'origine sono comparse in Italia inizialmente come denominazioni d'origine dei vini (DOC, 1963; DOCG), successivamente sono state normate, a livello europeo, le denominazioni per i prodotti agricoli e alimentari (DOP, IGP, STG) e in questo ambito, nel 2007, sono stati poi ricompresi anche i vini.
L'obbiettivo della denominazione di origine è di garantire una maggiore remunerazione per i prodotti agricoli, o alimentari di un determinato territorio, prodotti da secoli, in stretto collegamento col contesto agricolo e che quindi si legano bene anche alla storia del territorio in chiave turistica.
In tale approccio, se correttamente interpretato, viene valorizzata nell'immaginario collettivo l'origine agricola del prodotto e del territorio ad esso connesso, in cui l'agricoltura è vista come strettamente connaturata alle altre componenti sociali ed economiche.

Il prodotto DOP (denominazione d'origine protetta) è un prodotto agricolo, o un prodotto trasformato ed elaborato in un particolare territorio, a partire da materia prima agricola locale; in alcuni casi è ammesso che la materia prima provenga da un territorio più ampio, ma comunque definito nel disciplinare.
Quando il processo produttivo avviene in un'area ben determinata solo in una sua fase si ha invece l'IGP (indicazione geografica protetta).
Le STG (specialità tradizionale garantita) seguono invece un approccio abbastanza diverso: esiste una loro ricetta tipica e codificata, ma possono essere prodotte ovunque.

Per ottenere un prodotto a denominazione di origine (DOP; IGP) è necessario stilare un regolamento per la sua produzione, denominato 'disciplinare', che viene realizzato da un'associazione o un consorzio di produttori, disposti a rispettarlo nella coltivazione, nell'allevamento e/o nella preparazioni di un alimento da esso originato, con conseguente certificazione del processo produttivo e/o di trasformazione.
Una volta che la documentazione è approvata dal ministero dell'agricoltura di una specifica nazione europea, essa viene trasmessa alla Commissione Europea (l'organo di governo della Comunità Europea) per completare la procedura di riconoscimento.
Successivamente al riconoscimento del prodotto e la sua entrata in produzione, con l'indicazione comunitaria, il ministero dell'Agricoltura dello stato che ha richiesto la registrazione effettua dei controlli, circa il rispetto del disciplinare, realizzati direttamente con proprio personale, oppure tramite degli organismi di controllo privati.
Attualmente la Comunità Europea può riconoscere anche denominazioni di paesi terzi e ciò al fine di mantenere compatibile il complessivo sistema delle denominazioni d'origine, con le regole dei mercati internazionali, definite dall'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).

L'Italia è, in Europa, la nazione con maggiore numero di produzioni alimentari a denominazione d'origine e quindi se tale situazione risulti vantaggiosa in un ottica comunitaria, in cui i valori espressi da ciascuno stato dovrebbero bilanciarsi l'un l'altro, in rapporto alla dimensione della propria popolazione e del territorio.

Si può ritenere che ogni luogo abbia delle produzioni agricole tipiche e delle collegate preparazioni alimentari, ma in Italia la presenza di una notevole estensione del territorio agricolo collinare e montano, con una collegata ricchezza di microclimi e biodiversità locali, la permanenza per molti anni di una elevata percentuale di popolazione agricola, rispetto alla popolazione totale e la conseguente frammentazione delle unità produttive hanno complessivamente determinato una minore estensione delle produzioni agricole di pieno campo e una maggiore ricchezza di piccole produzioni, orticole, frutticole, zootecniche, apicole.
In questo contesto si è determinata anche una notevole frammentazione amministrativa a livello territoriale, con la presenza di tante piccole comunità locali che ha determinato nei secoli la creazione e il mantenimento di molteplici tradizioni culinarie, collegate al contesto agricolo e che spesso venivano a contatto con la gente in concomitanza di eventi della tradizione popolare e religiosa (es. Pasqua, Natale, Carnevale).

A partire da questa ricca base che lega il contesto agricolo alle tradizioni popolari locali, la normativa comunitaria sulle denominazioni d'origine ha saputo valorizzare questi aspetti che probabilmente sono più tipicamente italiani. Col tempo gli organi amministrativi decentrati italiani, forse anche in competizione tra loro, hanno poi imparato a ben utilizzare questo strumento normativo, che è molto simile a un marchio di fabbrica, ma che, in questo caso, riconosce a un gruppo di persone il titolo a commercializzare una produzione agricola, o un preparato alimentare, indicando che è stato realizzato secondo una procedura tecnica, o una ricetta tipica del territorio di riferimento.

Se un agricoltore, o un trasformatore non rispetta quella ricetta non può iscriversi all'associazione dei produttori, che producono un dato prodotto di qualità. Inoltre dato che il marchio contiene spesso, oltre al nome del prodotto, quello del territorio a cui è legato diventa più difficile per chi non produca per la denominazione d'origine riuscire a vendere dei prodotti simili.
Inoltre la regolamentazione attuale abilita il consorzio/l'associazione registrante una denominazione d'origine ad associare al nome ed alla ricetta del prodotto degli elementi di richiamo, particolarmente figurativi, che non possono essere utilizzati, o evocati indirettamente da altri produttori senza violare il marchio.

Un esempio molto chiaro in questo senso è stata la sentenza emessa il 2 maggio scorso 2019 dalla Corte europea relativamente al 'Queso manchego', un formaggio spagnolo, che per definizione è della Mancia. In quel caso i produttori associati nel Consorzio DOP 'Queso Manchego' avevano fatto causa a un trasformatore locale il quale aveva commercializzato alcuni formaggi simili, denominandoli con nomi riconducibili al poema del Don Chisciotte (ad esempio ronzinante: il cavallo di Don Chisciotte), con associata un'immagine che richiamava tale personaggio mitologico della letteratura spagnola, la cui vicenda era notoriamente ambientata nella Mancia. Vi era quindi una chiaro richiamo figurativo al fatto che il formaggio concorrente del marchio d'origine 'Queso Manchego' fosse prodotto nella regione spagnola della Mancia.

La vicenda, dopo due passaggi in cui l'istanza era stata cassata, era giunta alla Corte Suprema, il massimo grado di giudizio in Spagna (corrispondete alla nostra Corte di Cassazione), il quale aveva poi chiesto un parere alla Corte di Giustizia Europea, la quale ha invece dato carta bianca alla Corte Suprema spagnola, in quanto ha stabilito che solo un tribunale locale (spagnolo) era in grado di valutare se sul tale mercato il produttore citato in giudizio era in grado di fare una concorrenza sleale al detto consorzio. Ha infine segnalato che effettivamente anche dei segni grafici sono in grado di evocare il marchio e che l'evocazione, per se stessa, è vietata e può riguardare anche un produttore che diffonda prodotti analoghi nella stessa zona di commercializzazione del prodotto principale, poiché approfitterebbe indebitamente del prestigio acquisito dal riconoscimento del marchio di origine comunitario.

Questa vicenda è stata ripresa da un comunicato stampa di una federazione agricola italiana che ha raggiunto moltissimi giornali ed ha agganciato la detta vicenda all'Italian-sounding (la concorrenza sleale esercitata da produttori situati in nazioni straniere), che è divenuto ultimamente un'ossessione della comunicazione agroalimentare. In questo caso però la questione era legata a concorrenza sleale effettuata dentro il territorio dello stato in cui ha sede lo stesso Consorzio di produzione DOP, una circostanza ugualmente possibile e dannosa.

Questo aspetto a mio modo di vedere ha portato maggiormente alla luce che la problematica della tutela dei marchi alimentari d'origine ha una 'doppia lama': tanto più si richiede attenzione alla tutela del marchio come lotta all'Italian-sounding sui mercati esteri, tanto più la concorrenza sleale diviene inevitabilmente anche quella di molti produttori agricoli locali, esterni al consorzio, che non riuscendo a rispettare i requisiti previsti dai disciplinari di produzione e non potendo sostenere i costi della certificazione, nel momento in cui producano prodotti simili nella stessa zona di produzione del prodotto principale, rischiano così di essere accusati di concorrenza sleale, per aver anche solo evocato indirettamente un marchio agroalimentare protetto dalla Comunità Europea.

Il rischio è quindi che le DOP anziché tutelare il reddito dei piccoli produttori agricoli, li espella dal relativo settore produttivo, lasciando le denominazioni d'origine di prodotti, che un tempo erano per loro natura 'popolari', nelle mani di gruppi elitari di produttori, se non addirittura di uno o pochi produttori.
Non pare casuale il fatto che, a fianco alle denominazioni tipiche maggiori, alcune regioni abbiano cominciato a sviluppare dei circuiti minori, per valorizzare produzioni certificate in base a disciplinari più semplici, o per produzioni ultra locali, fino ad arrivare alla recente proposta della regione Veneto che ha generato forti dissensi, ma anche consensi (es. le Pro Loco), di sviluppare delle denominazioni d'origine su base comunale, per valorizzare maggiormente la biodiversità agricola locale.

Non bisogna in questo senso dimenticare che proprio lo scorso anno c'è stato un problema, poi rientrato, legato alla ridotta remuneratività, per i pastori sardi, del vendere il latte di pecora al consorzio che lo trasforma in pecorino, anche a causa del fatto che spesso nei consorzi gli agricoltori finiscono per essere sotto-rappresentati e quindi finiscono col diventare l'anello debole di una catena, in cui il prodotto di valore è sviluppato dall'industria di trasformazione, seguendo un procedimento che essendo come detto, fortemente regolamentato e certificato, finisce col mettere gli agricoltori in concorrenza tra loro, con l'obbiettivo di conseguire la possibilità di rimanere tra i fornitori di materia prima al consorzio DOP, che la trasforma nel prodotto finale pregiato. I questo contesto i trasformatori diventano l'anello forte della filiera.

Un altro caso è emerso a settembre scorso (2018) ed è stato riportato anche da giornali stranieri (es. Il Guardian; UK) fino ad essere raccontato in una recente trasmissione di 'Report' (RAI3), che fondamentalmente ha ripreso e approfondito elementi provenienti da un'indagine della magistratura (in parte conclusa con patteggiamenti, in parte ancora in corso), che ha evidenziato che nella produzione di circa il 20% del prosciutto di Parma e San Daniele i produttori avrebbero fornito della carne suina proveniente da maiali di razza differente da quella prevista dal disciplinare di produzione.
Come asseriscono alcuni agricoltori/tecnici intervistati da 'Report', sarebbero stati i macelli a chiedere ai produttori di fornire maiali più in carne e conseguentemente ottenibili ed ottenuti incrociando le specie locali con seme 'Duroc Danese' e 'Large White Danese' che, è stato spiegato, hanno una maggiore resa in carne alla macellazione (quasi totale assenza di grasso).

Non si può però trascurare dal considerare che, in un contesto fortemente competitivo, gli agricoltori che vogliano rimanere sul mercato non possono che adeguarsi alle richieste di chi, in questo caso, lavora la carne che essi indirizzano verso la filiera di trasformazione, pena il rischio di rimanere tagliati fuori da una produzione che risulta più remunerativa. Ovviamente trattandosi di un prodotto avente requisiti differenti da quelli previsti dal disciplinare è automatico che sia intervenuta la magistratura.

L'errore che a volte emerge dai programmi di giornalismo investigativo e di alludere al coinvolgimento dell'intera filiera produttiva (a denominazione d'origine) nelle vicende oggetto di indagine, probabilmente pensando che l'obbiettivo sia solo di tutelare il consumatore, quando invece leggendo il regolamento n.°210 del 2006 (sulle denominazioni d'origine) si evince che l'obbiettivo che il disciplinare vuole conseguire è di tutelare anche coloro che, operando correttamente, subiscano un'alterazione delle condizioni di concorrenza, che li ponga in una situazione di svantaggio rispetto agli altri produttori; è proprio la concorrenza nel libero mercato a garantire la qualità a cui il consumatore giustamente aspira, acquistando un prodotto, che è mediamente più costoso di quello senza marchio di origine.
Infatti il regolamento n.°210/2006 afferma: 'Un quadro normativo comunitario che contempli un regime di protezione consente di sviluppare le indicazioni geografiche e le denominazioni d’origine poiché garantisce, tramite un approccio più uniforme, condizioni di concorrenza uguali tra i produttori dei prodotti che beneficiano di siffatte diciture, migliorando la credibilità dei prodotti agli occhi dei consumatori'.

Tutto questo contesto non può esimerci dal valutare l'effetto delle politiche e quindi ipotizzar che stia lentamente venendo meno la partecipazione degli agricoltori alla gestione dei consorzi/associazioni di tutela, che nell'originaria ottica della Politica agricola della Comunità Europea dovevano assomigliare più probabilmente a delle cooperative. E' però anche utile rilevare che una scala più ridotta degli organismi associativi non sarebbe in grado di garantire che vi sia sempre la competenza e la disponibilità di capitali, necessari a commercializzare i prodotti di qualità sui mercati internazionali, come attualmente avviene.

Diviene quindi ovvio, nell'ottica di tutelare il mantenimento di un'agricoltura produttiva sul territorio, di cercare di far partire un'esperienza come quella in corso di esplorazione in Veneto (ma anche in altre regioni).
E' innegabile vi siano molte produzioni locali apprezzate dal mercato che però non sono tuttora valorizzate attraverso le certificazioni DOP e IGP e quindi sorge naturale l'interesse a sviluppare delle denominazioni ultra-locali, per meglio valorizzare l'immagine di prodotti minori, che non abbiano la pretesa di dar luogo a grandi produzione e che puntino più che altro a rifornire un mercato locale di appassionati. E' infine auspicabile che tutto ciò non sia però il pretesto per regolamentare maggiormente la produzione di anche quei prodotti minori, che attualmente sfuggono alle filiere delle più ricche denominazioni d'origine.

Fonte/i: Corte di Giustizia Europea, 2 maggio 2019; Sito internet della Regione Veneto.

Autore dell'articolo: , 31 maggio 2019

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