Etichettare come Deserti Alimentari le zone prive di supermercati non è utile

Studi portati avanti fino a qualche anno fa e seguenti una corrente di pensiero che aveva preso piede negli Stati Uniti intorno agli anni ‘90 avevano evidenziato che la mancanza di almeno un supermercato era da considerare una rilevante criticità sociale dei territori rurali remoti. I supermercati erano quindi ritenuti, in tale approccio programmatore, l’elemento principale della catena di distribuzione degli alimenti, in un contesto in cui la popolazione rurale fosse molto ridotta e vi fossero molte persone di basso reddito.

Alcune di queste ricerche erano state riprese su Agrolinker e proposte nei seguenti articoli:

Quando furono realizzati tali articoli non pareva esservi traccia del termine ‘deserti alimentari’ nel web italiano e l’espressione ‘food desert’, per quanto abbastanza chiara nel suo significato, appariva, già allora, un po' forte nella traduzione ‘deserto alimentare’, perché aveva in sé una percezione netta e drastica di una realtà sociale che, era evidente, non poteva essere ritratta in modo così netto.

Eppure la traduzione ‘deserto alimentare’ era effettivamente rispondente al significato originario e infatti ora nuovi articoli, che propongono un modificato approccio, evidenziano che le problematiche correlate ai ‘deserti alimentari’ non furono sempre adeguatamente approfondite e portarono quindi a politiche rurali approssimative. Ma in tale contesto furono sviluppate e diffuse anche delle soluzioni equilibrate, che giungevano direttamente dalle comunità locali interessate (di esse vi è traccia negli articoli sopra linkati). E’ comunque utile segnalare che non sempre vi è stato un abuso del termine ‘deserto alimentare’ poiché effettivamente in certi contesti remoti c’era e c’è tuttora una totale assenza di risorse e di opportunità. Quello che in effetti appare l’obbiettivo delle critiche attuali è l’approssimativa parametrizzazione di tale definizione, con cui il ministero dell’agricoltura statunitense accomunava zone non isolate a quelle realmente tali.

Gli autori dello studio dell’Università di Davis, California, di seguito brevemente proposto, segnalano che tale parametro di riferimento non è adeguato a descrivere le criticità dei territori rurali meno sviluppati: è necessaria un’analisi più approfondita che tenga conto delle abitudini dei consumatori, i quali non si comportano tutti alla stessa maniera e per alcuni, come si riscontra in effetti anche in Italia, spostarsi in un’altra contea (.. o comune) per andare occasionalmente a un centro commerciale può rappresentare una distrazione rispetto alla vita quotidiana, un punto di ritrovo fuori dai soliti giri, finanche un punto di contatto con la società dei consumi. Possiamo quindi constatare che le scelte dei consumatori a volte prescindono da motivazioni prettamente economiche, collocandosi in un più ampio spettro di comportamenti e ciò diviene tanto più vero quanto più variegata è la composizione delle comunità locali.

Alcuni consumatori preferiscono acquistare alimenti presso i negozi locali, o ai mercati degli agricoltori e pertanto non andranno comunque al supermercato, anche se lo avessero dietro casa, ma nonostante ciò le analisi di sociologia rurale indicavano un tempo nel sussidio pubblico ai supermercati la soluzione alle problematiche dei territori rurali remoti.

La ricerca condotta presso l’Università di Davis mostra quindi che ci sono ora nuovi percorsi in direzione dell’accesso al cibo, i quali includono i ristoranti, i piccoli negozi di alimentari, l’auto-produzione di cibo, l’accesso a ‘banche alimentari locali’ (organizzazioni caritatevoli che distribuiscono alimenti), l’acquisto di cibo ai mercati degli agricoltori ed anche il viaggiare in direzione di negozi più ampi (es. centri commerciali) per fare rifornimento di alimenti.

Tutto ciò non significa che un supermercato non possa essere utile in una zona rurale remota, ma la sua assenza non è necessariamente indice di incombenti problematiche alimentari, che fino a poco tempo fa erano automaticamente ricollegate, dagli studiosi statunitensi, alla presenza di una popolazione ridotta e di basso reddito (es. maggiore incidenza di obesità e diabete).
Per analizzare le problematiche rurali, come evidenziano i ricercatori dell’Università di Davis, è necessaria una valutazione più ampia delle condizioni di povertà, delle differenze etniche e anche di altri fattori.

Lo studio in oggetto conclude segnalando: ‘Questo studio richiede ai ricercatori e a coloro che definiscono le politiche (policy-makers) di andare oltre la stretta attenzione verso la vicinanza dei supermercati e di riconoscere le forze che modellano le iniquità locali in ambito di salute e di accesso economicamente sostenibile all’alimentazione e cioè reddito e razza.’

‘Noi affermiamo che il termine Food-Desert è impreciso’, ha riferito l’autrice principale dello studio, Catherine Brinkley, assistente di Sviluppo comunitario e regionale al Collegio di Scienze agrarie e ambientali.

I ricercatori hanno osservato 17 contee considerate ‘deserti alimentari’, una definizione che il ministero dell’agricoltura statunitense utilizza per le aree prive di supermercati in un raggio di un miglio nell’area urbana e di 10 miglia nell’area rurale. Nonostante l’etichetta, i residenti di questi deserti alimentari, ha mostrato la ricerca, avevano un basso livello di problemi di salute collegati alla dieta.

Ci sono stati molti fattori nell’ambiente che impedivano ai supermercati di localizzarsi in specifiche comunità, ha detto Brinkley. Questi includono varie ragioni, come ad esempio la mancanza di terra (edificabile) disponibile per i supermercati e le popolazioni concentrate di individui ricchi, che preferivano mantener piccola la comunità e sostenevano i mercati locali.

Pertanto le caratteristiche delle popolazioni locali possono risultare determinanti nel modificare i risultati delle analisi. Ad esempio nel caso di due contee dotate di università si è evidenziato che gli studenti non acquistavano presso i super-mercati, ma preferivano i rivenditori ambulanti (street-food), i fast-food e i ristoranti.

Circa metà delle contee analizzate in questo studio avevano mercati degli agricoltori, o rivendite di agricoltori, poste ai margini delle strade. La maggior parte delle contee avevano anche ‘Banche alimentari’. Inoltre i residenti di zone rurali remote hanno riferito che essi si accordavano per spostamenti comuni (es. car-pooling) e condividevano i passaggi per accedere a cibo e medicine nelle comunità esterne.

Ha, in particolare, riferito Brinkley: ‘Invece di focalizzarsi sui supermercati noi consideriamo che fornirebbe più potere alle comunità il coinvolgerle in una conversazione riguardo cosa esse stiano facendo che davvero funzioni. Col voler sovrintendere le modalità con cui i residenti si riforniscono di cibi sani, i programmatori delle politiche potrebbero, senza intenzione, causare ulteriori ingiustizie nel locale sistema alimentare, o perdere un’opportunità di incrementare una già esistente opzione (alimentare) di origine locale a costo ridotto, come ad esempio le vendite stradali locali.’

Fonte/i: UC Davis - College of Agricultural and Environmental Sciences (California; USA), 2 marzo 2018

Autore dell'articolo: , 22 aprile 2018

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