Alcune considerazione ed analisi sulla politica economica della Comunità Europea

Scrivere un articolo di politica economica agraria è divenuto negli ultimi anni un terreno abbastanza minato che scoraggia i più creativi all'esplorazione di questo territorio in continua evoluzione e alla sua critica.
E' davvero difficile tener dietro alle normative del piano di sviluppo rurale e della politica agricola (PAC) e solo i tecnici e coloro che in ciascuna regione si occupano di programmazione riescono probabilmente a entrare nei dettagli, che sono spesso ricchi di sottigliezze che sfuggono alla maggior parte dei non addetti ai lavori.
I riferimenti di massima della politica agricola e di sviluppo rurale permeano comunque in molti di noi, raggiungendoci attraverso gli articoli divulgativi delle riviste e dei giornali ed è solo a questo livello, davvero macroeconomico, che si può tentare di aprire un dibattito, con la consapevolezza che si può comunque sbagliare.

E' per altro verso sconcertante notare invece le sortite di vari politici poco preparati che agli slanci demagogici non riescono sempre ad alternare un minimo di riferimenti chiari e lucidi alle politiche agricole, seminando così inconsapevolmente confusione nell'opinione pubblica, un rischio che chiunque dovrebbe sempre tenere presente.

Una discriminante utile per parlare di politiche economiche agricole è la contrapposizione tra politiche strutturali (di ristrutturazione dell'impresa agricola) e di mercato (premio alla produzione) che però è in parte venuta meno: ormai i sussidi della politica di mercato, la PAC, son divenuti un premio a chi produce, che è giustificato dall'applicazione di regole obbligatorie (la condizionalità e il greening) che imprimono un cambiamento al modo di fare agricoltura, che ora tutela l'ambiente, il paesaggio e il benessere degli animali. Rimossa la possibilità di lasciare incolto il terreno il premio è dunque vincolato alla produzione ed è quindi dato a chi produce, a misura della superficie coltivata, come avviene nelle normali politiche di mercato. L'effetto è quindi di indurre un aumento di produzione ma, a differenza che in passato, non esistono prelievi sulle importazioni e restituzioni sulle esportazioni.

Le usuali politiche di mercato vanno in genere più apertamente contro il libero mercato (come è avvenuto ad esempio in Argentina negli anni scorsi, dove veniva anche imposto un conferimento all'ammasso delle produzioni e un blocco delle esportazioni), ma ciò non toglie che in alcuni casi tali politiche siano necessarie per assicurare l'approvvigionamento alimentare, un problema che invece in Europa non esiste più.

Il riferimento abituale delle politiche agricole dovrebbe probabilmente essere quello di indurre nell'agricoltura una direzione strutturale di miglioramento stabile, in grado di far produrre autonomamente dall'impresa agricola un reddito adeguato a garantire sopravvivenza e profitti senza ricevere più sussidi, per lo meno laddove ciò è possibile.
Al contrario, come si evidenzia nelle regole della condizionalità della politica agricola europea, i sussidi sono invece vincolati a impegni che, seppur minimi, potrebbero già derivare dal senso civico; si tratta infatti di interventi che normalmente rientrano nella cultura dell'agricoltore, al fine di tutelare il territorio in cui opera. La presenza di sussidi per far cose ovvie sembra voler foraggiare una cultura dell'assistenzialismo, poiché i sussidi non paiono giustificati da reali sacrifici, come invece se ne trovano in una vera politica di mercato.

Sarebbe forse utile che la politica agricola consideri invece un'altra discriminante, che potrebbe conferire un approccio più equilibrato, ovvero differenziarsi in base all'altitudine e quindi tra 'agricoltura di pianura' e 'di collina e montagna', in questo senso sovvenzionare l'agricoltura varrebbe come una forma di compenso all'agricoltura che permane in aree realmente svantaggiate, dando quindi una diversa caratterizzazione anche alla parallela politica di sviluppo rurale.

In pianura, a mio modo di vedere, sarebbe necessaria una politica agricola opposta, fatta più che altro di libertà operativa, laddove in corrispondenza di grossi centri urbani, densamente popolati, vi sono anche fabbriche e traffico automobilistico: in queste zone il potere inquinante dell'agricoltura intensiva incide solo marginalmente e il paesaggio per quanto possa essere gradevole evidenzia spesso l'impatto delle attività antropiche, che godono di una comprensibile prevalenza; in pianura l'ambiente risente poi del minore movimento dell'aria che può creare estese cappe di gas che riducono la luminosità e la qualità dell'ambiente di vita. Prendersela con l'agricoltura in un tale contesto finisce col favorire lo sviluppo industriale e l'edificazione.

Trovo quindi strano che alcuni vogliano creare delle zone davvero naturali a ridosso delle grandi città con la reale convinzione di riuscirci. Un giorno poi da analisi delle acque scoprono che invece ci sono i pesticidi, come anche i solventi, o metalli pesanti e poi tutto quello che esce dal corpo umano e finisce nelle acque: azoto, fosforo, batteri di ogni tipo, antibiotici, residui di droghe, caffeina.

Parlando di pesticidi bisogna subito chiarire che si tratta di un termine che origina dall'inglese 'pesticide', parola molto usata dalla gente e che probabilmente finisce anche negli articoli perché così vengono agganciati dai motori di ricerca. Anziché pesticida (adesso l'ho scritto tre volte!) bisognerebbe usare la sua traduzione 'antiparassitario', con cui si intende tutto ciò che elimina gli organismi che si sviluppino dove non è previsto che accada: in un certo senso quindi anche gli antibiotici sono degli antiparassitari e infatti in alcune nazioni sono autorizzati anche contro le batteriosi delle piante.

Dato che un'analisi dell'acqua costa molti soldi si dovrà scegliere cosa cercare e in quali pozzi e canali farlo e così i risultati delle analisi potrebbero segnalarci presenza di gliphosate, ovvero l'erbicida più economico e quindi più usato, particolarmente nei giardini, o magari dei solventi e finanche la cocaina. Spesso i dati disponibili dipendono da cosa è stato ricercato, dove lo si è cercato e da cosa il giornalista che redige l'articolo vuole maggiormente evidenziare in un contesto divulgativo, in cui i singoli valori accompagnati dal valore soglia funzionano chiaramente meno che indicare che il valore è sotto, o sopra la soglia.

Neanche l'aspetto bello del paesaggio che può esser presente a ridosso delle città ci può fornire delle indicazioni sulle condizioni dell'ambiente, poiché paesaggio e ambiente non sempre vanno per mano; potremmo rimanere quindi sorpresi scoprendo che posti bellissimi, adatti ad una gita, siano ambientalmente invivibili permanendovi più a lungo, per aspetti naturali (umidità, calore, presenza di zanzare, o altri animali pericolosi) o antropici (inquinamento dell'aria, dell'acqua, o acustico); anche dove non c'è inquinamento chimico (sostanze tossiche) vi può essere quello fisico, non meno pericoloso (polveri sottili, o radioattività), per cui l'assenza di smog non significa sempre che un dato ambiente sia salubre. Le piante e anche la fauna selvatica si riescono ugualmente ad ambientare in luoghi dove l'uomo (solo uno fra gli animali) non riuscirebbe a vivere. In definitiva il fatto che un paesaggio sia bellissimo non significa che il relativo ambiente sia vivibile.

Tornando alla politica agricola si diceva prima che i sussidi all'agricoltura sono offerti in cambio di qualcosa (tutela dell'ambiente, del paesaggio, ecc.), ma non ha senso pensare che l'incentivo alla tutela dell'ambiente possa valere anche per zone di pianura industrializzate e quindi vocate per una produzione intensiva, anche se poi ciò effettivamente avviene; in tal caso puntare a misure di riduzione dell'impatto dell'agricoltura con inserimento, ad esempio, di rotazioni colturali, o fasce tampone di vegetazione non ha la stessa utilità che in collina e in montagna. Per contro in pianura è possibile avvantaggiarsi maggiormente delle moderne tecniche agricole ed innovazioni, o si possono posizionare serre, o pannelli solari senza che questi risultino visibili come in collina e montagna.

Purtroppo non avviene così: la politica agricola è la stessa in pianura e in montagna, quando invece avrebbe più senso ottenere che la concessione di incentivi per l'assunzione di impegni e vincoli all'attività produttiva agricola avvenga prevalentemente in contesti svantaggiati collinari e montani, giustificata come compensazione al ridotto reddito di un'attività agricola necessariamente estensiva e poco produttiva e dove l'impegno assunto può realmente aiutare a tutelare il paesaggio agro-forestale dall'abbandono e l'ambiente da un degrado, che è favorito dallo stesso senso di abbandono dei luoghi e dal venir meno della cultura rurale agricola.
Pertanto il riequilibrare la distribuzione dei fondi agricoli comunitari verso le zone collinari e montane dovrebbe servire a mantenere l'antico obbiettivo di una diffusa presenza umana sul territorio e indurre con essa un reale sviluppo delle attività agricole, che invece in molti luoghi paiono attualmente recedere pur in presenza di stanziamenti di fondi per lo sviluppo rurale e parallelamente emergono attività turistico-ricreative, neanche sempre centrate sulla coltivazione e l'allevamento; a volte può infine sorgere il dubbio che anche il concetto di multifunzionalità aziendale e la definizione di imprenditore agricolo (che è più elastica nei contesti economicamente svantaggiati) siano abusati causando la trasformazione delle imprese agricole in imprese edili e di servizi e distruggendo così il tessuto connettivo agricolo, che invece si dice essere l'oggetto della programmazione dei fondi comunitari del PSR.

Se facciamo un paragone con la politica internazionale notiamo che le nazioni ad economia collettivista, o le dittature sono spesso le più povere; in tali luoghi una forte presenza dell'intervento statale nell'economia riesce ad offrire un benessere più diffuso. Dove ci sono maggiori opportunità serve invece un'economia libera, minore presenza di sussidi, maggiore tasso d'innovazione, per riuscire a competere per costo di produzione con le nazioni più ricche.
Le grandi aziende intensive di pianura pur coltivando estese superfici producono scarsa occupazione e quindi il beneficio sociale del sussidio attualmente loro fornito è piuttosto ridotto ed anzi contribuisce a mantenere elevato il prezzo della terra e finisce in molti casi col coprire il costo del canone di affitto.
In altre nazioni il costo della terra è meno elevato che in Italia e ciò permette un più agevole accesso ad essa intesa come fattore produttivo. In Italia invece permane anche in pianura un legame affettivo familiare con l'attività agricola, che dovrebbe comunque esser sempre la conferma di un buon investimento, che frutta unendo capitale fondiario ed innovazioni liberamente disponibili, anche attraverso un libero accesso alle colture geneticamente modificate.
In un contesto produttivo di pianura, l'effetto degli ogm (presuntamente) nocivo alla biodiversità (circostanza che andrebbe verificata caso per caso) avrebbe comunque un incidenza irrisoria rispetto all'impatto delle attività produttive concorrenti (industrie, edificazione). La competitività dell'uso agricolo della terra è inoltre il migliore fattore per ostacolare l'edificazione dei terreni agricoli, ma questo non può continuare ad avvenire scaricando il costo sulla collettività.

Un sistema economico che dia spazio alle produzioni agricole intensive moderne in pianura e tuteli più incisivamente l'agricoltura di collina e montagna non dovrebbe aver paura di competere anche sui mercati internazionali nel contesto di accordi multilaterali, o bilaterali come è ad esempio il TTIP.
Invece lo stesso sistema delle DOP che pare minacciato dal TTIP non è sempre vettore di un benessere diffuso nelle zone rurali, particolarmente quelle svantaggiate, poiché il prezzo dei prodotti tipici viene spesso controllato riducendo l'offerta e limitando quindi l'accesso alla certificazione delle produzioni, peraltro un costo che non tutti i produttori possono sostenere; inoltre le principali DOP, quelle per le quali sarà sicuramente garantita la tutela dal TTIP rappresentano dei limitati territori, anche di pianura, in cui l'agricoltura è già per sé stessa più ricca.

Guardando il contesto britannico, sebbene con l'abolizione delle quote latte vi sia stato un certo calo della zootecnia, l'agricoltura è un'attività remunerativa; per essi l'aspirazione ad uscire dalla zona euro può essere in parte compresa nella locale maggiore libertà d'impresa, assenza di vincoli all'attività agricola intensiva, minore costo della terra (che è comunque ritenuta molto costosa, forse proprio a causa dell'incidenza dei sussidi della politica agricola comunitaria). A fronte di una maggiore richiesta di libertà economica i britannici si trovano invece attualmente a constatare che i vincoli ambientali in agricoltura imposti dalla UE sono cresciuti sia attraverso la politica agricola sia attraverso norme che vietano l'utilizzo di importanti antiparassitari.

L'Unione Europea per tutelare l'immagine di un'agricoltura di alta qualità sta infatti imponendo genericamente un forte controllo sull'impatto ambientale delle attività agricole ed anche sull'assistenza tecnica alle aziende, laddove invece in Gran Bretagna anche il sistema professionale è molto più libero, con varie associazioni di settore, che in concorrenza fra loro curano l'aggiornamento, per i tecnici che lo desiderino.
Una politica troppo arroccata sulla qualità pare incomprensibile perché nel contesto dell'accordo TTIP molti valori aggiunti che marcano delle diversità tra UE e USA dovrebbero necessariamente appiattirsi lasciando spazio ad un mercato più libero, laddove l'agricoltura per sua marginalità non richieda una persistente protezione. Invece ascoltando le notizie di attualità pare che avvenga l'esatto contrario: verrebbero tutelate le principali DOP e le attività più ricche; probabilmente questo non è il miglior modo di presentare il libero mercato.
In un recente articolo (in spagnolo; El Telegrafo - Ecuador) emerge tra i programmatori della politiche comunitarie un certo rimpianto, forse tardivo, all'idea che la Gran Bretagna fuoriesca dall'Unione Europea, per il fatto che essa assicura a tutti noi un importante contributo di liberismo per le politiche economiche comunitarie.

A titolo di esempio si può evidenziare che in Gran Bretagna le principali associazioni di agricoltori si sono subito lamentate del divieto d'uso dei neonicotinoidi in agricoltura (e la loro sostituzione con i comunque molto nocivi piretroidi) eppure anche lì il paesaggio e l'ambiente sono adeguatamente valorizzati nell'economia rurale.
Nella tutela dell'ambiente ci sono in generale varie componenti che possono suscitare allarme sociale, ma solo alcune hanno realmente un effetto impattante sulla qualità della nostra vita, perché l'ambiente che colpisce l'attenzione dei residenti di un luogo è alla fine quello di vita umano e anche nelle pianure inglesi gli stessi agricoltori osteggiano, ad esempio, l'urbanizzazione di zone rurali, l'abbandono di rifiuti e il cracking (ovvero la rottura di rocce sotterranee per prelevare gas naturale) che, secondo alcuni, sarebbe addirittura responsabile delle recenti inondazioni nello Yorkshire.
Nonostante questa diffusa consapevolezza ambientale emerge un certo risentimento per il blocco dell'uso degli insetticidi neonicotinoidi, almeno finché le morie di api (ad essi collegate) non incidano sulla produzione agricola (ed incidono); quindi questo limite 'tecnico' è comunque un buon riferimento per la tutela degli insetti impollinatori, che sono importanti ad esempio per le oleaginose come la colza (oil-seed-rape), che è molto coltivata nella filiera alimentare e del biodiesel.
Il problema delle api pare in realtà derivare da chi vuole fare apicoltura in zone agricole intensive e quindi più probabilmente semi-urbane ed industrializzate, rischiando così anche di produrre del miele inquinato.
Laddove l'agricoltura è meno intensiva si può in generale ritenere che la necessità di effettuare trattamenti chimici sia di solito minore e che le alternative colturali siano anche più convenienti; in tale contesto un'agricoltura più sostenibile trova la sua ragione di essere ed anzi necessiterebbe di sussidi più adeguati ed omogeneamente distribuiti.

In un contesto di questo tipo le campagne pro-UE è probabile che facciano poca presa, poiché i piccoli imprenditori si sentono fortemente limitati dalle regolamentazioni e dalla burocrazia comunitaria, che viene spesso agitata anche demagogicamente dai militanti di UKIP favorevoli al 'Brexit'.
Anche chi fa agricoltura sostenibile, per quanto è più probabilmente legato alla politica di mercato e di sviluppo rurale della UE, sente l'effetto negativo degli estremismi ambientalisti, che non esitano a volte ad attaccare l'allevamento degli animali da carne/latte, a prescindere che sia o meno effettuato con metodo 'biologico', a causa del fatto che le mucche emettono molto metano, uno dei principali gas serra responsabili del riscaldamento climatico. Un approccio di questo tipo, è evidente, prescinde dalle esigenze del tessuto economico e pone in primo piano l'egoismo di chi vive di differenti attività, ma la scomparsa delle attività agricole lascia automaticamente spazio all'urbanizzazione.

E' evidente in definitiva che qualsiasi produttore agricolo si aspetti che le politiche economiche vengano comunque ponderate nei loro effetti con l'economia dei territori e quindi con le possibilità di sopravvivenza della sua attività e questo purtroppo pare che non avvenga. A ciò si aggiungono le incognite di un accordo TTIP che sia gestito in un quadro incerto.

Qualche elemento di libertà nelle politiche agricole della Comunità Europea è comunque complessivamente emerso con l'abolizione del regime delle quote latte e in parte di quelle vitivinicole, che dopo che sarà superata la iniziale fase di incertezza dei prezzi, lasciano la possibilità che piccole attività agricole ritornino col tempo in zone dove erano scomparse da anni, godendo anche dell'opportunità di vendere e caratterizzare il loro prodotto sui mercato locali.

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Autore dell'articolo: , 31 maggio 2016

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