La politica economica agricola degli Stati Uniti e l'accordo commerciale USMCA

Come noto tra le principali iniziative economiche intraprese nel corso del suo mandato dal Presidente statunitense Donald Trump vi è stata l'interruzione delle trattative degli accordi di libero commercio che erano in corso ed erano state intraprese sotto il mandato del presidente Barack Obama, ovvero il TPP (= Trans Pacific Partnership), l'accordo di libero scambio con l'Unione Europea (TTIP) e l'accordo (questa volta per motivi politici) con Cuba, che costituisce un mercato vicino e disponibile ad acquistare cibo.

La particolarità della situazione politica interna agli Stati Uniti è che la politica del Presidente Trump oscilla tra posizioni ultra conservatrici e liberiste, probabilmente poiché il partito repubblicano è composto da anime differenti e inoltre la base conservatrice e protezionista che sostiene Trump è più ampia degli usuali elettori repubblicani, i quali sulle politiche commerciali sono invece in genere liberisti, arrivando ad avere convergenze con una parte dei democratici.

Il Presidente Trump aveva già durante la campagna delle primarie (2016) preso posizioni sgradite a una parte degli agricoltori , quando aveva subito precisato che si sarebbe opposto alla proroga dei Renevable Fuel Standards (RFS), ovvero i contributi che venivano elargiti ai produttori di mais destinato alla produzione di etanolo, i quali erano scaduti, ma molti agricoltori pensavano sarebbero stati rinnovati. Questa posizione, apparentemente liberista, nasconde però il sostegno dell'attuale governo statunitense all'utilizzo dei combustibili fossili e quindi all'industria dello Shale-Oil (petrolio di bassa qualità, estratto tramite il fracking), che ha avuto un forte sviluppo in Nord Dakota.

A queste posizioni chiaramente politiche, si sono poi aggiunte alcune improvvide uscite personalistiche, che hanno ridotto le chance di commercializzazione di alcune produzioni (es. la soia). Infatti la preparazione e coltivazione del terreno permettono agli agricoltori di poter cambiare all'ultimo momento i piani colturali, se c'è il tempo di farlo.
Purtroppo è invece parso che tatticismi politici del momento abbiano portato il Presidente statunitense ad annunciare improvvisamente il blocco di importanti mediazioni e trattative, in particolare con la Cina e la UE.
Egli sembra essere convinto di poter spuntare delle condizioni migliori, con dei colpi a sorpresa, che invece hanno spesso l'effetto di creare turbolenze sui mercati agricoli (internazionali). In particolare si può ricordare quando due anni fa l'apertura delle ostilità commerciali con la Cina avvenne nel momento in cui gli agricoltori avevano appena seminato la soia (che in gran quantità vendevano alla Cina); questo fatto determinò il crollo del prezzo di questa leguminosa.
Alla fine pare che parte della soia statunitense arrivò comunque in Cina passando per delle nazioni esportatrici, che quell'anno avevano avuto un calo di produzione e parte finì invece nell'Unione Europea.

La politica del Presidente Trump ha portato la redditività delle attività agricole a diminuire sempre più di anno in anno e di mese in mese e particolarmente le piccole e medie attività zootecniche (che è più difficile riconvertire) stanno chiudendo; tutto ciò ha anche mostrato agli agricoltori, spesso contrari alle politiche liberiste, quanto in realtà le esportazioni incidano positivamente sul PIL agricolo statunitense.

Recentemente alcuni economisti dell'Università della Georgia hanno presentato uno studio che ha approfondito il calo dei guadagni in corso per i locali produttori orticoli, i quali si avvantaggiano di una clima più mite, per commercializzare produzione stagionalmente anticipate, ma che risentono sempre più della concorrenza del Messico. Per loro il pur modificato accordo NAFTA (=USMCA) non è parso ancora adeguato e quindi hanno chiesto all'amministrazione Trump, a nome del locale settore agricolo, di emendare l'USMCA prima che entri definitivamente in vigore.
Lo studio dell'Università della Georgia è stato ripreso da vari giornali tecnici del settore agricolo ed anche da quotidiani generalisti, come il Guardian, il cui articolo è stato poi citato come riferimento dal Ministro dell'Agricoltura Sonny Perdue, che ha risposto con un suo comunicato alle osservazioni dei ricercatori dell'Università della Georgia.
Fondamentalmente i ricercatori dell'Università della Georgia obiettano che il Messico, a loro dire, svolgerebbe una concorrenza sleale pagando la manodopera 10 volte meno di quanto la paghino gli agricoltori della Georgia e incentivando tramite il Ministero dell'Agricoltura (SAGARPA) le coltivazioni in serra e tunnel alti, che risultano concorrenti con quelle della Georgia.
Tali produzioni vien riferito dai ricercatori dell'Università della Georgia arrivano negli Stati Uniti a prezzi molto bassi ed esattamente quando le produzioni delle aziende locali sarebbero pronte per rifornire gli stati più settentrionali, proponendo ai consumatori statunitensi le stesse produzioni orticole anticipate, ma ad un prezzo più conveniente.

Lo studio effettuato presso l'Università della Georgia finisce col pronosticare un peggioramento del PIL ricavabile attraverso le locali produzioni agricole secondo tre possibili scenari che sono stati definiti per mezzo del software IMPLAN (un pacchetto che effettua la modellazione dell'impatto economico): essi rappresentano rispettivamente, un danno lieve, uno medio e uno catastrofico.
Vengono in generale prospettate delle perdite di guadagni, di posti di lavoro e analoghi riflessi sulle attività collegate all'agricoltura ed alla vita degli agricoltori, il cui benessere determinerebbe, a loro dire, un notevole indotto sulle altre attività della Georgia.
Più in particolare lo studio prospetta un calo dei redditi agricoli del 40% nelle tre contee di Bacon, Clinch e Echols e talo calo di entità sarebbe confrontabile con quello della 'Grande Depressione' ('anni 30). In quattro ulteriori contee (Appling, Brooks, Colquitt, and Decatur) viene prospettato un calo dei redditi tra il 2 e il 5%, che viene quindi definito come confrontabile con quello di una recessione economica.
Viene poi in conclusione indicato che se l'USMCA sarà approvato così come è attualmente si determineranno delle perdite di reddito che potranno raggiungere 1 miliardo di dollari e oltre 8000 posti di lavoro, che con riferimento ad alcune contee sarebbe difficilmente confrontabili con periodi di crisi minori di quello della Grande Depressione, che viene quindi agitato come il più probabile spauracchio per gli agricoltori locali.

Al contrario di quanto sostenuto dai ricercatori dell'Università della Georgia il ministro dell'Agricoltura del Governo Trump, Sonny Perdue, rivendicando di essere un ex-alunno (alumnus) di tale università ha subito contraddetto tale studio, dicendosi certo che l'accordo USMCA è 'buono sia per gli agricoltori della Georgia, sia per l'agricoltura statunitense'.
Egli riferisce che, al contrario di quanto indicato nello studio dell'Università della Georgia, l'USMCA, capitolo per capitolo, migliora ogni ambito del precedente accordo e determina un notevole miglioramento per l'agricoltura statunitense, sebbene egli evidenzia che non è stato possibile, ovviamente, ottenere tutto quello che avrebbero voluto per l'agricoltura, come nel caso della Georgia.
In effetti Sonny Perdue ragionando con l'ottica di un uomo di stato ha evidenziato che sebbene la bilancia commerciale agricola (NAFTA) del precedente accordo fosse in passivo, nel corso degli anni vi era stato un forte incremento delle esportazioni agricole 300% a fronte di un incremento del 500% delle importazioni. Ma ovviamente trattandosi di beni differenti, tali situazione era complessivamente positiva poiché l'obbiettivo di uno stato è di garantire sia i redditi degli agricoltori che l'approvvigionamento del mercato alimentare interno che, da un punto di vista strategico, è normalmente importante che venga assicurato attraverso scambi commerciali all'interno dello stesso continente (nordamericano). E' poi utile considerare che anche gli importatori, producono redditi (e pagano tasse). Infine bisogna tenere sempre presente che per quanto gli Stati Uniti siano una potenza agricola i redditi di tale settore incidono solo marginalmente sul PIL (il 72,1% del PIL deriva dl settore terziario; fonte: Wikipedia).

Partendo quindi da queste semplici considerazioni il Ministro dell'Agricoltura statunitense ha potuto indossare, in questo caso, le vesti del moderato, proprio in un momento in cui sono sorte delle forti tensioni col Messico, in seguito ad alcune recenti dichiarazioni del Presidente Trump, ostili verso questa nazione e che hanno indotto molti messicani, attraverso i social-network, incluso alcuni politici, a proporre apertamente di boicottare le produzioni statunitensi.

Il discorso di Sonnie Perdue è parso dei più adatti a smorzare la polemica in corso. Egli partendo dall'analisi dei dati a sua disposizione ha risposto ai ricercatori dell'Università della Georgia che, grazie all'accordo NAFTA, gli agricoltori della Georgia hanno avuto, nei decenni scorsi, un incremento del 23% delle esportazioni di ortaggi e del 100% di frutta, mentre le importazioni agricole sono cresciute del 50% e anche il reddito agricolo, durante tale periodo, è aumentato del 20%. La produzione di mirtilli, secondo la più recente rilevazione del Censimento agricolo è aumentata del 37%, quella di peperoni del 157% e quella delle melanzane del 45%. Solo alcune produzioni sarebbero diminuite e, come egli riferisce, ciò evidenzia che non sarebbero emersi marcati segni di una diminuzione della redditività dell'attività agricola, poiché quando ciò si verifica gli operatori agricoli effettuano (o dovrebbero farlo) un cambio delle produzioni, guardando quali siano quelle più idonee a essere assorbite dal mercato.

Da questo comunicato emergerebbe quindi che la politica del ministero dell'agricoltura statunitense, al di là della rinegoziazione dell'accordo di libero scambio avrebbe mantenuto un approccio orientato al mercato, poiché in effetti l'obbiettivo finali delle politiche agricole non è quello di assicurare artificiosamente un maggior reddito agli agricoltori, ma fare in modo che esso possa essere conseguito attraverso la soddisfazione della domanda dei consumatori che, attraverso le tasse pagate, supportano economicamente i costi delle politiche agricole.

Egli ha quindi evidenziato, in conclusione, che il nuovo accordo commerciale garantisce ai produttori di pollame di avere nuovamente accesso con le loro carni bianche e uova ai mercati canadesi e di espandere quello della carne di tacchino. Contemporaneamente il ministro dell'agricoltura ha evidenziato che i locali produttori di mais possono ora vendere la loro produzione in Messico, il principale mercato a loro disposizione, senza subire l'applicazione di dazi. Inoltre è stata assicurato l'aggiornamento delle regole di origine per i frutti.

In conclusione egli ha indicato che sebbene il Presidente Trump volesse ritirarsi dal NAFTA ha poi optato per rinnovarlo in una diversa chiave di lettura per evitare di produrre danni al settore agricolo e ciò è stato conseguito facendo in modo che l'USMCA fosse uguale a un accordo NAFTA migliorato e cioè in grado di generare una più intesa economia agricola intorno a tale accordo.
Purtroppo negli ultimi giorni, vediamo che seguendo il suo tipico approccio populista il Presidente statunitense sta uscendo dai binari tracciati dal ministro dell'agricoltura e sta minacciando di applicare dei dazi alle produzioni messicane col pretesto di ottenere un controllo dei flussi migratori dal Messico (e dal CentroAmerica) verso gli Stati Uniti.

In tal caso se è vero quanto riferisce il ministro dell'agricoltura i primi a risentire di questa politica protezionistica saranno gli agricoltori. Inoltre tutto ciò paleserà un'inaffidabilità degli Stati Uniti come socio commerciale, poiché in questo caso neanche si sta parlando di rinegoziazione, tuttora possibile come indicato dall'Università della Georgia, ma di utilizzare le politiche economiche agricole come arma di ritorsione politica contro il Messico che, guarda caso, con il recentemente eletto presidente Andrés Maneul Lopez Obrador (che i suoi concittadini amano chiamare AMLO), sta tentando di raddrizzare la situazione economica e le problematiche politiche interne, attraverso delle politiche apertamente progressiste, sebbene aperte anche al libero mercato. Infatti anche per per gli agricoltori messicani il libero mercato internazionale l'unica strada per assicurare sbocchi a un'agricoltura che ha, anche in tale nazione, produzioni molto elevate e competitive.

E inoltre utile notare che i settori del comparto agricolo statunitense, che appoggiati anche dai democratici, stanno criticando le politiche del President Trump, più frequentemente lamentano la diminuzione del libro accesso ai mercati e un calo di redditività delle loro produzioni. Si tratta in questo caso più probabilmente dei piccoli e medi allevatori bovini da latte, che in alcuni stati stanno chiudendo le loro stalle. Tale settore è risultato ovunque il meno attrezzato per adeguare le proprie produzioni al libero mercato e come sta avvenendo in tutte le nazioni nel mondo anche negli Stati Uniti fronteggia una grave crisi, che è anche accentuata in quei luoghi in cui manchino politiche che valorizzino i prodotti di trasformazione del settore zootecnico.

In questo ambito le produzioni di qualità europee sono molto competitive e i consumatori statunitensi ne apprezzano la qualità;pertanto in questo caso la semplice applicazione di dazi è una politica miope che finisce col danneggiare sia i consumatori che i produttori agricoli.
I giornali statunitensi degli ultimi giorni segnalano infatti che la politica ritorsiva dei dazi porterà probabilmente a un aumento negli Stati Uniti del prezzo degli alimenti, senza alcun beneficio agli agricoltori.

In questo momento le politiche economiche statunitensi sembrano solo parzialmente controllate dai titolari dei dicasteri, poiché il Presidente Trump è spesso colui che mette l'ultima parola, mostrando di avere la volontà e la forza di imporre le sue posizioni politiche, nell'ottica di produrre dei risultati migliori, anche servendosi di armi prettamente politiche, come l'embargo delle produzioni (Es. Iran).

Il Presidente statunitense infatti, inseguendo una popolarità che passa anche attraverso i social-network, interviene spesso a piedi uniti nelle questioni di politica estera ed interna, con l'unico risultato è di determinare forti ed improvvise turbolenze sui mercati globali delle merci, non preventivamente determinabili e che espongono molteplici settori al rischio di speculazioni; tale situazione chiaramente non avvantaggia l'agricoltura che già in condizioni normali risente delle speculazioni sui mercati delle commodity (materie prime di origine agricola).

Fonte/i: Ministero dell'Agricoltura degli Stati Uniti d'America, 29 maggio 2019 e lettura di vari articoli di attualità degli ultimi mesi.

Autore dell'articolo: , 31 maggio 2019

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