Le tariffe sulle importazioni non risolvono il problema dei parassiti importati negli USA

Ricercatori dell'Università del Maryland hanno predisposto un modello statistico, a partire dal quale hanno effettuato valutazioni, da un lato, riguardo l'impatto sull'economia provocato dall'introduzione di parassiti 'esotici' e all'opposto riguardo il costo di misure tariffarie, che abbiano una reale capacità di rallentare la diffusione di tali parassiti. E' così emerso che, affinché le tariffe sulle importazioni abbiano un risultato tangibile, esse dovrebbero raggiungere una tale intensità di applicazione, che anche provocherebbe un'alterazione delle relazioni commerciali e diplomatiche, oltre a un costo complessivo di circa 38 milioni di dollari per ogni potenziale parassita, di frutta e/o ortaggi, di cui sia evitata l'introduzione negli USA.

In un recente articolo pubblicato sul Journal of Environmental Economics and Management (Giornale di Economia e Gestione ambientale), Erik Lichtenberg e Lars Olson, professori di Economia Agricola e delle Risorse all'Università del Maryland (UMD) hanno approfondito l'oggetto della loro ricerca, ovvero se politiche basate sull'applicazione di tariffe sulle importazioni di prodotti ortofrutticoli fossero un efficace incentivo al fine di prevenire l'importazione negli USA di parassiti vegetali.

I due ricercatori dell'Università del Maryland, considerando tale politica tariffaria come incentivante un comportamento virtuoso (una politica di incentivi), la confrontano con la differente (maggiore) efficacia di altre politiche, in cui siano invece forniti incentivi monetari diretti, come ad esempio, nel caso delle politiche ambientali. Per chiarire tale approccio analitico è sufficiente considerare che le politiche tariffarie, a fronte delle tariffe incassate, hanno comunque un costo per i consumatori statunitensi, dovuto all'aumento del prezzo degli alimenti; per altro verso l'incentivo che muove le azioni dell'importatore consiste, invece, nell'evitare (con comportamenti virtuosi) di perdere l'accesso a tale mercato.

In base alla regolamentazione statunitense (Plant Protection Act), tutti i carichi contenenti materiale vegetale (dai prodotti alimentari ai fiori recisi devono essere ispezionati dall'USDA-APHIS (Animal and Plant Health Inspection Services of the United States Department of Agriculture) sebbene gli organismi importati, suscettibili di diventare parassiti invasivi, siano trovati mediamente nel 3% di frutta e vegetali freschi.

Come spiega Lichtenberg, anche le politiche di incentivi diretti vanno a penalizzare coloro che siano meno virtuosi in un dato ambito, con conseguenti costi aggiuntivi per la società (es. inquinamento). In alcuni casi viene richiesto ai meno virtuosi di sovvenzionare la creazione di un fondo che contribuisca a rendere più economico il raggiungimento di obbiettivi di miglioramento, che altrimenti sarebbero troppo onerosi da conseguirsi per i singoli imprenditori, come ad esempio portare i propri prodotti sul mercato: un esempio, più dettagliato, potrebbe essere un piano di vaccinazioni, che gravi su chi esporti bestiame non vaccinato.

In particolare egli segnala: 'Proprio ora, ogni importazione negli Stati Uniti, che contenga materiale di qualunque genere, deve essere ispezionata. Se gli ispettori trovano qualcosa che possa essere un parassita invasivo, essi devono agire velocemente, notificarlo a uno scienziato che possa fare una valutazione e recensirlo entro 24 ore poiché si tratta di ,prodotti primari deperibili. Ma l'idea era qui che le tasse potessero incentivare gli esportatori per garantire che le loro merci fossero più sane, il che ridurrebbe il fardello dell'ispezione, o anche la necessità di ispezionare completamente.'

Partendo da questo concetto, riporta l'Ufficio di Comunicazione dell'Università del Maryland, i ricercatori che han condotto questo studio hanno sviluppato un modello statistico per simulare scenari e determinare la fattibilità, i possibili effetti e il costo complessivo per il consumatore, dell'incremento della tariffa per l'importazione di organismi vegetali. Nella loro analisi essi hanno utilizzato dati di 10 anni, tra cui informazioni sulle aliquote tariffarie e caratteristiche delle spedizioni di frutta e ortaggi, tra cui il tipo di prodotto primario, la nazione di origine, il valore medio del prodotto, il porto di entrata, la stagione di coltivazione e la rotta di trasporto.

Dalla valutazione di tali dati i ricercatori hanno evinto che elevate tariffe sulle importazioni erano correlate (una correlazione molto piccola) a una minore probabilità di trovare un parassita invasivo nelle spedizioni.

Riguardo ciò Lichtenberg ha riferito: 'Stiamo parlando di aumentare le tariffe da 4 a 13 volte, in modo che esse ottengano un effetto misurabile e anche così l'impatto è piccolo. I cambiamenti non sono abbastanza sensibili da essere davvero una buona tattica'.
'Ma è andata peggio', aggiunge Lichtenberg, 'perché la maggioranza della frutta e ortaggi che entra dentro questo paese lo fa senza pagare del tutto tariffe, a causa degli accordi di libero commercio.'

In questo contesto i ricercatori evidenziano che revocare gli accordi di libero commercio (l'assenza di tariffe) è l'unica maniera di ottenere, attraverso le tariffe, un impatto (positivo) misurabile sulla riduzione di parassiti.
Come riferisce Lichtenberg: 'I prodotti privi di tariffe hanno una più alta probabilità che vi sia trovato un parassita invasivo, rispetto a quelli che entrano con una più alta tariffa. La differenza è piccola, ma c'è,' dice Lichtenberg. 'Nel caso delle merci primarie (commodities), che sono prive di tariffe, l'effetto di aggiugere una tariffa è molto grosso. Voi vi ritrovate con una riduzione del 25% dei parassiti invasivi (ottenuta) rescindendo lo status di assenza di tariffe.'

Lichtenberg aggiunge, 'Ma allora, vi domanderete, quanto ci costa?'

Gli Stati Uniti hanno vari accordi di libero commercio, con varie nazioni, che permettono di tenere basso il costo di frutta e ortaggi, ma si tratta anche di strategiche iniziative diplomatiche che permettono agli Stati Uniti di migliorare le relazioni commerciali con le nazioni geograficamente vicine e di promuovere iniziative di pace, nel caso del Medio-Oriente. Riguardo questi aspetti Lichtenberg riferisce: 'Se abbiamo intenzione di seguire tale strada dobbiamo essere preparati a gettar via tutte queste altre iniziative diplomatiche, che abbiamo attivato'. Ciò rende più caotici la nostra vita e il mondo e senza dubbio non è consigliabile.'

Inoltre l'eventuale abbandono degli accordi di libero commercio porta con sè il costo evidenziato in premessa: '38 milioni di dollari per ogni potenziale parassita, di frutta e/o ortaggi, di cui sia evitata l'introduzione negli Stati Uniti', al quale Lichtenber aggiunge il costo dell'impatto di tali politiche sulla dieta sana, a base di frutta e vegetali, che gli Stati Uniti incentivano da anni, con apposite iniziative del Ministero dell'Agricoltura (USDA – NIFA).

In conclusione Lichtenberg sostiene, nel suo rapporto, che sebbene non bisogna trascurare i danni prodotti da parassiti vegetali importati e alcuni di essi siano particolarmente dannosi e difficilmente eradicabili (es. mosca mediterranea della frutta: in California dal 1980) si tratta, a suo modo di vedere, di eventi rari e quindi il danno atteso è ridotto, rispetto alla probabilità dell'introduzione di un nuovo parassita: 'Nuove malattie e parassiti possono essere molto costosi per il settore agricolo ed alla fine per il consumatore. Ma è raro; così quando guardate la probabilità e insieme il costo, il danno atteso è basso.'

Fonte/i: University of Maryland, 11 aprile 2020

Autore dell'articolo: , 30 aprile 2020

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