Mais consociato a prato per ridurre l'erosione del suolo

I terreni americani si stanno impoverendo molto in alcune zone in seguito allo persistente pratica della monocoltura, la quale peraltro favorisce anche il riprodursi di gravi affezioni parassitarie. Pertanto nel tentativo di migliorare le condizioni dell'ambiente di coltivazione emergono nuove tecniche colturali, che più o meno vanno a confluire nell'alveo delle tecniche di agricoltura conservativa.

Non è strano, di solito, sentire parlare di consociazione colturale come l'agro-forestazione finché siamo consapevoli che esse verranno prevalentemente applicate in Africa, dove la monocoltura è comunque meno praticata.

Nel caso specifico la rivista scientifica della Società americana di Agronomia ha dato spazio, e quindi diffuso anche attraverso il suo ufficio stampa, a una ricerca compiuta presso l'università dell'Iowa che ha valutato la fattibilità della consociazione di un prato perenne con funzione di copertura del suolo, con una coltivazione di mais, ripetuta per più anni di fila e quindi senza rotazione delle coltivazioni.

La ragione di questa nuova tecnica studiata da Cynthia Bartel, una dottoranda all'università statale dell'Iowa è nella necessità di trovare una qualche forma di compensazione agro-ambientale all'abitudine ormai radicata di non lasciare residui colturali di mais al suolo, poiché le filiere maidicole più attive sono negli Stati Uniti quella del trinciato di mais e della produzione di biocarburanti (bioetanolo), le quali utilizzano integralmente le piante di mais. Il mancato rientro nel suolo dei residui colturali ne riduce drasticamente la quantità di carbonio organico, con conseguenze sulla flora microbica e perdita di elementi nutritivi e quindi sulla sua fertilità. Paradossalmente quindi la filiera ambientalista dei biocarburanti diviene portatrice di uno squilibrio ambientale che può essere ridotto solo cercando di applicare tecniche di agricoltura conservativa.

In questo ambito è però anche dovuta una precisazione poiché i residui della fermentazione del mais ad etanolo talvolta rientrano sul terreno, o direttamente, o indirettamente quando utilizzati come alimento zootecnico e che poi, nel caso di aziende a ciclo chiuso, torna al suolo con il letame che giunge dall'attività zootecnica.

Come spiega la Dott.ssa Bartel: 'Mentre l'erosione idrica ed eolica sono problemi sostanziali legati alla rimozione degli stocchi di mais, la conservazione della qualità del suolo è un limite più importante'.
Alla ricerca di una soluzione per questo problema ella fece dapprima uno studio bibliografico che l'ha portata a scoprire che le colture di copertura invernali (cover-crops) e le colture consociate sono in grado di migliorare la qualità del suolo e così sebbene fosse propensa ad utilizzare una cover-crop era però curiosa di utilizzarne una differente da quelle più usualmente utilizzate e per questo effettuò ulteriori studi sulle essenze da prato permanente, poiché esse avevano il vantaggio di dover essere acquistate e seminate solo una volta ogni 4-5 anni, con quindi la possibilità di unire una marcata riduzione di spesa con una forma di preservazione delle risorse naturali e quindi, come dicono gli statunitensi, una soluzione di tipo 'win-win'.

La sua prova sperimentale aveva quindi per obbiettivo di dimostrare che l'utilizzo di una essenza da prato permanente garantisse questo doppio vantaggio e contemporaneamente che tale essenza prativa potesse essere compatibile con la coltivazione del mais, con cui sarebbe stata consociata.

Per esplorare queste due questioni il team di ricerca dell'università dell'Iowa condusse delle prove di campo in vari appezzamenti di due diverse località di tale stato. In alcune aree venne provata la consociazione di mais con Poa pratensis (Kentuky bluegrass), mentre in altre aree si utilizzò come coltura di copertura la festuca rossa (red fescue), consociata col mais. Il gruppo monitorò da vicino ed analizzò le coltivazioni per due anni. La dott.ssa Bartel ha poi spiegato: 'Il successo del sistema dipende ampiamente dall'utilizzo di specie compatibili' e la compatibilità, viene precisato, dipende da diversi fattori.

Un prato compatibile con il mais dovrebbe crescere facilmente nell'area della consociazione col mais, andando poi in dormienza durante l'estate, epoca nella quale sarebbe altrimenti in competizione con la coltivazione principale per la risorsa idrica. Purtroppo il gruppo che aveva sviluppato la ricerca aveva poi constatato che le più vecchie varietà selezionate non risultavano in grado di attecchire stabilmente sul suolo, mentre quelle più recenti persistevano in vegetazione troppo a lungo (quindi anche durante l'estate) e pertanto al primo tentativo essi non riuscirono a trovare la giusta combinazione da utilizzarsi con il mais, ma ciò non li scoraggiò. Ha quindi spiegato Bartel: 'Abbiamo identificato delle questioni chiave nella selezione delle varietà per assicurarci che gli ulteriori sforzi di ricerca siano focalizzati verso soluzioni efficaci'.

Oltre alla compatibilità la dott.ssa Bartel durante la sua ricerca ha studiato l'impatto del prato sul mais ed ha scoperto che la coltura maidicola consociata col prato permanente produceva meno granella durante il primo anno, ma durante il secondo anno la produzione della parcella di mais, consociata con prato permanente, era simile a quella senza consociazione. Inoltre il prato non aveva impattato negativamente, durante il secondo anno, la qualità degli stocchi, ne la quantità complessiva durante entrambi gli anni.

Quindi Bartel ha concluso dicendo: 'Alla fine deve esserci una qualche riduzione di raccolto per il prato permanente, durante la fase di attecchimento, in cambio dei benefici in risorse naturali'; ma ha poi aggiunto: 'rifinendo ulteriormente il sistema per assicurare la compatibilità tra le colture in file e le specie di prato di copertura, la riduzione di produzione dovrebbe poi essere ampiamente minimizzata'.

Come segnala la fonte di questa ricerca, che evidentemente ha suscitato molto interesse trovando poi spazio nell'ultimo numero dell''Agronomy Journal', essa potrà essere completata e messa a punto attraverso ricerche successive che vogliano ulteriormente approfondirne gli aspetti critici.

Fonte/i: American Society of Agronomy, 2 aprile 2017

Autore dell'articolo: , 30 aprile 2017

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