Alcune considerazione sulle ragioni di impegnarsi per il benessere degli animali

Il benessere degli animali è un tema che sta divenendo sempre più popolare, ma come sia effettivamente inteso, da parte dell’opinione pubblica, è difficile dirlo, poiché ad esso sono spesso collegate, dalla gente comune, una moltitudine di istanze differenti, tutte comunque riconducibili al voler teoricamente garantire condizioni decorose di vita (anche) agli animali; in alcuni casi tali istanze raggiungono posizioni estreme, come nel caso dell’attivismo vegetariano e le campagne contro il consumo di carne, le quali sono anche spesso agganciate alle campagne sull’incremento delle temperature medie sulla terra (global-warming), un tema di punta in questo momento.

Il voler garantire condizioni decorose di vita (anche) agli animali può essere un giusto valore di riferimento, ma non può essere un credo cieco, poiché è probabile che persone che vivono in condizioni non decorose abbiano difficoltà a comprendere il perché agli animali debba essere garantito un benessere maggiore che a loro. Pertanto sarebbe utile che almeno negli ambiti ‘ufficiali’ la condivisione di questa idea si sviluppi sempre intorno a un ragionamento, volto a dimostrare l’utilità per l’uomo di garantire decorose condizioni di vita agli animali. In questo senso esistono studi di etologia e quindi dati scientifici, a cui le normative di settore farebbero bene a riferirsi sempre: gli animali allevati in migliori condizioni producono di più.

Per altro verso bisogna notare che le normative sul benessere degli animali, un tema di attualità in molte nazioni, sono normalmente centrate sul bestiame agricolo. Esistono comunque anche altre leggi che regolamentano ed offrono tutela ad altri animali a vario titolo: animali da compagnia, o anche specie protette, come nella convenzione (internazionale) ‘CITES’ sul commercio internazionale di fauna e flora, che protegge le specie in via di estinzione, che quindi non possono essere vendute e acquistate liberamente.

Quello che è frequente notare nelle pubbliche manifestazioni di pensiero sui mass-media, sui socialmedia, nelle conversazioni quotidiane è che la volontà di persone e associazioni di garantire agli animali un maggior benessere si manifesta attraverso espressioni ideali, che però a volte sono sganciate dalla realtà e partono da preconcetti verso il settore agricolo, di cui in genere gli attivisti della protezione degli animali poco conoscono, poiché spesso i loro movimenti si sviluppano in ambito urbano, tra persone che semplicemente cercano un maggior contatto con la natura.
A volte dietro alle posizioni animaliste, o anche ambientaliste si nascondono persone che hanno un atteggiamento snob e radicati preconcetti verso coloro che lavorano in agricoltura, al punto che possono risultare schiacciate dall’estremismo animalista anche le istanze di coloro che si attengono, nell’allevamento del bestiame, a metodi di produzione, come quello biologico, che sono in genere considerati meno impattanti sull’ambiente agricolo.

Se possiamo riconoscere che alcuni animalisti, pur assumendo posizioni ideologicamente estreme, le rispettano in modo coerente, anche seguendo uno stretto vegetarianismo, vi sono persone che parlando di tutela degli animali si lanciano su argomentazioni i cui termini e confini non paiono conoscere con precisione e rischiano quindi di scontrarsi con le molte contraddizioni che costellano il modo di vivere di chiunque. In generale sarebbe quindi utile che ci fosse, su questo tema, una maggiore moderazione.
La maggior parte delle persone più o meno consapevolmente considera gli animali inferiori all’uomo, intorno al quale gira tutta la vita sulla terra (‘antropocentrismo’) e questo termine apparentemente critico non impedisce di condividerlo: suonerebbe infatti strano sentire qualcuno dire che rispetta gli animali nella stessa misura in cui rispetta le persone. Infatti la maggior parte delle persone esercita, nel suo piccolo, un dominio sugli animali, ma ciò non impedisce loro di garantire condizioni decorose di vita agli animali allevati, compatibilmente con le proprie necessità ed utilità. Se anche esistono persone che rispettano gli animali più dell’uomo, esse difficilmente appaiono eticamente superiori quando, ad esempio, nell’impegno in difesa dei cani si dimenticano delle persone che vivono peggio dei cani.

Parlare di utilità di rispettare gli animali per alcuni sembra qualcosa di sgradevole, che nasconde una visione del mondo utilitaristica; in realtà è dalla percezione dell’utilità degli animali che nasce spesso il rispetto verso di essi.
Utilizzare gli animali per nostre necessità è una condizione necessaria alla nostra sopravvivenza. E’ a questo livello che si inserisce l’idea di garantire più dignità agli animali, poiché maltrattarli non è utile, ma è anzi dannoso; in particolare gli animali che hanno a che fare con l’uomo, vivendo intorno alla sua casa (animali domestici), offrono prodotti e servizi e non lo fanno volontariamente, ma in cambio di una dose di cibo e di condizioni decorose di vita.

Anche un cane da compagnia, da caccia, o da guardia non è molto diverso da una mucca che produce latte: essi offrono dei servizi ai loro padroni e non lo fanno volontariamente, ma sotto costrizione, dopo essere stati acquistati come schiavi. Essi finiscono col considerare i loro padroni come fossero i loro genitori, ma ciò è chiaramente frutto dell’alterazione delle loro naturali abitudini. Per questo motivo, come in un rapporto di lavoro, è giusto e utile rispettare delle regole etiche, o forse delle ‘buone pratiche’, utili anche nell’allevare animali in casa, per fare in modo che essi ottimizzino le produzioni/i servizi offerti e non creino problemi.

Molti si appassionano quando si tratta di scrivere regole, ma le migliori sono quelle di cui se ne apprezza il senso pratico e che, sviluppando situazioni positive, siano in definitiva utili.
Per poterci avvantaggiare dei servizi offertici dagli animali bisogna, pur tenendoli in condizioni di cattività, offrire loro spazi adeguati alle esigenze di vita. Ciò è più probabile che avvenga nell’ambiente agricolo per la maggiore disponibilità di spazi; ma tale (vantaggiosa) situazione deve svilupparsi bilanciando anche l’utilità del proprietario dell’animale con quella del proprio prossimo.
Al contrario l’allevamento irresponsabile dei cani, in città e in campagna, contribuisce al randagismo, che ha un costo che viene scaricato sulla collettività. Pertanto chi offre condizioni di libertà ai cani in realtà scarica spesso le proprie responsabilità sul proprio prossimo: nelle campagne cani randagi, o semi-randagi sono i principali responsabili della predazione del bestiame dei pascoli.

Chi acquista un cane da compagnia, da caccia, o da guardia e lo tiene chiuso in un appartamento quasi tutto il giorno, facendogli guardare la televisione e giocare con i bambini e col gatto, non può certo considerarsi un animalista. Il cane di razza è spesso considerato uno status-symbol del benessere (umano), ma uno status-symbol nato male, poiché un tempo possedere cani era un privilegio, legato al fatto che i cani necessitano di spazio adeguato per vivere e quindi di condizioni di ‘benessere animale’, che vengono meno tenendoli in casa. La deregulation normativa che ha interessato le città, permettendo di tenere grossi cani in casa non rispetta le loro abitudini naturali.
Al contrario nelle zone rurali si focalizza spesso l’attenzione collettiva generando una quantità di normative che, attraverso procedure burocratiche, rendono meno piacevole svolgere delle attività agricole e forniscono soluzioni che appaiono spesso incoerenti, se analizzate in un’ottica generale.

D’altra parte il proprietario di un cane di città non può far altro che farlo adattare all’ambiente domestico, costringendolo a non disturbare i vicini, a non abbaiare, a saper stare da solo in casa per ore e accettare, senza far storie, di uscire pochi istanti per fare i bisogni in uno spazio ristretto, insieme ad altri cani frustrati, a cui viene spesso anche imposto di non accoppiarsi. Tutto questo è utile e necessario per avere un cane di guardia alla casa, ma è però irrispettoso verso l’istinto di un animale, che normalmente uccide gli altri per sopravvivere e che se divenuto troppo domestico diviene invece incapace di sopravvivere in un ambiente davvero naturale. Il cane che vive libero preferisce inseguire i gatti, cacciare animali selvatici, marca il suo territorio, ma a volte sconfina, comportandosi in modo anche aggressivo e crudele, attaccando il bestiame sui pascoli vicini. Il cane non si pone certo i problemi che si pone l’uomo e, anche solo per gioco, uccide altri animali.
Semplicemente il cane non ha un etica, perché l’etica è un insieme di principi creati dall’uomo, per sua utilità.

Quindi è utile prendere consapevolezza che l’allevamento degli animali domestici deve comunque avvenire in spazi delimitati di proprietà e quindi in condizioni di cattività, che devono però garantire una vita decorosa agli animali, a prescindere dall’uso che poi si farà di essi.
Quando ci fosse una piena consapevolezza di queste necessità sarebbe più semplice identificare dei ragionevoli obbiettivi per il benessere degli animali rurali ed anche degli agricoltori, i quali si trovano spesso anche a lottare contro l’immaginario collettivo che ha mitizzato gli animali selvatici, anche se carnivori e predatori, ragion per cui agricoltori e proprietari di spazi verdi rurali si trovano a soccombere rispetto a lupi, cinghiali, o anche cani randagi che li minacciano.
Tutto ciò nasce dal fraintendimento del rapporto tra l’uomo e gli animali, che omette dal considerare che l’uomo, non solo nell’ambiente agricolo, si è sempre considerato superiore agli animali, come qualsiasi altro animale che in natura cerchi di prevalere sugli altri.

Il fraintendimento del naturale rapporto tra uomo e animali porta anche a diffondere l’equivoco che l’allevamento zootecnico sia sempre disumano, o che sia più disumano dell’allevamento di cani da compagnia, o di altri animali in città. Gli agricoltori, come i proprietari dei cani di città non fanno altro che anteporre il loro benessere a quello degli animali: l’unica differenza evidente è nel fatto che gli animali da allevamento da carne vengono uccisi per fini alimentari e cioè perché utili all’uomo. Pertanto è più sensato e accettabile uccidere un animale inserito in una filiera alimentare produttiva ‘da carne’, piuttosto che uccidere o maltrattare un cane, o un gatto. Inoltre, proprio perché il maltrattamento degli animali da allevamento si riflette negativamente sulla produzione non è assolutamente utile.
Paradossalmente, in tal senso, non essendo cani e gatti utili a fini alimentari e non essendo sempre utili per altro scopo (compagnia, caccia, guardia) rischiano maggiormente di essere maltrattati, anche semplicemente negando loro spazi adeguati, o condizioni igieniche di vita. Anche un cane da compagnia non è libero di scegliere il suo destino e se non viene ucciso per fini alimentari, ciò non dipende sempre dalla bontà del suo padrone, ma perché mangiar cani non fa parte della nostra cultura alimentare. Molti cani vengono comunque eutanizzati a fine vita e quindi non è l’uccisione dell’animale a esprime il maltrattamento, ma come esso venga allevato e come esso venga ucciso.

In definitiva l’attenzione particolare che viene solitamente riservata, in tutto il mondo, alle aziende agricole zootecniche, in relazione alle problematiche del benessere degli animali, non è più giustificata della regolamentazione della presenza degli animali in città, che oltre a creare condizioni di malessere per gli animali, crea disturbo e a volte favorisce la diffusione di malattie.
Quando il tema del benessere animale viene visto in chiave produttivo-utilitaristica è più semplice farne un tema specifico dell’agricoltura, poiché il suo perseguimento diviene uno dei molteplici percorsi orientati all’incremento delle produzioni agricole: In varie facoltà di scienze agrarie, in tutto il mondo, si studiano le problematiche del benessere degli animali e i risultati degli studi compiuti sono sorprendenti e degni dell’attenzione dei tecnici operativi sul campo e di coloro che si dedicano alla programmazione delle politiche e alla stesura delle normative di settore.

Le norme di settore per essere efficaci dovrebbero avere quindi sempre un legame con la realtà e con la scienza, a pena del rischio di sembrare semplici imposizioni e di trasmettere l’idea che il potere su persone e animali non possa essere equilibrato ed etico. In tale ipotesi di accanimento normativo potrebbe quindi verificarsi che, saltuariamente, qualche allevatore ritenga a sua volta di poter esercitare il suo potere sugli animali con cattiveria e sadismo, togliendo loro ogni dignità, a prescindere da oggettive necessità pratiche.

E’ quindi essenziale che la comunicazione e diffusione delle informazioni relative alle procedure per garantire il benessere degli animali producano regole equilibrate e le presentino come ‘buone pratiche’ , volte a contrastare atteggiamenti e tecniche di allevamento controproducenti, poiché determinano una minore produzione degli animali stressati dall’abituale maltrattamento.

Fonte/i: -

Autore dell'articolo: , 6 maggio 2018

Indirizzo permanente di questo articolo: https://www.agrolinker.com/?id=1787

© Riproduzione Riservata          Collegamento all'elenco dei feeds RSS di Agrolinker         

I commenti per questo articolo sono stati chiusi.

Alcuni articoli tematicamente collegati:
  1. Alcune considerazione sulle ragioni di impegnarsi per il benessere degli animali

  2. Le patate verdi e molto germinate hanno un maggiore contenuto di solanina

  3. I sistemi di allevamento senza gabbie non son privi di sfide per la salute del pollame

  4. Come convincere la gente a mangiare insetti?

  5. Precauzioni contro la trichinosi (Trichinella spiralis; in spagnolo, con spiegazioni)

Collegamento all'elenco dei feeds RSS di Agrolinker