Studio evidenzia un forte sfruttamento del lavoro nelle filiere del tè e del cacao

Uno studio internazionale compito presso l’Università di Sheffield (UK) ha mostrato che lo sfruttamento del lavoro e anche il lavoro forzato sono molto diffusi nelle filiere di approvvigionamento del tè e del cacao. Tale indagine è stata compiuta, durante due anni e denominata ‘L’affare globale dei lavori forzati’; essa ha studiato i modelli di business basati sul lavoro forzato, diffusi in queste due filiere produttive, dove il lavoro, è stato riportato, è condotto sotto una coercizione fisica, psicologica, o economica.

Un elemento che mostra questa ricerca molto più convincente di altre spesso diffuse è che le colture oggetto di attenzione non sono quelle che competono sui mercati globali delle commodity con le produzioni dei paesi occidentali ed anzi lo studio dell’Università di Sheffield accentra l’attenzione su delle filiere, i cui prodotti sono alimenti primari di molti nuclei familiari.

Ciò che accomuna le varie nazioni interessate dalle situazione descritta in questa indagine (in particolare Ghana e India) sarebbe il fatto che le filiere, oggetto di attenzione dei ricercatori inglesi, sono prevalentemente controllate da alcuni grandi marchi internazionali. In Ghana e India i lavoratori di queste filiera produttive hanno paghe molto base e sono soggetti a varie forme di sfruttamento.

Il progetto di ricerca, di cui si riferisce di seguito, si è valso di informazioni provenienti in parte da sondaggi, a cui han preso parte 1000 lavoratori di piantagioni di cacao e tè e in parte provenienti da approfondite interviste a cui han partecipato 120 manovali agricoli e un centinaio di uomini d’affari e funzionari governativi.

Lo studio effettuato è stato diretto dalla professoressa Genevieve LeBaron, professoressa di Politica e co-direttrice dell’Istituto di Ricerca sulle Politiche Economiche (SPERI) dell’Università di Sheffield.

Ella ha riferito: ‘Il tè e il cacao sono materie prime domestiche, prodotte e vendute dai principali marchi mondiali, ma alla base della catena globale di approvvigionamento, che porta tali prodotti nelle nostre dispense ci sono lavoratori molto sfruttati, che sono periodicamente sottoposti ad abusi e che vivono sotto la linea di povertà’.

‘La prevalenza del lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento di tè e caffè dovrebbe essere un segnale di allarme per i governi, il settore produttivo e per gli auditors’. In quest’ultimo caso vi è un richiamo aperto alla responsabilità di coloro che gestiscono gli schemi di certificazione etica delle produzioni, poiché, viene indicato, che tali schemi non sono riusciti nel loro tentativo di creare degli ambienti di lavoro privi di sfruttamento e coercizione.

Sono stati di seguito riassunti alcuni elementi che nell’ambito ricerca compiuta paiono assumere un maggior rilievo e alcuni dati statistici, che sono stati riportati a supporto delle analisi comunicate dall’ufficio stampa dell’Università di Sheffield.

In particolare viene evidenziato che esiterebbero vari schemi comuni di abuso del lavoro nella catena di approvvigionamento del tè e del cacao, che rifornisce il mercato britannico, ma alla base del problema vi sarebbero prezzi bassi e pratiche di rifornimento irresponsabili, i quali originano elevati profitti al dettaglio e per i marchi con cui i prodotti sono venduti, generando come conseguenza una forte domanda di lavoro poco remunerato e forzato da parte delle imprese produttrici.

E in questo senso i ricercatori segnalano di aver trovato evidenze di abusi, tra cui: violenze sessuali, abuso verbale, minacce di violenza, minacce di licenziamento, situazioni di schiavitù legata al pagamento di debiti, scarsa fornitura di beni e servizi previsti dalla legge, come : abitazioni, servizi sanitari, acqua, cibo e cure mediche, assenza di paghe, o loro riduzione (questi ultimi aspetti in particolare nel settore della produzione del tè), mentre in quello del cacao è segnalato, come più frequente, il ricatto economico fino a raggiungere condizioni di schiavitù legata al pagamento di debiti arretrati. Tutto ciò sarebbe provocato dalla necessità di ridurre il costo del lavoro sebbene, riferisce la fonte, tale necessità non pare giustificata se si considera che le attività di questi settori risultano marcatamente remunerative.
Conseguentemente a tutto ciò, i lavoratori di questi due settori produttivi vivono sotto la soglia di povertà.

Tra i soprusi subiti dai lavoratori, che hanno partecipato all’indagine qui riportata, si segnalano i seguenti dati:

Lo studio ha incluso piantagioni certificate da alcuni noti enti di certificazione internazionali; conseguentemente viene rilevato che gli schemi di certificazione etica delle produzioni non sarebbero in grado di garantire gli standard previsti per i lavori più semplici, i quali prevedono ad esempio: un trattamento giusto, paghe, salute, sicurezza e diritti dei lavoratori. In sostanza viene riferito che tali schemi non sarebbero risultati in grado di impedire lo sfruttamento del lavoro e che i relativi standard sarebbero abitualmente violati dai datori di lavoro.

Poca è la differenza, emergente da questa indagine, nel settore della produzione del tè rispetto a quello del cacao. La fonte riferisce che analizzando alcuni indicatori, utilizzati per evidenziare gli abusi nel lavoro ed il trattamento ingiusto, emergerebbe che gli standard indicativi della qualità del lavoro (tra cui il livello dei salari nelle imprese certificate sarebbe inferiore a quello di altre prive di certificazione).

Il lavoratori (inclusi nel campione di studio) avevano riferito di essere stati istruiti per alterare le loro pratiche lavorative al fine di soddisfare gli standard previsti dal processo di certificazione, ma sarebbe poi stato loro richiesto di tornare a interrompere l’applicazione degli standard il giorno successivo; quanto riscontrato ha quindi suggerito agli autori dello studio che i produttori interessati stavano truccando i processi di audit e le ispezioni, necessari per ottenere la certificazione della filiera produttiva.

Infine sarebbe emerso che nel settore del cacao il 95% dei lavoratori che hanno preso parte allo studio non sapevano se il loro luogo di lavoro fosse, o meno certificato. Viene comunque rilevato che anche tra i produttori del settore del cacao c’è una estesa confusione riguardo come funziona la certificazione e se essi fossero o meno certificati.

La professoressa Genevieve LeBaron ha in conclusione indicato: ‘Lo sfruttamento che noi stiamo documentando non è un abuso che si sta verificando in modo casuale a causa di alcune Mele Marce. Al contrario esso è il riflesso di dinamiche strutturali che mostrano come siano organizzate le catene di approvvigionamento agricole globali’.
‘Imprese produttrici di redditi elevati, in cima a queste filiere di approvvigionamento, esercitano una pesante pressione economica sui produttori nell’ambito della determinazione dei prezzi. Ciò spinge marcatamente i produttori di tè e caffè a tagliare i costi e crea una ‘domanda’ impresariale di lavoro economico e a volte forzato.

Ella ha quindi aggiunto: ‘Gli schemi di certificazione etica non stanno riuscendo a bloccare questa domanda. Alcuni dei peggiori casi di sfruttamento documentati in questa ricerca si sono verificati in piantagioni dotate di certificazione etica’.
‘Per risolvere il motivo alla base del lavoro forzato nella produzione agricola mondiale, le organizzazioni governative, industriali e dei lavoratori dovrebbero assicurare che a tutti i lavoratori delle catene di produzione siano pagati salari adeguati a sopravvivere, (dovrebbero) rafforzare il controllo sul lavoro e coinvolgere i lavoratori negli sforzi di bloccare il lavoro forzato’.

L’Ufficio di Comunicazione dell’Università di Sheffield, diffondendo questa ricerca ha precisato che il Dipartimento di Politica della stessa Università è stato classificato nei primi tre dipartimenti dello stesso tipo nell’ambito dell’ultimo ‘Research Excellence Framework (REF)’ (Inquadramento delle Ricerca di Eccellenza) e risulta nelle prime 10 università della ‘Guida 2018 alle Buone Università, del Times’.

Fonte/i: Università di Sheffield, 31 maggio 2018

Autore dell'articolo: , 30 giugno 2018

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