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In alcune aree della terra si verificano frequentemente carenze vitaminiche, le quali risultano tra le principali cause di maggiore suscettibilità alle malattie infettive. Ciò dipende in genere dalla prevalenza, nell’alimentazione delle popolazioni più povere, di alimenti locali che non siano in grado di fornire un apporto di sostanze completo e adeguato alle necessità di una dieta equilibrata
Nell’800 carenza vitaminiche erano frequenti anche in Italia: ad esempio (in pianura padana) vi erano molti casi di pellagra, una malattia neurologica causata da carenza di vitamina A, che colpiva la popolazione agricola povera, la cui alimentazione si basava principalmente sul mais.
Anche nello Zimbabwe ed altre aree dell’Africa meridionale la dieta più comune delle popolazioni povere è tuttora basata principalmente sul mais, che quindi determina un ridotto apporto di vitamina A, della quale, solo 1/3 delle famiglie raggiunge attualmente la metà del fabbisogno giornaliero.
I sintomi di tale carenza di vitamina A colpiscono particolarmente i bambini nelle fasi di accrescimento e vanno dall’arresto della crescita, fino alla cecità; mentre a livello complessivo si riscontra l’aumento del tasso di ‘mortalità materna’ (=’MM-rate’), cioè di morti delle partorienti; è infine frequente una diminuita capacità dell’organismo di contrastare le infezioni.
L’87% della mortalità materna, secondo dati dell’OMS, si verifica nell’Africa sub-sahariana e nel sud-est asiatico (253.000 nel 2020); mentre con riferimento al reddito familiare, sono interessate da tale fenomeno il 90% delle famiglie con basso e medio reddito.
Uno studio ha evidenziato che promuovendo la coltivazione di varietà di mais bio-fortificato con vitamina D si può aumentarne la disponibilità, sebbene il maggiore apporto conseguibile non sia comunque in grado da solo di far raggiungere i livelli richiesti da un’alimentazione equilibrata.
Le colture bio-fortificate sono varietà di piante coltivate in cui è stato ottenuto un miglioramento genetico, per vie tradizionali (l’incrocio), al fine d’incrementare la capacità potenziale di produrre alcune sostanze che hanno valore nutritivo.
In varie aree povere del mondo le colture bio-fortificate sono state di aiuto per migliorare la capacità nutritiva delle piante localmente coltivate e risolvere almeno parzialmente situazioni di carenze estreme di sostanze essenziali. Ad esempio nelle aree in cui è più frequente la coltivazione del frumento sono state create nuove varietà, aventi una maggiore percentuale di proteine, per compensare la carenza di alimentazione carnea.
Nel caso dello Zimbabwe, incoraggiare gli agricoltori a coltivare varietà di mais, che possano apportare una maggiore quantità di vitamina A può essere una parziale soluzione, dato il peso che assume tale alimento nella dieta delle popolazioni più povere, le quali si nutrono di mais circa tre volte al giorno.
Il centro di ricerche britannico di Rothamsted ha quindi creato una varietà di mais bio-fortificato (denominato PVA, in quanto contenente la provitamina-A) ed ha poi condotto uno studio per valutare l’utilità di coltivarlo nelle zone rurali dello Zimbabwe. Lo studio è stato condotto in collaborazione col CIMMYT, un centro di ricerca internazionale sui cereali, facente parte del network di ricerca del CGIAR, che è molto attivo nei paesi in via di sviluppo.
Per quanto riguarda il modello sperimentale utilizzato nello studio, i ricercatori segnalano di aver annotato il cibo assunto in 30 abitazioni di famiglie rurali del distretto del Murehwa in Zimbabwe, durante una settimana di novembre e una di aprile del 2021. E’ stato calcolato anche il reddito familiare e i costi affrontati per alimentarsi, utilizzando dati provenienti da indagini di mercato.
L’impatto del mais bio-fortificato ‘PVA’ sull’alimentazione della popolazione è stato calcolato utilizzando un modello che presumeva che tutti i prodotti a base di mais utilizzati contenessero il livello di vitamina A osservato nelle varietà bio-fortificate.
Dallo studio è risultato ci si possa attendere che circa il 70% delle famiglie, nutrendosi del mais bio-fortificato ‘PVA’ avrebbero soddisfatto il 50% del loro fabbisogno di vitamina A, mentre attualmente solo 1/3 delle famiglie riesce ad assumere tale quantità, che non è soddisfacente, ma è comunque di aiuto all’alimentazione di una popolazione denutrita.
Come ha affermato del CIMMYT, l'autore principale dello studio: ‘Questo studio evidenzia come il mais con provitamina-A potrebbe fare una reale differenza nel migliorare i risultati sanitari dei piccoli agricoltori nelle aree rurali dello Zimbabwe’.
Il risultato dello studio condotto ha però evidenziato limiti di carattere agronomico, che sono abitualmente fonte di stimolo a trovare soluzioni, per chi si occupi di coltivazioni agricole: i livelli di carotene raggiunti nel mais in pieno campo sono risultati inferiori a quelli ottenuti nelle prove effettuate in ambiente limitato – una circostanza frequente nelle sperimentazioni, che non ne invalida il risultato. Infatti in pieno campo interferiscono variabili colturali e ambientali, che, solo se adeguamente gestite, possono, in questo caso, permettere di ottenere il prevedibile incremento del contenuto di provitamina-A.
In breve l’accresciuto livello di nutrienti delle varietà bio-fortificate (geneticamente migliorate per incrocio) è solo potenzialmente espresso dal genotipo migliorato e diviene effettivo in condizioni di coltivazione, che siano in grado, in misura più o meno maggiore, di valorizzarlo. Una maggiore attenzione a questi aspetti può quindi consentire di far avvicinare il risultato delle prove di campo a quello delle prove di laboratorio.
Come riferisce il Dr , scienziato del suolo presso il centro di ricerca di Rothamsted e che ha partecipato a questo studio: ‘È necessario comprendere meglio i legami tra fertilità del suolo, uso di fertilizzanti e concentrazione di vitamina A per massimizzare i benefici del mais PVA per i piccoli proprietari terrieri’.
‘La concentrazione nutrizionale delle colture bio-fortificate è legata all’ambiente in cui vengono coltivate, ma queste famiglie hanno poche risorse per aiutarle a coltivare in modo più produttivo. Studi precedenti hanno dimostrato, ad esempio, un significativo contributo positivo della gestione della fertilità del suolo alla concentrazione di micronutrienti nei cereali.’
Fonte/i: Rothamsted Research, 30 aprile 2024
Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 30 aprile 2024
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