Valorizzazione dei residui delle produzioni di canapa sativa - cannabidiolo (cbd) come componente di mangimi, indirizzati all’allevamento bovino da latte

Negli ultimi anni è stata ripresa in Italia la coltivazione della canapa da fibra (Canapa sativa), una coltura storicamente utilizzata per produrre fibre tessili. Ne era stata a lungo vietata la vendita a causa del contenuto di delta-9-tetra-idro-cannabidiolo (THC), un alcaloide classificato come sostanza psicotropa (vietata)

La Canapa sativa è parente stretta della Canapa indiana, più tipicamente utilizzata come droga. Un tempo le due piante erano considerate due specie differenti. Attualmente sono considerate due sottospecie della specie ‘sativa’: C. sativa Sativa e C. sativa Indica, o anche un’unica specie, la Canapa sativa, suddivisa in ecotipi nordici (da fibra) ed ecotipi meridionali (utilizzabili a fini farmaceutici).

Un’attività pluriennale di selezione di varietà di Canapa sativa con basso contenuto di THC ha permesso negli ultimi anni di riattivare questa coltivazione, con l’obiettivo di ricominciare a produrre fibra tradizionale della canapa, sia per produrre tessuti, che per industria della carta.
Parallelamente alla ripresa della canapa da fibra negli anni scorsi si è però subito diffusa anche la coltivazione della canapa a fini dell’estrazione del cannabidiolo (CBD), un composto d’interesse farmaceutico la cui valorizzazione è stata oggetto anche di ricerche accademiche (link al sito internet dell’Università di Camerino).
Tale composto, seguendo l’orientamento di anche altre nazioni europee, era stato, negli anni scorsi, escluso dalla classificazione come sostanza psicotropa e utilizzato per produrre alimenti e cosmetici a base di cannabidiolo, a cui sono attribuite proprietà rilassanti.
La produzione del cannabidiolo richiede comunque attenzione, affinché la canapa prodotta abbia un basso tenore di THC; in caso contrario è previsto (in Italia) che possa essere sequestrata e distrutta l’intera coltivazione.

In Italia, dalla fine dello scorso anno il cannabidiolo è stato anche nuovamente inserito tra le sostanze psicotrope, la cui vendita è consentita solo in farmacia, previa presentazione di ricetta medica, ma il Decreto promulgato dal Ministero della Sanità è stato poi sospeso dal Tar del Lazio, sebbene sia stata preannunciata la presentazione di un nuovo decreto (collegamento al sito internet dell’Agenzia ANSA)).
Anche la pronuncia del TAR – Lazio non è definitiva e i produttori di questo settore sono quindi in attesa di una prossima ulteriore sentenza prevista per settembre 2024.
La regolamentazione di questo settore rimane quindi incerta, una condizione non adatta a garantire un sicuro ritorno per investimenti, che nel settore della trasformazione delle produzioni possono richiedere notevole impegno economico, per offrire produzioni di qualità, la quale, in gran misura dipende dalla metodologia utilizzata per l’estrazione del CBD.

Da un punto di vista agronomico si può dire che le piante possono avere una percentuale di molecole psicoattive, che varia in funzione delle condizioni di coltivazione e quindi in particolare nei climi e annate siccitosi, o in presenza di errate concimazioni si può ritenere che i valori soglia consentiti potrebbero risultare superati.

In presenza di un quadro normativo più stabile e chiaro, i produttori di questo settore sono presumibilmente in grado di migliorare il principio attivo commercializzato la cui qualità dipende anche dal metodo estrattivo, il quale può servirsi di solventi (es. etanolo; in genere di origine sintetica), oli vegetali, o tecnologie più sofisticate e costose, che utilizzano la CO2 e consentono un estrazione migliore e più completa.

Considerando gli Stati Uniti, a New York City gli adulti di almeno 21 anni d’età possono detenere e condividere (ma non commercializzare) fino a 85 grammi (3 once) di fiori o gemme di cannabis e fino a 24 grammi (0,85 once) di concentrato di cannabis (come oli o liquidi da svapo). Soto i 21 anni lo stesso utilizzo è vietato. La commercializzazione di tali produzioni richiede apposita autorizzazione (Fonte: Regolamentazione di New York City; file ‘.pdf’). Chiaramente, considerando che gli Stati Uniti sono una federazione di più stati, la regolamentazione/divieto è potenzialmente differente in ciascuno stato confederale.

Dato però che in generale i produttori statunitensi di canapa si possono avvantaggiare di una notevole liberalizzazione di questo settore e un quadro normativo più stabile, le problematiche attuali sembrano differenti da quelle italiane e in particolare si segnala quanto è stato oggetto di un recente studio, pubblicato sul Journal of Dairy Science® dell’Elsevier: la valorizzazione dei residui delle produzioni di canapa sativa, secondo un’ottica di economia circolare, per un loro utilizzo come componente di mangimi, indirizzati al settore lattiero-caseario bovino: tale ricerca ha quindi valutato se l’abbondante sottoprodotto fibroso, originato dalla CBD sia alimento affidabile e sano per il bestiame, in particolare per le mucche da latte, in relazione all’eventuale presenza di livelli residui misurabili di cannabinoidi (incluso quindi il THC).

La ricerca, compiuta presso l’Università di Corvallis (Oregon, USA), nel contesto di un gruppo di studio internazionale e constatato l’interesse delle organizzazioni dei produttori di mangimi verso un’eventuale autorizzazione all’utilizzo dei residui di Canapa, per tale fine.
Secondo quanto segnalato dalla fonte, la biomassa di canapa esaurita è risultata un ingrediente sicuro nella dieta delle mucche in lattazione, anche se dotato di un sapore alquanto sgradevole.
A tale residuo sono però anche attribuite proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, che possono apportare benefici al sistema immunitario, alle prestazioni e alla salute generale di un animale.

Il ricercatore principale nello studio compiuto a Corvallis è stato il dottor Massimo Bionaz, del Dipartimento di Scienze degli animali e dei pascoli, dell’Università statale dell'Oregon. Il dottor Bionaz ha spiegato: ‘Sappiamo da recenti ricerche che la biomassa di canapa esaurita ha un valore nutrizionale molto promettente. Essa mostra anche potenzialità nell'aiutarci a raggiungere obiettivi di sostenibilità ed efficienza, possibilmente aumentando l'efficienza nell'uso dell'azoto da parte di un animale e riducendo la produzione di metano’.
Il dottor Bionaz ha poi osservato: ‘Come per qualsiasi ingrediente per mangimi, è fondamentale capire innanzitutto se è sicuro da somministrare alle mucche da latte e garantire che non influisca negativamente sulle prestazioni di lattazione o sulla salute degli animali’.

La ricerca è durata 8 settimane ed ha utilizzato 18 mucche Jersey, nella fase tardiva della loro lattazione.
Dopo i primi quattro giorni di alimentazione con la stessa identica dieta di base, a metà lattazione le mucche sono state divise in due gruppi, uno dei quali è stato alimentato con livelli crescenti di mangime, integrato con biomassa di canapa esaurita e il gruppo di controllo ha ricevuto farina di erba medica, entrambi con un massimo di 13 % di sostanza secca. La somministrazione di biomassa di canapa esaurita ha poi avuto quattro settimane di sospensione, durante le quali gli integratori alimentari sono stati lentamente ridotti fino a zero.

Il gruppo di ricercatori ha poi misurato l’assunzione di sostanza secca delle mucche, il peso corporeo e il punteggio di condizione corporea, la produzione di latte, i componenti del latte e i profili degli acidi grassi durante lo studio, insieme ai parametri del sangue, al metabolismo dell’azoto, alle emissioni di metano e i livelli di attività.
Il Dr. Bionaz ha affermato: ‘I nostri risultati mostrano che la biomassa di canapa esaurita è in effetti sicura come potenziale ingrediente di mangimi per vacche da latte in lattazione e non influisce negativamente sulle prestazioni di lattazione o sulla salute degli animali. Tuttavia, abbiamo notato una diminuzione del consumo di mangime, per le mucche la cui dieta conteneva biomassa di canapa esaurita’.

Il team ha ipotizzato che la bassa appetibilità sia dovuta ad alcune delle nuove caratteristiche sensoriali della canapa. Il dottor Bionaz ha spiegato: ‘Le mucche da latte sono creature di routine e probabilmente non sono abituate al caratteristico odore di puzzola della biomassa di canapa esaurita, specialmente nella sua forma concentrata pellettizzata.’

Nonostante la diminuita alimentazione e quindi assunzione di sostanza secca, la produzione di latte non è stata influenzata ma, viene riferito risulterebbe addirittura aumentata, rispetto al gruppo di controllo, dopo la fase dell’esperimento in cui la canapa, inizialmente somministrata, risulta esclusa dalla dieta dei bovini.

Il dottor Bionaz ha quindi, in conclusione del suo studio, affermato: ‘Nel complesso, e in linea con la nostra ipotesi iniziale, nutrire con biomassa di canapa esaurita, anche con un livello relativamente elevato di cannabinoidi, diminuisce l'assunzione di mangime ma non influisce sulle prestazioni di lattazione o sulla salute degli animali.’

Fonte/i: Journal of Dairy Science (ricerca sviluppata presso l’università dell’Oregon, a Corvallis), 7 febbraio 2024

Autore dell'articolo: , 21 febbraio 2024

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