Nota link-nel-testo Pagine utili e Quotidiani Linka un articolo
Alcuni di coloro che parlano di agricoltura biologica lo fanno senza sapere cosa sia, come espressione di un'agricoltura priva di input chimici ed, in genere, come esempio di virtù contro quella convenzionale, alimentando in tal modo un interessato conflitto tra gruppi di produttori agricoli, fastidioso quanto frequente nell'agricoltura italiana, ma che risulta difficilmente condivisibile da chi se ne occupi senza essere agricoltore.
Altre persone più ragionevolmente parlano di agricoltura biologica su basi scientifiche e di ricerca, valorizzando la preparazione di chi se ne occupi con competenza e nella consapevolezza che un approccio partigiano e impreciso porti a valutazioni approssimative delle problematiche.
Un settore che viene spesso associato all'agricoltura biologica è l'apicoltura, che dopo la moria degli alveari, viene spesso proposta come vittima dell'agricoltura convenzionale, come se questa sia necessariamente impattante e incompatibile con l'apicoltura, che quindi viene spesso proposta come un bastione delle campagne contrarie all'utilizzo d'insetticidi in agricoltura.
Ciò è assurdo, perché, se da un lato è difficile vivere di sola apicoltura, se non praticando un agricoltura part-time (una non agricoltura), questo atteggiamento finisce, in vari comprensori agricoli, con l'incidere negativamente sulla redditività dell'attività agricola, che lascia spazio a differenti utilizzi del suolo, in genere più impattanti anche sull'immagine del miele, che è impensabile possa provenire da distretti industriali.
I ricercatori per fortuna prescindono da queste schermaglie e analizzano ogni situazione per quello che è. In tal modo emergono a volte nuove opzioni di scelta, che scaturiscono da un approccio orientato a risolvere i problemi (più che crearli). Questa è la cosa che balza più all'occhio leggendo il report di una ricerca, che è stata condotta da agro-ecologi dell'Università di Göttingen, in Germania e del Centro di Ricerca ecologica di Vácrátót, in Ungheria e che è stata pubblicata sul giornale 'Basic and Applied Ecology' (Ecologia di base e applicata).
Essi, in esito alla loro ricerca, puntualizzano subito che la valutazione degli effetti sulla biodiversità agricola di misure differenti debba essere effettuata in maniera differente; ovvero confrontare tra loro le misure ambientali, essi sostengono, potrebbe essere fuorviante: devono essere invece valutate nel loro contesto. In questo caso viene quindi respinto il confronto tra agricoltura biologica, come unica condizione che favorisca la presenza di api e la tecnica delle 'strisce fiorite', nell'agricoltura convenzionale.
Nella loro ricerca hanno messo a confronto tre appezzamenti di cereali autunno vernini, in dieci diverse locazioni sperimentali, vicino Göttingen, i quali erano rispettivamente coltivati in modo organico, in modo convenzionale senza strisce fiorite e in modo convenzionale con strisce fiorite. Per due anni l'entità della presenza di api selvatiche è stata registrata al bordo di ciascuno dei 30 appezzamenti interessati dalla prova.
Dai risultati di tale studio è emerso che limitandosi a confrontare i dati raccolti in località sperimentali differenti poteva condurre alla conclusione che i campi convenzionali con strisce fiorite potevano attrarre meno api dei terreni coltivati con il metodo 'biologico'; ma come essi affermano ciò non rappresenta ancora l'intero risultato del loro studio.
'Quando abbiamo guardato più da vicino, questo non ci ha fornito un quadro completo perché non ha tenuto conto del fatto che le strisce di fiori coprono solo il cinque percento circa dei campi convenzionali, che hanno complessivamente un numero significativamente inferiore di api rispetto ai terreni agricoli biologici', spiega il professor del Dipartimento di Agroecologia dell'Università di Gottinga. Il dottor capogruppo del Centro per la ricerca organica di Vácrátót, in Ungheria, prosegue: 'In breve, l'agricoltura biologica, che in genere ha più piante selvatiche rispetto ai campi convenzionali, ha in realtà più successo nella promozione delle api dei campi convenzionali con strisce di fiori.'
Secondo i ricercatori dell'Università di Gottinga, che han condotto questo studio, il ragionamento che andrebbe fatto, a partire dai dati sperimentali ottenuti, è che i campi di grano nell'agricoltura biologica producono solo la metà del raccolto dell'agricoltura convenzionale. Se si tiene, quindi, in considerazione la perdita di resa in frumento, la presenza di api dovrebbe essere valutata a parità di produzione di frumento e quindi una superficie di dieci ettari di terreno agricolo biologico dovrebbe essere confrontata, per quanto riguarda la presenza di api, con cinque ettari di terreno agricolo convenzionale più cinque ettari di strisce fiorite, il che porterebbe a rilevare che in una coltivazione convenzionale ci sono 3,5 volte più api. In questo scenario, l'agricoltura biologica non sarebbe il modo migliore per sostenere le api selvatiche.
Come affermano in conclusione gli autori di questa ricerca: 'Questi dati e queste considerazioni mostrano che parametri e criteri diversi dovrebbero essere presi in considerazione nella valutazione delle misure agro-ambientali. È solo quando prendiamo in considerazione la superficie, insieme alla resa insieme, al tipo di allevamento che possiamo raggiungere una comprensione equilibrata dell'efficacia ecologica ed economica delle misure ambientali'.
Fonte/i: Università di Göttingen - Dipartimento di Agroecologia, 20 maggio 2022
Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 31 maggio 2022
Indirizzo permanente di questo articolo: https://www.agrolinker.com/?id=1980
Cosa è meglio per l'apicoltura? Oculate scelte agronomiche possono indirizzare le politiche agricole
Uno studio mostra che molti virus vegetali si servono del polline delle piante per diffondersi
Pagina Iniziale Forum agricoltura Tecnica produzioni agricole