Uno studio dell'Università della California, Riverside ha evidenziato a livello di laboratorio una relazione tra elevate concentrazioni di selenio in nettare e polline ed alterati comportamenti da parte delle api

Molte sono le ricerche in corso in tutto il mondo per identificare la causa, o le cause concomitanti che potrebbero essere responsabili della forte diminuzione degli imenotteri impollinatori, tra cui principalmente le api. Tra le possibili cause oggetto di attenzione vi sono anche sostanze inquinanti, agenti che ormai contaminano molteplici località della terra e quindi rappresentano un possibile fattore ubiquitario di rischio.
Tra i possibili agenti inquinanti presi in considerazione il selenio è uno dei meno noti. Questo minerale può essere rinvenuto in natura in rocce sedimentarie originate da mari interni preistorici; in seguito alla pratica del drenaggio in agricoltura, esso viene poi dilavato nella sua forma solubile di seleniato (link alla Facoltà di ingegneria dell'Universtà di Trento) e finisce nei corsi d'acqua.
Una tale inquinamento da selenio di origine naturale si verifica ad esempio in California nella San Joaquin Valley, dove però vi è contemporaneamente una forte contrazione della produzione di miele. Questa coincidenza ha portato i ricercatori dell'Università di Riverside a ipotizzare un eventuale collegamento con la diminuita produzione locale di miele.

Il livello di selenio rinvenuto dai ricercatori in campioni di terreno sarebbe in genere inferiore al limite definito come inquinante negli Stati Uniti, ma le piante dotate di rizomi, in particolare le brassicacee (anche note come crucifere: ravanello, rafano, senape, ecc.) sarebbero in grado di accumulare selenio in elevate quantità, fino a originare concentrazioni di 60 p.p.m. nel nettare e di 400-800 p.p.m. nel polline. Nonostante le api possano ritrovarsi a contatto con dosi così elevate di selenio, esse non avrebbero però alcun meccanismo naturale che le induca ad astenersi dal consumarlo.

Il professor John T. Trumble, entomologo, che ha condotto lo studio con la laureanda Kristen R. Hladun segnala infatti che 'La natura non ha attrezzato le api per evitare il selenio. Fino al raggiungimento di dosi di selenio estremamente alte nei nostri esperimenti, le api non hanno mostrato di rispondere alla sua presenza'. La dottoressa Hladun aggiunge: 'Abbiamo comunque trovato che in due tipi di senape ed un tipo di ravanello selvatico anche queste ridotte percentuali generavano accumuli di 60 p.p.m. nel nettare e tra 400 a 800 p.p.m. nel polline. Ma nonostante questo alto accumulo le api non evitano il selenio'.

Dal punto di vista pratico dello studio di laboratorio condotto è stato riscontrato che api che abbiano assorbito elevate concentrazioni di selenio mostrano una ridotta sensibilità per gli zuccheri ed in particolare il saccarosio e quindi come spiega la dottoressa Hladun 'Sarebbe meno probabile che tali api avrebbero indotto altre a nutrirsi, poiché esse non sarebbero stimolate a comunicare informazioni riguardo la disponibilità di saccarosio alle loro sorelle api'.

E' stato inoltre riscontrato dai due autori che le api che si nutrono per un certo periodo di di tempo con dosi moderate di selenio vedono la durata della loro vita ridursi. Le dosi di selenio ottimali per la vita dell'uomo e degli insetti sono infatti bassissime ed una loro solo piccola variazione dà luogo ad un effetto negativo, che è causato, a livello molecolare, dalla sostituzione dello zolfo all'interno delle molecole degli aminoacidi.

Questo studio potrebbe dar luogo ad interessanti sviluppi nei successivi test di campo, ma quanto ad anticipazioni i ricercatori di Riverside procedono con i piedi di piombo e non parlano quindi di 'colony collapse disorder' (link al sito della Rete Rurale italiana) quanto piuttosto di problematiche comportamentali delle api collegate all'assorbimento di selenio. Infatti in questo settore di ricerca notevoli sono le aspettative dei produttori apistici e, a fronte di esse, vi è già stato in tempi recenti chi ha rimediato brutte figure nella convinzione di aver smascherato l'agente responsabile della moria degli alveari, che è così divenuto quindi il 'Sacro Graal' della ricerca apicola.

Come riferisce con moderazione il Prof. Trumble: 'Dobbiamo enfatizzare che i nostri dati non mostrano che si stiano attualmente verificando ampie perdite di api , o che vi sia una qualche relazione con la moria degli alveari (CCD). E' necessario condurre studi di campo per determinare se le api raccolgano, da piante contaminate, dosi di selenio così elevate da causare un significativo effetto sull'apprendimento, i comportamenti e la sopravvivenza di larve e adulti'.

I ricercatori hanno già ricevuto una borsa di studio di 480.000 dollari per tre anni dall'USDA-NIFA al fine di portare la loro ricerca dal laboratorio al pieno campo, con la possibilità anche di approfondire l'eventuale effetto sul comportamento delle api di altri metalli precedentemente rinvenuti all'interno di alveari urbani (es. cadmio e piombo).

Conclude la Dott.ssa Hladun (che conseguirà il suo Ph.D. durante la prossima estate), segnalando: 'Nei nostri esperimenti di laboratorio abbiamo focalizzato l'attenzione sulle singole api, ma le api sono insetti sociali. Nel nostro prossimo lavoro progettiamo di centrare l'attenzione sulla salute dell'intera colonia'.

Fonte/i: Università della California, Riverside, 25 aprile 2012

Autore dell'articolo: , 30 aprile 2012

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