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La somministrazione dell'azoto chimico alle piante agricole prevede come condizione ideale di utilizzare un dosaggio, che tenga conto del tipo di fertilizzante somministrato e della sua capacità di rilascio dell'elemento nutritivo in quel periodo stagionale, tenendo anche conto dell'apporto derivante dalla decomposizione dei residui organici. Inoltre contano la capacità di assorbimento della coltivazione, l'eventuale eccessiva asportazione da parte della coltivazione precedente, le caratteristiche del terreno e la collegata capacità del fertilizzante di permanervi; infine va considerato l'evolversi della stagione, che influisce (es. piogge) sulla mobilità del fertilizzante. Detto ciò è comunque tendenza diffusa ridurre le dosi di fertilizzante, fino a quantità che a volte non risultano in grado di garantire i livelli di produzione raggiungibili, con l'ovvia conseguenza di determinare una riduzione della produzione e della sostenibilità dei costi collegati.
La condizione ideale è quindi, in sintesi, nel trovare un giusto equilibrio tra sostenibilità economica ed ambientale della coltivazione, che altrimenti non può essere effettuata.
L'azoto è peraltro rilasciato anche nell'ambiente naturale, dalla decomposizione della sostanza organica umana, animale e vegetale, che libera tale elemento nutritivo in quantità a volte pericolose per l'ambiente. Ciò, ad esempio, avviene nei luoghi in cui si creino depositi di escrementi avicoli o di pipistrelli (ricchi di azoto ammoniacale e fosforo), per la stabile presenza di questi animali che vi compiono fasi cruciali del loro ciclo di vita.
Il sistema escretore degli avicoli non rilascia urina, ma la veicola verso l'intestino, da cui ne viene riassorbita la componente liquida. Tali escrementi sono quindi estremamente concentrati e formano a volte depositi di notevoli dimensione, come nel caso dei depositi di guano delle isole Galapagos.
A fronte dell'elevato uso di fertilizzanti a livello globale e del collegato inquinamento dell'ambiente (che ad esempio causa lo sviluppo di alghe nei mari e nei fiumi) è comunque ragionevole ridurne l'uso, a causa del loro costo, che è cresciuto particolarmente negli ultimi due anni, in cui la guerra russo-ucraina, ne ha determinato una minore esportazione da tali nazioni (produttrici).
La riduzione dei costi di produzione è peraltro un esigenza costante delle aziende agricole, necessaria a mantenerle in grado di competere con altre, che offrano le stesse produzioni sui mercati globale, o locale. In tal senso molte moderne strumentazioni vengono incontro all'esigenza di ridurre il costo sia delle fertilizzazioni, che delle lavorazioni e dei trattamenti di difesa delle coltivazioni. Ma anche quando le moderne tecnologie non siano disponibili, o convenienti, è sempre possibile, con l'adozione di idonee pratiche agronomiche, ottenere buoni risparmi, migliorando così anche la salute dell'ambiente.
Se fosse possibile effettuare collettivamente un'attenzione a ridurre il consumo di fertilizzanti per unità di superficie se ne potrebbe addirittura correggere la scarsa disponibilità in alcune aree per dirottarli su aree carenti e quindi contenere i prezzi, aumentare le produzioni e anche inquinare meno l'ambiente.
Su questi aspetti si è concentrata una ricerca condotta presso il CIMMYT, istituto di ricerca agricola internazionale, che ha sede in Messico e che fa parte della rete di ricerca del CGIAR. Tale studio ha utilizzato documentazione tratta dalla letteratura scientifica, per stimare il risparmio di fertilizzanti azotati in sistemi di coltivazione di mais, grano e riso in India, Etiopia e Malawi.
Secondo quanto sostenuto dagli autori di questa ricerca sarebbe davvero possibile nel lungo periodo arrivare a effettuare un maggiore uso di fertilizzanti, in zone dove esso è meno diffuso, grazie al loro minor uso in zone in cui, un'eccessiva somministrazione alle coltura stia anche determinando inquinamento ambientale.
La gestione integrata dell'azoto organico e inorganico è stata stimata, considerando anche l'apporto di azoto fornito da letame e colture leguminose, insieme alla somministrazione di fertilizzanti azotati.
La ricerca è partita dalla considerazione che alcune nazioni ad agricoltura meno sviluppata, situate in aree dell'Africa e del Sud-Est asiatico realizzino produzioni cerealicole mediamente molto inferiori a quelle possibili e utili a sfamarne le popolazioni povere.
Sono stati parallelamente stimati sprechi di azoto in una quantità di fino a 1 milione di tonnellate in India, 90.000 in Etiopia e 20.000 in Malawi. Buona parte dello spreco di fertilizzante è quindi riferito all'India, dipendendo dal fatto che nei locali sistemi di coltivazione intensiva e ad alto rendimento, gli agricoltori risulta applichino un eccesso di fertilizzanti azotati sul 90% delle colture di riso e grano e su più della metà delle colture di mais. Meno della metà di tale azoto è quindi assorbito e utilizzato dalle colture: la parte restante viene dispersa nell’ambiente, con un impatto, che può essere ridotto indirizzando gli agricoltori verso pratiche colturali ambientalmente più sostenibili (sistemi di agricoltura integrata), a cui conseguirebbe anche una riduzione del costo di produzione.
Gli autori di questo studio ritengono che il risparmio di fertilizzante azotato possa determinare (seguendo le loro indicazioni) la copertura di gran parte del fabbisogno di altri territori che ne siano carenti, favorendo, nel primo caso, un miglioramento delle condizioni ambientali e, nel secondo, un aumento di produzione, in grado di riflettersi positivamente anche sul benessere del territorio interessato da tale maggiore disponibilità di azoto.
Non si può però evitare di considerare la possibile interferenza di situazioni, tipiche dell'economia capitalistica e dei mercati, che abitualmente determinano che le sole imprese dotate di adeguati capitali, siano davvero in grado di sostenere il costo di acquisto dei fattori produttivi, necessari a incrementare le produzioni agricole unitarie. Sembra quindi difficile poter contare sul fatto che al risparmio di fertilizzante consegua sempre una ricaduta positiva sul benessere sociale di un territorio poco sviluppato, necessitandosi innanzitutto la presenza di una tipologia di aziende agricole, di dimensione piccola e media, che quindi smercino le produzioni sul mercato locale, o le auto-consumino, determinando così l'auspicata ricaduta positiva sull'economia territoriale.
Inoltre, da un punto di vista agronomico, bisogna tendere in conto che un maggiore apporto di fertilizzante è in grado di essere utile solo in presenza di maggiore disponibilità idrica e/o utilizzo di varietà colturali, che riescano ad avvalersene, per loro maggior efficienza nell'uso dell'acqua. E' quindi necessario anche un territorio dotato di infrastrutture idriche (canalizzazioni) e una almeno minima disponibilità di capitale d'esercizio (risparmi/credito) a disposizione delle imprese.
Come segnala di seguito direttrice del Programma di sistemi agroalimentari sostenibili del CIMMYT e prima autrice dell’articolo, lo studio ha analizzato una tipologia di azienda con scarso tasso d'innovazione, una dimensione aziendale medio-piccola, a basso rendimento, di territori dell'India, dell'Etiopia e del Malawi, ed anche un arco temporale ridotto: 'Non abbiamo valutato interventi con orizzonti temporali più lunghi o grandi esigenze di investimento, come l’agricoltura di precisione, la meccanizzazione, o il posizionamento in profondità di fertilizzanti'.
Tale tipologia aziendale pare quindi idonea, per caratteristiche e dimensioni, a beneficiare di una positiva ricaduta della maggiore disponibilità di fertilizzante, ma è probabilmente carente dal punto di vista della disponibilità di capitali, necessari all'acquisto di fertilizzanti, in dose normale, o maggiore di quella attualmente usata. Tale aspetto risulta però corretto attraverso le parole della dottoressa Snapp (di seguito riportate), che segnalano la necessità dell'intervento dei governi dei territori interessati, che dovrebbero quindi agevolare l'accesso di tali sistemi colturali ai fertilizzanti: 'Le politiche globali e i governi dovrebbero dare priorità alle forniture di azoto ai sistemi colturali a bassa resa e bassa fertilità, come le piccole aziende agricole di mais e riso in Malawi, che sono rappresentativi dei sistemi di cereali altamente carenti di azoto su cui fanno affidamento oltre 100 milioni di persone in paesi sub-continentali'.
Ella rende poi compiuto tale concetto affermando: 'L’approvvigionamento di azoto spazialmente differenziato è fondamentale nella crisi globale dei prezzi dei fertilizzanti alimentari'.
'Questi agricoltori', come ha poi aggiunto, 'dovrebbero anche aumentare gli apporti di azoto organico, come letame e colture di legumi. L’approvvigionamento di azoto spazialmente differenziato è fondamentale nella crisi globale dei prezzi dei fertilizzanti alimentari'.
, coautore dello studio e responsabile del settore di ricerca sul cambiamento climatico al CIMMYT ha poi affermato riguardo le problematiche ambientali connesse all'uso dei fertilizzanti: 'Semplicemente risparmiando il fertilizzante in eccesso dalle aree troppo fertilizzate e spostandolo in aree a bassa applicazione si potrebbe aumentare la resa globale dei raccolti del 30%, con enormi riduzioni delle emissioni di gas serra'.
Secondo la dottoressa Snapp la sfida dei prossimi decenni sarà di fronteggiare un aumento di popolazione con una molto maggiore richiesta alimentare ed è quindi necessario ridurre, ovvero ottimizzare l'uso dei fertilizzanti chimici in base all'effettiva necessità delle coltivazioni, ma anche aumentare il recupero delle matrici organiche in grado di apportare azoto alle coltivazioni e il ricorso ai sovesci/coltivazioni di colture leguminose, le quali, come noto, riescono, attraverso la fissazione dell'azoto atmosferico, a dare un loro contributo fertilizzante alle successive coltivazioni.
Fonte/i: Centro Internacional de Mejoramiento de Maíz y Trigo (CIMMYT; Mexico), 3 luglio 2023
Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 31 agosto 2023
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