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L’etichettatura degli alimenti è un discorso chiave nella commercializzazione delle produzioni agroalimentari, poiché la chiarezza aiuta nella fase di commercializzazione. Le produzioni innovative incontrano spesso difficoltà sul mercato per scarsa chiarezza del loro messaggio verso i consumatori, ma un’etichetta ben comprensibile può aiutare a superare la ritrosia ad acquistare
L’esperienza recente ci mostra le difficoltà incontrate dalle sementi geneticamente modificate e la ritrosia dei tanti loro promotori, che rifiutavano anche solo l’eventualità che sull’etichetta alimentare fosse indicata la loro presenza. Alla fine neanche ci fu bisogno di farlo poiché, di fronte a questo atteggiamento, si sviluppò una tale contrapposizione, che la presenza di ogm negli alimenti fu vietata, nel modo più assoluto, senza necessariamente comprendere le implicazioni del loro uso. Il solo riportare in etichetta che un cibo non lì contenga è divenuto un modo di promuovere una salubrità, che però non è ricollegabile a parametri oggettivi.
Il termine salubrità è divenuto da allora molto più aleatorio, poiché esprime spesso solo una denominazione di origine, cioè un legame della produzione a un determinato territorio, o a una tradizione culinaria, come elemento di fiducia incondizionata verso il prodotto, a cui non sempre corrispondono qualità nutrizionali intrinseche, in tal modo, descrivibili. Le innovazioni genetiche (OGM, o altre più recenti, ritenute più sicure) possono portare un miglioramento delle qualità alimentari e della salubrità, però bisogna anche saper accettare la sfida delle regole della commercializzazione dei prodotti, che passa attraverso un etichettatura trasparente: etichette molto comprensibili devono essere accettate, magari in vista di un loro graduale miglioramento.
Riportare l’origine di una merce in etichetta è utile quando permette d’identificare lo stabilimento di produzione e l’esatta partita lavorata (tracciabilità). Limitarsi a indicare che un prodotto viene da una specifica zona d’Italia, ha il valore di richiamare una produzione da anni tipica di quel luogo, effettuata secondo regole prestabilite, utilizzando o meno materia prima del luogo, per riprodurre le stesse caratteristiche gustative. Ma non necessariamente il prodotto realizzato contribuisce a una dieta equilibrata, apporta sostanze utili, o non ne apporta di dannose alla salute. Il richiamo all’origine geografica crea anche suggestione e può essere agganciato al messaggio turistico di un territorio agricolo, per rafforzarlo, o all’opposto per promuovere tale alimento nei differenti contesti turistici di quel territorio.
Etichettatura delle produzioni agro-alimentari derivanti dall’introduzione d’innovazioni scientifiche
Il fatto che la scienza sia indirizzata a migliorare la qualità della vita delle persone non è sufficiente a rendere sempre accettabile la promozione delle innovazioni, che come spesso accade interferiscono con interessi preesistenti, per promuoverne di nuovi, in genere per produrre del lucro agli investitori, per la cui realizzazione, a volte, il valore sociale dell’innovazione può anche finire in secondo piano, nonostante i buoni intenti che spesso muovono gli scienziati, la cui ricerca è risultata finanziata.
Più recentemente l’innovazione scientifica si è interfacciata alla collettività proponendo un’innovazione di profilo forse più elevato di una semplice scoperta; ma anche in tal caso l’atteggiamento di molti scienziati suoi sostenitori non è sembrato considerare che tale innovazione dovesse essere accettata dalla collettività. Mi riferisco al sistema di etichettatura a semaforo: anche in questo caso il messaggio proveniente dal mondo scientifico è risultato sconfitto, forse definitivamente.
Modificare l’etichettatura alimentare significa modificare la modalità di scelta degli alimenti, con la potenzialità di anche aprire la strada ad alimenti innovativi, che possano interferire con le produzioni pre-esistenti.
Il sistema di etichettatura a semaforo all’apparenza era una buona innovazione, essendo basato sulla conoscenza della fisiologia della digestione umana e sulle più comuni abitudini alimentari (non tutte). Tale proposta tentava di aiutare i consumatori a ottenere una migliore nutrizione, ma andava automaticamente a interferire sulle più comuni abitudini alimentari e quindi sul mercato di alcune produzioni, che i consumatori avrebbero poi probabilmente scelto in maniera differente.
In tal caso, proprio chi aveva precedentemente fatto dell’etichettatura il suo cavallo di battaglia, per arrivare alla trasparenza riguardo la nazione di origine degli ingredienti alimentari, si è opposto alle nuove etichette che non sono intuitive. Tanti consumatori avrebbero gradito poter normalmente condurre un'alimentazione più equilibrata e più salubre, ma anche questo aspetto è stato posto in dubbio da chi voleva confutare l’utilità delle etichette a semaforo che, comunque, era chiaro, si temeva avrebbero potuto danneggiare le produzioni più tipiche del bacino mediterraneo.
Non si può trascurare dal considerare che attraverso l’acquisto di beni i consumatori riescono indirizzare le scelte delle imprese, dei governi, degli stati. Per questo motivo il messaggio dell’etichetta deve essere sempre chiaro e non può essere meno obiettivo di un messaggio elettorale.
Il sistema di etichettatura a semaforo non era invece immediato: doveva essere decifrato/interpretato e quindi al di là del fatto che fosse più o meno giusto, esso non era democratico, poiché rischiava di falsare le scelte dei consumatori, nell’acquisto di alimenti.
Il tendenziale conservatorismo del settore agricolo dipende dalla consapevolezza delle variabili che incidono sulla remuneratività
Non si può nascondere che alcuni settori del comparto agroalimentare pongano sistematicamente in dubbio che le innovazioni siano sicure. Più probabilmente essi temono che le innovazioni genetiche possano ‘minacciare’ produzioni/varietà colturali preesistenti e tradizionali, che risultano spesso stabilmente remunerative, rendendo meno rischioso l’investimento dei fattori produttivi e determinando quindi un più probabile ritorno economico e/o sbocco commerciale delle produzioni.
Questo può essere particolarmente vero nel caso del settore dell’agricoltura biologica che quindi costituisce un baluardo di conservatorismo (di origine ecologista) e i ministri dei partiti conservatori hanno quindi spesso fatto dell’agricoltura biologica il centro delle loro politiche.
La ragione della tendenziale opposizione del mondo agricolo alle innovazioni è spesso legata anche al fattore età dell’imprenditore, ma è comunque comprensibile: già in condizioni normali la produzione agricola si caratterizza per una buona dose d’incertezza, che può ridurre la redditività del lavoro e degli investimenti.
L’incertezza dell’esito del ciclo produttivo agricolo dipende da vari fattori: le variabili dei singoli cicli produttivi agricoli, le condizioni agro-climatiche, le tendenze dei mercati internazionali e infine la variabilità (auspicabilmente ridotta) delle politiche economiche per il settore agricolo.
Ogni agricoltore prima di effettuare una coltivazione necessita di analizzare e quantificare i fattori di rischio, sperando di poter poi disporre di condizioni quanto più possibilmente stabili, nel medio periodo. E’ quindi ovvio che non essendo le scelte agevolmente modificabili, vi sia spesso pressione contro le minime condizioni che possano provocare grandi cambiamenti dell’orizzonte economico più tipico e quindi più conosciuto.
Molto del territorio agricolo italiano è frammentato e solo in parte pianeggiante, per cui esistono tipi differenti di agricoltura e solo le aree chiaramente pianeggianti sono vocate per le produzioni quantitative. In molte altre aree prevalgono invece superfici aziendali più ridotte, che quindi necessitano di produzioni in grado di ottenere prezzi leggermente più elevati, per avere una maggiore remuneratività per unità di superficie.
L’innovazione genetica può essere di aiuto sia nel miglioramento quantitativo, che qualitativo delle produzioni. Dove le produzioni sono maggiormente indirizzate verso la qualità, si possono migliorare le varietà tradizionali locali, per renderle più adatte ai numerosi microclimi e a superare le avversità parassitarie. In tal senso può essere utile potenziare la rete di ricerca pubblica, coordinata a livello nazionale, creando collaborazione con le aziende agricole e sempre restituendo varietà migliorate e pubbliche.
Il limite della capacità di promuove le innovazioni scientifiche è emerso chiaro durante l’epidemia
Se l’innovazione tecnologica non arriva per imposizione può essere più agevolmente accettata. La scienza deve essere sempre democratica. Questo aspetto è divenuto molto evidente durante l’epidemia, quando alcuni scienziati, ospitati regolarmente in televisione hanno condizionato fortemente le scelte politiche e il dibattito televisivo, con indicazioni che, partendo da una necessità oggettiva di fondo, di limitare l’epidemia emettevano sentenze drastiche su ogni tipo di obiezione, chiunque la presentasse.
L’interazione con le opinioni televisive era concretamente possibile solo sulle reti sociali (social-network), che quindi hanno assunto un ruolo primario d’indirizzo dell’opinione pubblica: era divenuto impossibile, a chi non fosse medico, muovere qualunque obiezione, anche se scientificamente fondata, poiché masse inferocite di persone comuni, che si attribuivano capacità superiori di discernimento, adottando le opinioni di alcuni scienziati ‘televisivi’ insultavano e azzeravano ogni obiezione. Tra queste persone emergevano presunti divulgatori debunker, che alimentavano tale forte polarizzazione.
Alla fine, o si abdicava a tale prevaricazione, o era giocoforza fare fronte comune con chi rivendicasse il rispetto dei diritti delle minoranze. La scienza non è un partito politico ed ogni teoria può essere confutata, fornendo obiezioni fondate sulla scienza; che possono essere mosse da chiunque sia in grado di farlo. Anche questo aspetto non era sempre accettato, pertanto c’era un livello di prevaricazione molto intensa proveniente dal settore scientifico, che purtroppo ha perso molta credibilità, nel rapporto con la gente.
In un contesto democratico anche una giusta opinione scientifica è solo una delle tante opinioni e non prevale per il fatto di essere giusta, ma per essere anche condivisa da maggioranze. Anche lo scienziato per convincere, in un dibattito, deve rispettare le regole democratiche, che sono alla base della creazione del consenso, su qualunque tipo di questione. Lo scienziato non ha però bisogno di esporsi e promuoversi in televisione, essendo molti di loro ordinariamente consulenti dei decisori politici, che poi si prendono la responsabilità di adottare i loro consigli, assumendosi il rischio politico delle scelte prese. Il limite della capacità di convincere la gente non è quindi nell’imporsi nei dibattiti televisivi, ma nel mettere da parte il protagonismo individuale, nell’interesse collettivo.
La scienza non è un messaggio politico e lo scienziato, per essere politico, deve avere davvero qualcos’altro da dire
Apparentemente anche nel tentativo d’imporre il sistema di etichettatura a semaforo, vi era la volontà di alcuni scienziati di non limitarsi a fare la loro parte nella ricerca e nell’applicazione delle scoperte. Trasformare la scienza in un messaggio politico significa portare avanti il messaggio politico di un ristretto gruppo di persone (un’oligarchia). In un contesto (anche) differente da quello dell’epidemia un gruppo di scienziati è solo una qualunque risibile minoranza.
L’economia è anch’essa una scienza, ma ha più marcati aspetti di democrazia, poiché i consumatori attenti agiscono come scienziati dell’economia e riescono a prevalere dando un senso politico all’acquisto di beni. Dopo l’epidemia le economie sono ripartite e le scelte economiche dei consumatori hanno ripreso a dettare legge indirizzando il rispetto delle opinioni di un gruppo più ampio di persone, che possono guidare le scelte attraverso un acquisto di beni, che è conseguenza delle necessità primarie del momento.
Ad esempio a livello medico l’epidemia sembra abbia prodotto un crollo della richiesta di prestazioni mediche e dell’acquisto di farmaci. Alcune persone dichiarano di avere paura ad andare dal medico. Non è sicuramente una bella cosa, ma è la conseguenza di quella che, da alcuni, è stata percepita come una forte prevaricazione. In alcuni contesti sono stati utilizzati dei metodi inaccettabili, che forse dovrebbero essere approfonditi.
L’etichettatura alimentare deve anche tutelare la salute
Deve comunque essere detto che il settore alimentare ha rilievo d’importanza sociale che supera ampiamente gli interessi degli agricoltori, poiché i cibi sono fonte di possibili problemi di salute pubblica e poiché sono introdotti direttamente nel nostro organismo, in cui vengono a diretto contatto con le sue parti più sensibili. Conseguentemente il settore agroalimentare è sottoposto a maggiori attenzioni e in tal senso gli scienziati riescono a prevalere proprio come consulenti diretti dei decisori politici.
Probabilmente quando alcuni scienziati lamentano di non riuscire a prevalere come vorrebbero nei dibattiti televisivi è perché cercano di utilizzarli per promuoversi, ma si scontrano contro i meccanismi di formazione del consenso democratico, che non sempre essi accettano. Il rischio è che divenga sempre più evidente che il settore scientifico sia, in molti casi, una delle tante oligarchie antidemocratiche e da quel punto di vista gli scienziati promotori di determinate innovazioni, inclusa l’etichettatura degli alimenti, potrebbero degnamente essere registrati come lobbysti, quando non hanno la capacità di comprendere che il loro ruolo è fondamentalmente di consulenti dei decisori politici, eletti dai cittadini. La capacità di comunicazione è utile, si può imparare, ma è un’attività differente, che richiede consapevolezza del contesto.
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Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 22 febbraio 2024
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