La non consapevolezza che il mondo scientifico non ha potere politico ha bloccato (anche) la carne coltivata

Le reti sociali (social-network) sono per molte persone la principale fonte d’informazioni d’attualità e attraverso di esse, il dibattito sulla carne coltivata si è sviluppato, nei mesi scorsi, arrivando a interessare un gran numero di persone che si sono espresse, anche attraverso sondaggi proposti da alcuni utenti, circa l’opportunità o meno di adottare questa innovazione, la quale, a torto o a ragione, è alla fine apparsa una minaccia alle tradizioni alimentari e alla stabilità economica delle imprese di allevamento del bestiame da carne

Fino a qualche mese fa ben poche persone sapevano cosa fosse la ‘carne coltivata’, un prodotto che finora non ha prezzo competitivo con quella vera, ma ha in partenza la presunzione di fornire soluzione a un problema globale, soppiantando l’alimentazione carnea tradizionale.

Tanti avrebbero potuto ipotizzare che un giorno ci saremmo nutriti di pillole di vitamine e integratori, ma pochi avevano forse pensato a un passaggio intermedio, in cui i cibi abitualmente consumati sarebbero stati prodotti in laboratori. Ciò è stato quindi scoperto all’improvviso, perché qualcuno aveva ritenuto fosse importante informare i lettori delle reti sociali, rendendo noto che fosse ormai possibile produrre carne in laboratorio.
Si è quindi diffuso il timore che in futuro la libertà di scelta alimentare potesse essere limitata, dall’obbligo di consumare carne prodotta al di fuori degli allevamenti di bestiame zootecnico. Tanta gente ha così scoperto l’importanza di far sentire la propria voce dissonante.

Il dibattito sulle ricerche (in corso) riguardo la carne sintetica ha quindi inizialmente denunciato l’intenzione di qualcuno, allora non meglio precisato, di produrre carne in laboratorio; tale opzione che era inizialmente parsa poco verosimile, a chi non si era mai informato su questo tema, si rivelò vera, lasciando la pubblica opinione formarsi intorno alla scoperta di qualcosa d’inatteso, che avrebbe forse, cambiato le nostra abitudini di vita e che sembrava caderci addosso dall’alto.

Al dibattito, proseguito online per settimane, hanno partecipato scienziati, ricercatori, portatori d’interessi del settore agricolo e industriale e molti cittadini italiani.
In breve tempo emergeva che studi e ricerche sulla carne coltivata erano in fase avanzata e quindi molte persone accoglievano questa novità con sorpresa.
Sebbene molti italiani sono sembrati subito contrari alla carne coltivata, chi era interessato, o incuriosito da questa novità, di fronte all’approvazione di un’apposita legge di divieto di produzione e commercio ha invocato, insieme ai movimenti che si dichiarano ‘liberali’, il diritto alla libertà di ricerca, d’impresa, al libero commercio.
Tale dibattito, inizialmente confuso, era simile, per carenza di informazioni, a quello che si era verificato nel periodo pre-pandemico, quando solo alcune persone erano risultate in grado di fornire chiarimenti (circa il virus che si diceva in arrivo dalla Cina), a chi chiedeva cosa stesse accadendo.

Nel caso della ‘carne coltivata’ chi comunicava un messaggio contrario ha avuto gioco facile nel denominarla ‘carne sintetica’: si tratta in realtà di normali cellule riprodotte in laboratorio.
Il termine ‘carne sintetica’ è strumentale e improprio, poiché non è possibile creare artificialmente delle nuove cellule e tessuti, pertanto risulta più esplicativo parlare di ‘carne coltivata’, un termine che sottintende la clonazione di cellule viventi, con generazione di nuovi tessuti connettivi, del tipo di quelli che costituiscono i tagli più pregiati della carne d’animali domestici d’allevamento.

Analizzando i primi dibattiti online che si erano sviluppati sul tema della carne coltivata si poteva rilevare che la gente pensasse che il settore della ricerca scientifica, anziché puntare a conseguire obiettivi d’interesse generale, avesse preso a occuparsi di quello di pochi, cioè di chi si sarebbe potuto avvantaggiare del poter offrire, a sorpresa, sul mercato, un prodotto carneo, alternativo alle produzioni tradizionali del settore dell’allevamento zootecnico da carne.

Come era potuto avvenire tutto cio? La ricerca pubblica è pianificata secondo l’interesse generale, mentre quella privata persegue l’obiettivo un ritorno economico e nel farlo può scontrarsi con l’interesse collettivo.
In realtà i promotori di questa nuova tecnica evidenziavano subito i presumibili vantaggi d’interesse collettivo della nuova produzione: ridurre l’impronta di carbonio del processo produttivo e le materie prime necessarie a produrre una pari quantità di carne. Ma il punto debole resta tuttora che il costo di produzione è più elevato di quello richiesto dall’allevamento del bestiame da carne.
Non sembra quindi esserci un immediato problema di riflessi sul prezzo della produzioni carnee.

L’attività imprenditoriale d’allevamento da carne deve essere pianificata in base a previsioni dell’andamento del mercato, che abilitino la possibilità di ammortizzare eventuali investimenti, attraverso l’ottenimento di un reddito costante nel tempo.
Tra gli investimenti oggetto di attuazione da parte di imprese zootecniche vi sono, ad esempio, quelli volti a ridurre le emissioni clima-alteranti dell’attività di allevamento, adattando le tecniche produttive tradizionali al nuovo contesto del cambiamento climatico, verificatosi negli ultimi anni.

L’effetto clima-alterante delle emissioni gassose del settore zootecnico è spesso attribuito alla sola attività digerente, che avviene nel rumine dei bovini; al contrario la ricerca scientifica ha mostrato differenti fonti d’emissione, su parte delle quali si può intervenire, modificando le tecniche.
Una fonte meno nota di emissioni clima-alteranti è, ad esempio, costituita dagli impianti di trattamento dei reflui zootecnici, che posso però essere modificati. Ricerche recenti hanno anche mostrato che il metano emesso dai bovini sarebbe costituito da un isotopo, una forma molecolare, che non permane stabilmente in atmosfera tanto tempo quanto quella prodotta da attività industriali.

Tante persone, che intervengono sulle reti sociali esprimono le loro opinioni, senza conoscere queste problematiche e quindi per loro la soluzione più ovvia finisce con essere il sostituire la produzione ‘naturale’ di carne, con una produzione di carne ‘coltivata’ che, in tal caso si avvantaggerebbe di un’insieme situazione di difficoltà del settore zootecnico.

Chi aveva nei mesi scorsi introdotto l’argomento della carne sintetica, con volontà di criticarne l’introduzione sui mercati, poteva, quindi, alla fine ben proporsi come voce antagonista credibile a quella parte di utenti delle reti sociali che fossero allevatori, o anche cittadini che non desiderassero modificare la loro alimentazione.
Si è così in breve tempo determinata la formazione d’un movimento di opinione contrario alla carne coltivata, che ha portato all’approvazione di una legge italiana, che ne vieta la vendita.
Sebbene la legge approvata sia poi risultata non valida ha segnato l’intento del Governo d’impedire che si possano sopravanzare gli interessi e le abitudini individuali, senza curarsi delle conseguenze.

Stando alle informazioni che provengono dal mondo della ricerca sulla carne coltivata in laboratorio, nel momento in cui in Italia è stata approvata la legge, che vieta la commercializzazione di questa nuova produzione (Legge n.172 dell’1/12/2023), le ricerche in corso non erano ancora a un livello di sviluppo tale da garantirne la competitività coi prezzi delle produzioni ‘tradizionali’; neanche risultano attualmente in corso ricerche di questo genere in Italia.


Il dibattito sulla carne coltivata si è subito polarizzato, così come avveniva per il dibattito scientifico in epoca covid, ma il risultato è stato opposto: la Scienza, invocata, ha perso

Alcuni comunicatori all’emergere, sulle reti sociali, del tema della carne coltivata hanno subito sostenuto la bontà di tale innovazione, in parte riproponendo uno stile comunicativo aggressivo, diffusosi durante l’epidemia di Covid19. Anche nel caso della carne coltivata chi interveniva nel dibattito sosteneva di rappresentare la Scienza e di rifarsi al metodo scientifico. Ho approfondito tale approccio comunicativo nel (->) seguente articolo critico (collegamento ad altra pagina del sito Agrolinker).

Sinteticamente si può dire che i comunicatori che più spesso contrastano il libero dibattito scientifico sulle reti sociali giustifichino tale loro attivismo censore dichiarando di richiamarsi alla scienza, in cui alcuni sostengono di ‘credere’ (‘credo alla scienza’, ‘credo al metodo scientifico’), come fosse una religione. Tale atteggiamento può essere definito ‘scientismo’, un fenomeno che ha caratterizzato la fine dell’800, nell’ambito del positivismo e di cui erano portatori persone comuni, che consideravano la scienza come immanente e in grado di spiegare ogni aspetto della vita quotidiana, risolvendone i molteplici problemi.
La scienza non è un credo religioso, ma un metodo razionale di analisi della realtà, che include la possibilità del dubbio e quindi la rivalutazione di quanto già precedentemente definito.

Nel momento in cui sia trascurato il contesto in cui ciascuna innovazione si inserisce si sviluppano polemiche, che per poter essere smorzate richiedono competenza e disponibilità comunicativa, che vada oltre la quotidianità della notizia giornalistica e la cui mancanza determina disinformazione.

A partire dall’epidemia di Covid19 alcuni utenti hanno preso a usare le loro pagine sulle reti sociali, per mostrarsi come generici portatori d’innovazione, semplicemente promuovendone ognuna che fosse in grado di attivare un dibattito, ma non sempre conoscendone gli aspetti e il contesto, in cui andavano a inserirsi. Ciò sembrava motivato dal solo fine di ottenere maggiore visibilità.
La semplice volontà di promuovere innovazioni non abilita a riuscirci e se effettuata con arroganza crea contrasti e polarizzazioni nell’opinione pubblica. Anche nel caso della carne coltivata è sembrato che alcuni utenti di reti sociali ne dibattessero al solo fine di fidelizzare un numero elevato di lettori nelle reti sociali: in un dibattito polarizzato 50% dei partecipanti, si collocano a ciascuno degli estremi.

Ciò era già avvenuto durante l’epidemia, quando una delle due posizioni estremiste, quella vaccinista, tentava d’isolare e censurare le opinioni di segno opposto: molte persone erano ansiose e sembravano rassicurate dalla consapevolezza che la libertà dei soggetti non vaccinati fosse limitata.
Superata l’epidemia alcune persone sono sembrate, come nel caso della carne coltivata, convinte di poter continuare a imporre le loro opinioni, nei dibattiti, sulle reti sociali. Ma non ha funzionato.


La scienza descrive la natura tramite modelli interpretativi e sfrutta la proprietà dei fenomeni che riesce a descrivere; ma, affinché le scoperte trovino utilizzo, devono incontrare interesse

Anche nel caso della carne coltivata si può ritenere che se tale innovazione fosse stata comunicata, con maggiore moderazione non sarebbe stata bloccata in Italia.
Per quel che si è potuto vedere il dibattito sulla carne coltivata è presto divenuto, come durante l’epidemia di covid19, un altro dei casi di contrapposizione politica tra opinione pubblica ‘conservatrice’ e ‘innovatrice’; anche in questo caso si sono rivisti atteggiamenti d’intolleranza verso le opinioni altrui, con una fetta crescente di pubblico che si è sentita giustificata a criticare gli allevatori di bestiame domestico, in ragione della frequente associazione dell’attività di allevamento al cambiamento climatico.

Tante persone, non conoscendo il contesto economicamente instabile dell’agricoltura, considerano gli agricoltori egoisti e periodicamente scaricano rabbia contro di loro sulle reti sociali.
In agricoltura le scoperte della scienza (in questo caso la carne coltivata) e più in generale le innovazioni possono avere effetti imprevedibili sull’economia, che devono essere ben valutati.

Intorno al mondo della scienza e della ricerca gravitano grossi interessi economici e probabilmente durante l’epidemia alcuni portatori d’interesse, mescolandosi a scienziati e ricercatori, han tentato di far credere, anche attraverso le reti sociali, che ogni scoperta meriti attenzione, a costo d’imporne l’uso con la forza!
Ad esempio la tecnologia dei vaccini ad mRNA ha portato alla ribalta l’utilità e la necessità delle biotecnologie, ma sempre comunque attraverso l’imposizione dell’obbligo a utilizzare tale tipo di vaccino, per contrastare l’epidemia di covid19, che è stato utilizzati senza sperimentazione. La stessa tecnologia ha poi trovato applicazione anche in altri ambiti di cura.
E’ però utile notare che fino all’epidemia c’era forte avversità collettiva verso l’adozione delle biotecnologie (ad es. in agricoltura).

All’esaurirsi dell’epidemia molti insistono tuttora sulla necessità di studiare meglio la tecnologia vaccinale ad mRNA. Nella storia della medicina italiana non mancano infatti spiacevoli esperienze negative sull’uso di farmaci, come, ad esempio, il talidomide, un anti-depressivo, che dopo prolungato uso si scoprì provocava malformazioni fetali, invalidanti (focomelia; di cui alcune persone soffrono tuttora), nei figli delle donne a cui fosse stato somministrato durante la gravidanza.


La scienza non è democratica e non sempre considera il contesto economico in cui le innovazioni andranno ad inserirsi: ciò finisce con lo spingere le innovazioni in un tritacarne

Già nel passato ottocentesco c’erano stati episodi di tendenze dispotiche, originatesi nel mondo della ricerca scientifica: comportamenti ostili simili a quelli verificatisi durante la pandemia di covid19 potrebbero esser definiti richiamando il termine ottocentesco di Scientismo.
La scienza come ideologia, ispirandosi all’Evoluzionismo di Darwin trovò nell’800 sfogo nel positivismo, che ha prodotto le ideologie autoritarie di fine ‘800, che giustificavano lo status-quo di nazioni imperialiste, come la prevalenza dei soggetti più robusti ed adattati all’ambiente.

La mentalità scientifica sviluppatasi nell’800 si scontrava col concetto di democrazia allora non così solido come adesso; pertanto la scienza quando vuole prevalere a ogni costo sull’opinione pubblica mostra il suo innato lato oligarchico, elitario e antidemocratico, secondo cui il più forte prevale. Ciò si riscontra anche nella spietata concorrenza sul lavoro tra ricercatori scientifici.

In democrazia la ragione è delle maggioranze politiche e le decisioni non sono basate sulla verità scientifica; ma la ragionevolezza può consentire di ottenere comunque buoni risultati. L’uso di una comunicazione rispettosa di ogni opinione e non settaria è fondamentale affinché le innovazioni trovino spazio e approvazione generale.
Un atteggiamento tollerante riconosce implicitamente la necessità di dover sempre convincere il decisore politico eletto e garante circa la bontà e l’utilità di una determinata innovazione.

Poiché spesso ciò non avviene, l’Italia risulta una nazione in cui molte innovazioni scientifiche di rilievo vengono rifiutate, per iniziativa di associazioni di cittadini/consumatori e dopo scontri con l’opinione pubblica negli spazi di discussione online e in quelli tradizionali.
A livello di comunicazione accade spesso che esponenti del mondo accademico e della ricerca intervengano sulle reti sociali e i media, ostentando un linguaggio arrogante e improduttivo, che sembra esprimere la cronica frustrazione di non riuscire a vedere recepita, dalle politiche e dalle normative statali, ogni innovazione, anche le più dirompenti sullo stile di vita dei cittadini.

Molti utenti di reti sociali, tra cui anche ricercatori, discutendo di carne coltivata con la stessa boriosa arroganza, comune durante il periodo pandemico, sono sembrati convinti che lo stile di comunicazione tipico del periodo di emergenza pandemica potesse tornare ancora utile a promuovere la carne coltivata; come se chiunque fosse divenuto disponibile ad accettare ogni innovazione, anche se dirompente sul proprio stile di vita.

Procedendo in tal modo anche la ricerca sulla carne coltivata è stata messa ‘nel congelatore’, con la legge n.172 dell’1/12/2023; sebbene la norma varata sia stata subito invalidata dall’Unione europea per un vizio di forma. Ci troviamo quindi in una fase interlocutoria in cui è comunque emersa la contrarietà della maggioranza dell’opinione pubblica alla messa in commercio di questo prodotto.

Un elemento che dovrebbe aiutare a discernere è che la scienza non ha il potere di cambiare il mondo direttamente ma solo supporta gli organi di governo attraverso degli organi consultivi. Il governo italiano, nel caso della carne coltivata, ha deciso qualcosa di differente da quanto previsto da chi aveva investito in questo settore di ricerca.
Molte innovazioni provenienti dalla ricerca per divenire applicative necessitano dell’intervento normativo e a volte economico degli stati: chi le propone deve quindi sempre dotarsi di capacità diplomatica nel rappresentare la ricerca scientifica del suo settore.

Anche quando si parla di scienza con competenza è importante considerare che un’innovazione, anche se all’apparenza rilevante, in fase applicativa non è sempre utile e conveniente.
A questo livello c’è probabilmente uno scontro tra interessi e competenze differenti: chi faccia pura ricerca scientifica non ha spesso formazione di economia e sulle politiche economiche; ne consegue che manca attenzione al contesto economico in cui le innovazioni si inseriscono.
Quando gli operatori di un comparto economico sono anche pressati da tante regole si attendono che quanto loro vietato non possa esser consentito ad altri e che valga il principio di precauzione.

Uno dei classici argomenti di polemica tra scienziati ed economisti del settore agricolo è quello dei prodotti a denominazione d’origine: il fatto che essi siano pagati più di altri cibi di pari valore nutritivo è considerato dai puri esperti di scienza come una truffa: apparentemente non danno rilievo al valore voluttuario, legato alla consapevolezza d’acquistare alimenti storicamente prodotti in determinati luoghi; lo stesso discorso si potrebbe fare per la moda, o per gli abiti firmati.
Durante l’emergenza epidemica le decisioni ‘scientifiche’ di profilassi, hanno in modo analogo prevalso sugli interessi di molti operatori economici, che ne sono risultati danneggiati.
A volte sembra che gli scienziati vivano in un mondo ascetico in cui la gente si nutra solo di quanto essenziale per sopravvivere.

Il dubbio è che in tante incomprensioni interferiscano interessi del settore industriale, che finanzia la ricerca scientifica (anche pubblica) ed a volte risultano sorprendentemente nascosti, con la pretesa, che ciò che è innovativo debba essere per forza adottato/accettato.
Non è una novità il crescente interesse intorno alla brevettazione: una recente riforma della normativa internazionale ha aperto la strada a possibilità di meglio garantire adeguato ritorno economico ad acquisizioni della ricerca scientifica. In tale ambito è però utile notare, parlando di produzione di carne coltivata, che il principale brevetto è di proprietà di un’impresa israeliana.

Un altro motore che spinge la promozione delle attività di ricerca di nuove tecnologie è il fatto che molte start-up sono composte da ricercatori, che valorizzano progetti realizzati nelle università, attraendo investimenti privati. Pertanto i centri di ricerca moderni sono divenuti potenziali incubatori d’imprese giovani e innovative; a tale livello è spesso più presente la consapevolezza che la scienza debba promuoversi a livello collettivo ,con una comunicazione più tollerante, in modo da risultare più agevolmente disinteressata.

La stroncatura della carne coltivata sembra avere aspetti di analogia con quella avvenuta 20 anni fa per gli OGM, quando un messaggio, in stile apodittico, simile a quello usato per la promozione della carne coltivata, era stato inutilmente proposto alla comparsa sul mercato di ibridi transgenici, ottenuti trasferendo geni da un microrganismo del suolo in piante di soia.
Allora si sosteneva, è questo il senso del messaggio, che le nuove varietà di soia(e poi anche di mais) transgenico (definite OGM), essendo più produttive, avrebbero sfamato i poveri della terra. Tale proclama demagogico infondato fu riproposto più volte; d’innovativo c’era sicuramente la nuova tecnologia, non l’uso che si poteva prevedere ne sarebbe stato fatto.
Anche in tal caso per un’innovazione di sicuro pregio (che poi incontrò molte difficoltà) venne segnalata l’abilità di risolvere problemi che quindi andavano oltre il contesto dell’innovazione: la povertà non dipende dalla carenza di alimenti, ma dalla distribuzione delle ricchezze.
La bontà di tale innovazione genetica non era quindi in grado, nel contesto economico dell’agricoltura capitalistica, di portare i benefici che erano stati paventati, ma anzi c’era il concreto rischio che ogni agricoltore si sarebbe trovato a seminare semente ibrida brevettata, previo pagamento di un’apposita licenza. Pertanto nell’opposizione agli OGM le motivazioni di carattere ambientale si mescolavano spesso con semplici, ma importanti considerazioni di natura economica.


Il contesto economico dell’allevamento zootecnico in un economia che si sta adeguando alle politiche di adattamento al cambio climatico

La comunicazione di un’innovazione investe anche altri ambiti che hanno un loro valore: il contesto sociale in cui s’inserisce e il mercato in cui sarà commercializzata e quindi l’impatto sull’economia di una nazione democratica, in cui prevalgono opinioni di maggioranze, che fanno scelte di convenienza economica, nei relativi organi di governo.

Nel caso della ‘carne coltivata’ chi era contrario ha avuto gioco facile a denominarla ‘carne sintetica’: si tratta in realtà di normali cellule riprodotte in laboratorio.
Il settore agroalimentare è iper-regolamentato e ogni operatore economico, nelle scelte quotidiane, ha un ridotto spazio di movimento, poiché ciò che è ingerito deve sempre essere sicuro.
Le produzioni agro-alimentari sono quindi sottoposte a intensi controlli e risulta semplice trovare motivi per marginalizzare produzioni innovative, se possono destare preoccupazioni per la salute.

Peraltro la nuova produzione carnea coltivata non è ancora competitiva per costi e volumi di produzione, nella direzione di conseguire l’obiettivo che gli scienziati si propongono, ovvero di produrre più carne di quella attuale, a un prezzo ridotto, per nutrire meglio una popolazione mondiale in crescita, con anche una riduzione dell’impatto ambientale (emissioni di gas-serra).

La promozione della carne coltivata ha fatto inoltre leva su accuse all’allevamento zootecnico di essere molto impattante sul lato delle emissioni clima-alteranti; ma ciò risultava da studi di alcuni anni fa, che sono stati in parte superati da studi e stime più recenti. Altre ricerche sono state effettuate per studiare tecniche d’allevamento, aventi più ridotta impronta di carbonio.
L’eventuale utilizzo di bibliografia scientifica non aggiornata può quindi artificiosamente aumentare la competitività della carne prodotta in laboratorio e rischia di apparire come un tentativo scorretto di sottrarre quote di mercato a quella prodotta in attività di allevamento del bestiame zootecnico.

Al di là quindi dei riferimenti ideali, abitualmente utilizzati per promuovere le innovazioni scientifiche più dirompenti (e per questo meno agevolmente accettabili) si può, realisticamente, pensare che chi voglia produrre carne coltivata lo faccia principalmente per guadagnarci.
L’eventuale sostituzione della produzione di carne naturale potrà solo dipendere da competizione sul mercato e poco conta il suo valore ambientale/sociale. Tale idea proposta dai fautori più estremisti della carne coltivata, si è rivelata alla fine un grave errore di comunicazione.

Seguendo la traccia della ricerca di settore è già in corso un investimento di risorse per l’adozione di tecniche utili a ridurre l’impatto ambientale degli allevamenti zootecnici, ma per poter arrivare a risultati, che premino le aziende che hanno investito, sono necessarie politiche agricole e un contesto economico stabile.
Un ipotetico cambiamento che porti a produrre carne da tessuti ‘coltivati’ in laboratorio (a prezzi competitivi), renderebbe inutile ogni investimento effettuato da imprese di allevamento (spesso con notevole contributo pubblico), le cui produzioni diverrebbero meno competitive.

Chi si oppone alla carne sintetica vuole probabilmente evitare che aumenti la remunerazione di questa produzione e si realizzino economie di scala, che potrebbero ridurre la competitività delle produzioni tradizionali, danneggiando l’economia di aree rurali collinari dedite alla zootecnia.
A fronte di un costante sostegno economico alle attività agricole è inevitabile notare che le politiche di riduzione dell’impatto ambientale comincino spesso dal settore agricolo, mentre ancora molto c’è da fare per ridurre l’impatto del settore industriale e dei trasporti su gomma.

La carne coltivata potrebbe rappresentare un salto nel buio anche per i consumatori, poiché riducendo la competitività delle attività di allevamento, senza poter subito fornire una produzione alternativa conveniente si rischia di far aumentare il prezzo della carne prodotta in allevamenti e ridurre il numero dei produttori, a danno dell’economia di aree agricole collinari e montane.

Non è quindi strano che, al determinarsi nell’opinione pubblica di contrarietà alla produzione di carne in laboratori industriali, sia giunto un divieto (Legge n.172 dell’1/12/2023) dal Governo italiano, su proposta del Ministro delle Politiche agricole: il settore agricolo è il terminale di molteplici dispendiose politiche pubbliche d’incentivi, per finanziare l’attuazione di buone pratiche, di investimenti in innovazioni (aventi un ammortamento prolungato nel tempo) e per conseguire vari benefici ambientali durevoli, aventi anche il fine di ottenere il miglioramento delle condizioni di vita degli agricoltori/allevatori e quindi la stabilizzazione del tessuto sociale delle zone rurali.

Il divieto all’acquisito della carne coltivata è in concreto una norma d’intervento statale sul mercato, in genere non consentita dall’Unione europea; ma attualmente nessun imprenditore europeo pare interessato a vendere carne coltivata, pertanto la norma non nuoce al Mercato comune.
Il verificarsi di un costante calo del consumo di carne pare invece aspetto maggiormente degno di attenzione, che potrà incidere sui guadagni sia degli allevatori, che dei produttori di carne coltivata.


La risposta dell’Unione europea

L’Unione Europea ha subito segnalato un vizio di forma della legge, quindi invalida e inapplicabile.
In generale si può dire che varie norme finalizzate al conseguimento del mercato unico europeo, sembrano richiedere principalmente che ciascun stato non ostacoli la libera circolazione delle merci e servizi (esteri), ma non paiono invece interessarsi del fatto che ai cittadini di quello stato sia impedito di fare la stessa cosa, come a volte capita in alcuni settori dell’economia; ciò è la logica conseguenza del fatto che molte norme abbiano la forma di Direttive comunitarie, cioè norme di cui possono essere sviluppati gli obiettivi, senza interferire con l’ordinamento statuale vigente.

Un’impostazione del genere finisce col favorire gli esportatori e penalizzare le persone. Si realizza infatti una sorta di libero mercato del più forte, che agevola le speculazioni di pochi, interessati a facili e lucrativi investimenti.
La concreta attuazione del libero mercato (e buon funzionamento) richiederebbe invece presenza di organismi di controllo, che garantiscano l’attuazione di condizioni di libera concorrenza tra tutti gli operatori economici, senza il verificarsi, ad esempio, di monopoli, concentrazioni e cartelli.

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Autore dell'articolo: , 30 giugno 2024

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