Analisi critica di alcune problematiche della comunicazione nelle reti sociali durante l’epidemia di covid19

E’ utile fare un approfondimento sulla comunicazione online, durante il periodo pandemico per evidenziare dinamiche comunicative negative che s’instaurarono e che tuttora paiono attive, con l’esito d’alterare l’equilibrato procedere di dibattiti su importanti innovazioni scientifiche.
Chi sia interessato a una divulgazione della scienza nel proprio ambito di competenza, cerca di solito d’intercettare l’attenzione dei suoi interlocutori, verso i quali è necessaria disponibilità ed empatia, poiché per essere chiari e convincenti servono rispetto e gradimento reciproci

All’inizio dell’epidemia a marzo 2020 c’era un clima d’incertezza e ansia e la consapevolezza che il virus potesse colpire chiunque; alcune altre persone erano invece impazienti rispetto alle misure restrittive al movimento e quindi tendevano a trasgredire. C’era anche chi diffondeva sui social-network notizie inventate, volte ad accreditare l’idea che venisse appositamente creato allarmismo. Studi sull’ansia mostrano che essa induce spesso conformismo e richiesta di autoritarismo, esattamente ciò che a marzo 2020 si poteva percepire dai messaggi di alcune persone che intervenivano sulle reti sociali.

Come già avveniva da tempo vari giornalisti diffondevano sulle loro pagine nelle Reti sociali, notizie dei giornali in cui scrivevano, tra le quali vi erano informazioni e opinioni di politici e medici, riguardo le principali tematiche normative e scientifiche inerenti l’epidemia.
La normale comunicazione di notizie assumeva una maggiore tinta di divulgazione ed era naturale che chi avesse una più estesa cultura scientifica fosse incuriosito verso aspetti, che necessitavano di essere meglio chiariti e che attivavano occasionali discussioni, utili anche a razionalizzare e comprendere le incognite dell’epidemia, consentendo di vivere una vita più serena, rispetto a chi si limiti invece ad applicare ciecamente le prescrizioni ricevute.

Forse a causa del diffondersi di un clima ansiogeno il tentativo di approfondire le notizie scatenava però accese discussioni online, mentre le opinioni divergenti risultavano spesso bloccate, specialmente quando l’intervento sulle Reti sociali avveniva nell’ambito di discussioni attive sulle pagine di medici, i quali sono soliti utilizzarle come strumento di promozione della loro attività.


Fin dall’inizio della pandemia è parso che la classe medica non gradisse che i pazienti si aggiornassero circa le cure disponibili

Già inizialmente si crearono spaccature nell’opinione pubblica intorno ad alcuni argomenti sui quali furono fornite informazioni confuse, in alcuni casi direttamente dalle istituzioni mediche, attraverso la stampa, o le Reti sociali.
Alcuni media segnalavano, ad esempio, che non si dovesse andare ai pronto-soccorsi per evitare di affollarli, che le rianimazioni fossero piene, al punto che, si sosteneva, i medici selezionassero chi intubare.
Da alcune notizie risultava però che un’alta percentuale degli intubati morissero, forse perché le intubazioni erano tardive. Da ciò si desumeva ci fosse anche un margine per effettuare scelte in relazione all’intubazione.

In tale contesto pieno d’incertezza sui diritti garantiti ai cittadini e in cui le decisioni prese risultavano abbastanza arbitrarie sembrava importante saper selezionare le informazioni, per predisporsi a effettuare scelte importanti per la propria sopravvivenza; non è quindi così strano che alcuni, forse nella speranza di avere maggiore possibilità di sopravvivere, segnalassero al momento del ricovero di non voler essere intubati, forse mal-suggeriti da qualche fonte d’informazione sbagliata o malevola, forse per la mancata percezione della gravità del proprio stato di salute, che in tal caso non era stato comunicato.

Non era però dato sapere che i medici degli ospedali considerassero tale scelta molto negativamente nel rapporto col paziente; essa andava probabilmente ad interferire con i piani di cura. Era forse necessaria una maggiore attività di comunicazione attraverso i media, in mancanza della quale qualunque dubbio poteva legittimamente prendere il sopravvento in chi si trovasse in ospedale.

Dagli atteggiamenti successivamente emersi sui media alcuni medici, al contrario, sembravano pretendere che i pazienti avessero una fede incondizionata in loro, la quale è già per sé stessa incompatibile col concetto di consenso/dissenso informato alle cure, che, anche nell’ipotesi del consenso, è subordinato a un livello d’informazione, che metta nelle condizioni di decidere.

Le notizie confuse che giungevano alle persone (prima del ricovero) erano peraltro comunque di fonte medica; ad esempio il magazine medico ‘The Lancet’ aveva riportato gli esiti di un precedente studio sui Coronavirus, in base al quale si interrogava sulla possibilità che i farmaci ACE-Inibitori (importanti salva-vita) agevolassero l’entrata del virus nelle cellule; tale notizia fu poi smentita da successivi studi.
L’Agenzia europea dei Farmaci sconsigliava invece per lo stesso motivo gli Anti-infiammatori non steroidei (FANS), per cui la gente prese ad assumere tachipirina (che nascondeva i sintomi del COVID), come peraltro consigliato dai medici generici, ai quali non erano state consegnate le mascherine e quindi neanche visitavano i malati. In tale contesto caotico potevano risultare decisive le scelte individuali.

Anche altri aspetti di cattiva informazione sulle cure, sgraditi ai medici, erano giunti ai pazienti da fonti ‘mediche’, come era il caso della cura anticorpale, di cui furono date le prime informazioni dai mass-media ai primi di marzo del 2020, cioè quando l’epidemia in Cina era quasi esaurita. Fu diffuso un video in cui un ex-malato segnalava di aver messo a disposizione molto del suo sangue (ricco di anticorpi) per curare i malati. Era un appello a chiunque a fare altrettanto.
Al Policlinico San Matteo di Pavia partì subito uno studio su questa questione, mentre a Milano c’era probabilmente un orientamento scettico. Nella migliore delle ipotesi si parlava di cure compassionevoli, cioè di non provata efficacia.

Anche questa cura determinò successivamente lo stabilirsi di pregiudizi verso coloro che speravano che potesse funzionare. Anche queste persone furono alla lunga definite ‘Novax’.
Dall’ambiente medico pubblico proveniva quindi un costante atteggiamento di fastidio, a tratti snobbismo verso quella fascia di pazienti, che per loro cultura, sono soliti documentarsi sulla scienza ed erano interessati a questa opzione, su cui non c’era alcuna chiara pronuncia contraria.

Un’altra opzione di cura che venne considerata di scarso rilievo, ma poi comunque provata (e infine scartata) era quella con ivermectina, un farmaco veterinario usato sui cavalli come vermifugo, che alcuni ricercatori indiani sostenevano di aver utilizzato efficacemente sui loro malati di covid19. E’ normale che periodicamente emergano nuove funzioni per farmaci utilizzati per curare altre patologie. In questo caso si sosteneva che Ivermectina ad alte dosi avesse attività antivirale, come già era stato scoperto per l’idrossiclorochina (un farmaco antimalarico) che, al contrario di quanto si diceva, era stata utilizzata, in Italia, per mesi nella cura ospedaliera del Covid19, fin quando non fu vietata per la sua pericolosità, principalmente per il cuore. Va comunque precisato che la scoperta dell’azione antivirale di un farmaco non implica che esso sia poi efficace sul virus da combattere.

Prima ancora che si potesse valutare l’efficacia dell’ivermectina alcuni medici e utenti di reti sociali si scatenarono contro questa opzione di cura, ridendo del fatto che si trattasse di un vermifugo per cavalli (già usato in parte anche sull’uomo).
Quasi tutti i farmaci che erano utilizzati nelle cure erano comunque ‘off-label’, cioè usati fuori dal loro uso abituale, previa autorizzazione del paziente; questo aspetto faceva pensare che anche Ivermectina potesse esser provata, come in effetti avvenne con esito contraddittorio.
- Anche il Remdesivir, un costoso antivirale generico è stato testato per mesi (essendo stato fornito gratis dalla casa produttrice), sebbene un protocollo di cura dello Spallanzani a marzo 2020 avesse già indicato che fosse da considerarsi una ‘cura compassionevole’, cioè di non provata efficacia.

Dalla reazione di alcuni medici sembrava che desse fastidio l’attivismo della gente nel proporre nuove cure. Probabilmente molte persone evitarono di farsi ricoverare per seguire piani di cura privati. Alcuni medici sostenevano che fossero più efficaci, ma comunque per praticarli dovevano ottenere il consenso dei malati, cosa che in ospedale non è sempre riscontrabile che sia avvenuta.


La libera scelta del cliente che sia agricoltore, o paziente è importante per la soddisfazione

Alternative tra opzioni differenti, soggette alla valutazione del cliente sono alla base dell’attività di consulenza in varie professioni e si verifica quindi anche negli ambiti di consulenza delle scienze agrarie. Essere in grado di offrire opportunità alternative agli imprenditori agricoli è un aspetto sicuramente gradito: c’è chi preferisce l’agricoltura naturale, chi quella integrata (che integra tecnologie e procedure di ri-naturalizzazione, in particolare per ridurre l’incidenza dei parassiti) e infine c’è chi preferisce l’agricoltura convenzionale.

Ogni tecnico ha forse le sue preferenze, ma quello più bravo sa attuare tutte le tecniche colturali abilitando l’agricoltore a scegliere tra le sue aspirazioni e le opportunità, per lui migliori, di utilizzo delle sue superfici agricole. Nessuno cercherà di far coltivare/allevare all’agricoltore ciò che non gli interessa, anche nel caso in cui tutto sia finanziato dallo stato, o dall’Unione europea.

Con questo si vuole dire che chi faccia comunicazione scientifica deve comunicare opzioni in libertà e cioè alternative di scelta, che rispettino l’interlocutore: la divulgazione in tal modo effettuata non è altro che parte dell’attività di consulenza tipica di ogni professione, avente la funzione di mettere il cliente (o paziente) in condizione di fare scelte informate, di cui non si dovrà poi pentire: la scienza non può essere imposta e deve sempre offrire opzioni alternative, in particolare, per agevolare l’adozione di soluzioni innovative, provenienti dalla ricerca scientifica.

E’ probabile che nell’ambiente medico esistano correnti, partigianerie, provincialismi, cattive pratiche e interessi di lobby, come in qualunque altro ambito scientifico, che possono aver guidato l’opinione pubblica, durante la pandemia, a prendere posizioni non gradite ad alcuni medici, causando contrapposizioni, in cui molti pazienti si son trovati inconsapevolmente coinvolti.

Cosa ci si può aspettare, alla fine, nel rapporto medico-paziente, di fronte a professionisti che sui social-network, anziché dialogare e comunicare in modo chiaro il loro lavoro, preferiscano classificare i pazienti in base a pregiudizi, attribuiti in modo casuale, chiamandoli in particolare ‘Complottisti’ e ‘Novax’ (link ad articolo in cui tale termine compare già a luglio 2020), due termini che erano utilizzati, anche da alcuni giornalisti, già prima che fosse disponibile il vaccino?

Non va quindi bene, quando il medico curante, a casa o in ospedale, non abbia pazienza di spiegare e cercare rispettosi punti di convergenza e invece reagisca negativamente di fronte a umane esigenze dei pazienti, non rispettandone la volontà, o assumendo atteggiamenti di superiorità e fastidio per la cultura dei pazienti, che si trovino a necessitare dei suoi servizi professionali.


Uno sguardo alla comunicazione medico-scientifica sulle reti sociali durante l’epidemia di covid19

Durante l’epidemia vi era a tratti l’impressione che molti medici avessero inteso considerarla come una grande opportunità di promozione professionale e in tal senso si può quindi capire che tanta della rissosità, che si verificava al tentare di dibattere alcuni argomenti d’interesse collettivo in ambito medico, fosse la conseguenza di una certa gelosia corporativa, verso alcuni temi che sono comunque d’interesse collettivo, anche come punto di arrivo di una serie di diritti della persona.

Tanti argomenti medici collegati all’epidemia, non adeguatamente trattati spingevano chiunque fosse in grado di capirne i risvolti di chiederne, sulle reti sociali, un approfondimento.
L’esistenza su alcuni canali televisivi di trasmissioni divulgative di ambito medico avrebbe forse dovuto prefigurare l’esistenza di un pubblico con istruzione scientifica più o meno ampia e interessato a una più approfondita e trasparente trattazione di alcuni dei temi dell’epidemia, che non fossero pura propaganda delle politiche governative.

Alcuni medici presenti sulle reti sociali preferiscono abitualmente fare una comunicazione scientifica d’interazione con loro colleghi italiani/stranieri, che lascia poco spazio ad estranei, ma è sicuramente interessante da un punto di vista divulgativo della loro attività di ricerca e/o professionale; altri medici cercano invece di farsi promozione diffondendo notizie meno tecniche e quindi, durante l’epidemia, rilanciavano notizie di attualità, rifiutando poi spesso d’interagire con chi facesse obiezioni, o facesse domande complesse; in alcuni casi l’accesso alla pagina di qualche medico veniva bloccato, o accadeva che i follower interagissero in modo ruvido, con insulti o attribuendo idee anti-scientifiche o anti-vacciniste, a chiunque obiettasse gli argomenti proposti.

All’apparenza i ‘seguitori’ (follower) sfegatati di pagine mediche erano parte di una galassia eterogenea di ricercatori, medici, professionisti, giornalisti e comunicatori, spesso giovani e forse disoccupati, che si mostravano come fan della scienza, che risultava citata a supporto di qualunque affermazione. Verificando il curriculum di alcune di queste persone risultavano, per quanto riguarda i comunicatori (quando sono laureati) dotati di lauree a indirizzo umanistico.
A causa delle asprezze eccessive che erano utilizzate per criticare ogni punto di vista non allineato si era creata una forte contrapposizione, che tendeva a schiacciare le opinioni tra due estremi: uno anti-Vaccinista e uno che potremmo definire 'Scientista', non sicuramente migliore, poiché interagendo con alcune di queste persone si rischiava di avere a che fare con fanatici, che si ritenevano portatori delle verità scientifica, per il solo fatto di dichiarare d’essersi vaccinati contro il virus del Covid19. A tratti sembrava che l’essersi vaccinati avesse ‘laureato’ tante persone.

I divulgatori non allineati, sulle reti sociali, sono stati in tal modo messi in condizione di non nuocere. Fondamentalmente sembrava fosse precluso il dibattito a chi non fosse medico, ma più probabilmente i medici evitavano di rispondere, o a volte si contrapponevano con durezza, quando si trovavano nella circostanza (che può capitare a chiunque) di non conoscere l’argomento oggetto di discussione.
Sebbene molta gente pensi che un qualunque professionista debba conoscere ogni cosa oggetto di sua competenza, capita frequentemente che si possa non conoscere un dato argomento. Purtroppo a causa dell’epidemia molti medici facevano invece credere di essere le uniche persone adatte a parlare del virus, sebbene la virologia (umana, animale, vegetale) sia d’interesse di varie figure professionali e quindi alla portata di molte più persone. A tratti comparivano medici irruenti, o persone che così si definivano e entravano a piedi uniti nelle discussioni online, impedendo di dibattere di questioni d’interesse collettivo.


Gli abituali errori di comunicazione di una scienza corporativa sono stati proposti durante l’emergenza epidemica come virtù, ma nulla è cambiato

Alcuni scienziati, ricercatori e professionisti che si promuovono sulle rete sociali fanno affidamento su un modo di pensare corporativo e settoriale, che periodicamente sembra guadagnare spazio, secondo il quale ognuno dovrebbe usare le Reti sociali per comunicare, in modo finalizzato, e solo nel proprio ambito di competenza. L’interesse interdisciplinare di chi abbia una preparazione più estesa non sarebbe in tale ottica quello di una persona colta, che s’interroga sul mondo che lo circonda, ma quello del tuttologo, cioè la persona che ostenta una cultura che (nel presupposto) s’intende che non possa avere.
Questo modo di pensare sembra riconducibile a una formazione tecnica, nel momento in cui si scontra, con la cultura necessariamente più estesa, di origine liceale, che porta a ragionare e dibattere di ogni cosa.
Se le società fosse formata solo da tecnici, la democrazia sarebbe già scomparsa da un pezzo. Le persone che si sono contrapposte durante l’epidemia, al di là delle posizioni, si sono prese delle responsabilità e le critiche di chi non aveva la stessa apertura mentale.

All’eventuale prevalere di un modo di pensare limitato, qualunque scienziato/ professionista/ ricercatore vedrebbe molto ridotto il rischio di ricevere domande ‘scomode’ e risulterebbe agevolata sulle reti sociali qualunque attività di promozione, anche se non sempre trasparente.
Ma tale approccio alla comunicazione professionale/scientifica non solo non pare condiviso da tutti gli utenti delle reti sociali, ma parte anche da una visione parziale di questi spazi di discussione, che sono più tipicamente luoghi virtuali indirizzati a interazioni culturali, disinteressate, tra persone, che solo secondariamente provano, a volte, a promuoversi nel loro ambito professionale.

Avere abilità di gestire una grossa rete di contatti amichevoli tra persone di cultura molto diversa è un’indubbia abilità sociale. Alcuni professionisti sembrano quindi puntare piuttosto a una promozione indiretta a partire dal loro profilo umano, cioè quella cosa che rende adatti a creare le condizioni per un interazione umanamente positiva (empatica), anche nel caso del rapporto tra una persona e un consulente.

Secondo lo stesso approccio di cui sopra (spesso dibattuto da alcuni ricercatori e tecnici sulle Reti sociali) non dovrebbe essere possibile sui media (particolarmente radio e televisione), anche, avere confronti alla pari tra scienziati e persone comuni, poiché si sostiene la scienza sia una sorta di verità, rispetto all’opinione di una qualunque persona e quindi uno scienziato non dovrebbe ritrovarsi ad avere un confronto con persone qualunque, portatrici di loro opinioni, a volte contrarie, poiché parlare di scienza non è confronto tra opinioni e la scienza ne uscirebbe sempre perdente.
- Questo è in parte vero, ma il messaggio scientifico calato nella realtà, se entra in contrasto con settori economici ed esigenze collettive, diviene un messaggio politico; per cui il problema sembra essere spesso nel modo in cui la comunicazione dell’innovazione viene proposta, da chi fa ricerca.

La stessa lamentela di cui sopra non viene espressa quando l’esito del dibattito sia favorevole all’innovazione e quindi in generale risulta più gradita la situazione in cui un giornalista intervisti uno scienziato, in assenza di qualunque contraddittorio: ciò è spesso avvenuto durante l’epidemia ed è stato quindi anche un momento di promozione poco trasparente di innovazioni biotecnologiche.

Sembra quindi mancare la consapevolezza, che se il messaggio scientifico non raggiunge l’opinione pubblica è perché mal concepito, con una comunicazione arrogante e poco trasparente, che soffre una frustrata aspirazione a superare le regole, che a tratti emerge dal mondo accademico e della ricerca, per riuscire in qualche maniera a prevalere su un’opinione pubblica spesso conservatrice.
Così sembra potersi, ad esempio, decifrare il senso della conclusione del dibattito sulla carne coltivata, in cui alla fine è prevalso l’orientamento contrario della maggioranza degli italiani.

Anche in tal caso una scienza arrogante, con scienziati alla ricerca di spazi di protagonismo, tentava d’imporre la propria visione della realtà, così come durante l’epidemia altri scienziati erano riusciti a imporre l’applicazione incondizionata di una serie di provvedimenti di natura medica, senza minima possibilità di dibatterli, per chi ne fosse coinvolto. E’ la scienza perdente, che non ha capito il suo ruolo e vive di emergenze e di collegati successi, temporanei e revertibili.
La particolarità del contesto dell’epidemia, può in parte giustificare quanto è accaduto. Ma tale situazione è cambiata e forse qualcuno è rimasto convinto che si possano tuttora approvare innovazioni impattanti, senza valutazione del contesto in cui si andrebbero a inserire.

Procedendo con tale atteggiamento sono state in passato ‘bruciate’, in Italia, altre importanti innovazioni tecnologiche, poiché l’interesse ad avvalersene sembrava sufficiente, a chi le promuoveva, per poterle mettere in pratica, contro ogni interesse contrario.
Non è quindi in genere impedita la ricerca, ma il problema prende corpo a livello del trasferimento tecnologico. Sembrano attualmente emergere forti interessi affinché la ricerca diventi subito innovazione e quando ciò non avviene è fortemente lamentata una posizione oscurantista.

E’ vero invece il contrario e cioè che la ricerca scientifica può essere pianificata ed effettuata seguendo obiettivi, compatibili con gli interessi della collettività. Il ruolo della scienza è infatti solo quello di consigliare i decisori politici, democraticamente eletti.
Qualche scienziato e accademico sembrano invece convinti che il ruolo della scienza sia di governare la società e al loro temporaneo prevalere han forse pensato che il mondo fosse cambiato: l’epidemia era una situazione d’emergenza. Una società ordinariamente governata da una oligarchia di iniziati porterebbero avanti solo i suoi interessi.
La coscienza politica collettiva però puntualmente si risveglia e a gran voce respinge importanti innovazioni. Chi è interessato all’innovazione, ma ha un diverso modo di pensare rimane sconcertato da tanta prepotenza, che non si può condividere e se ne fa una ragione.

Anche le innovazioni vaccinali che sono state introdotte sono parte di un filone di ricerca, in cui sono coinvolti moltissimi ricercatori e alcuni di loro hanno fatto sentire la loro voce sulle reti sociali, con particolare arroganza positivista.
La tecnologia a mRNA apre la strada ad altre importanti innovazioni nella cura di molte malattie, che hanno comportato ricerca e investimenti di gruppi farmaceutici privati.
L’aver adottato principalmente vaccini ad mRNA ha significato avere messo tutti nella condizione di richiedere tale tecnologia: ciò è avvenuto per costrizione a utilizzarla, sperimentarla, approvarla.

Durante il massivo utilizzo di vaccini a mRNA molti hanno forse pensato che la gente di fronte a necessità primarie avesse finalmente accettato le biotecnologie al servizio della vita di tutti i giorni: tanti dei promotori delle biotecnologie si saranno probabilmente sentiti orgogliosi di ciò.
Altri fautori delle innovazioni si sono resi conto del volto arrogante della scienza e non hanno accettato di prendere parte alla festa, preferendo prendersi aggettivi negativi da giovani Bloggher e neolaureati in biotecnologie. La scienza arrogante perde e presto o tardi assaporerà nuove sconfitte.

E’ anche sconcertante che l’oltranzismo di alcuni ambienti medici e di ricerca, durante l’epidemia, sia andato oltre il limite dell’opportunità e non si sia curato di rischiare di danneggiare l’immagine della sanità pubblica, nell’amplificare le possibilità di ritorno economico di innovazioni medico-scientifiche, che, quando entreranno in fase applicativa, avranno costi sostenuti e avvantaggeranno solo poche persone, in contesti necessariamente privati / a pagamento.

Andrebbe probabilmente valutato con maggiore attenzione il potenziale conflitto d’interessi di alcuni medici a cui la legge consente di lavorare sia in strutture pubbliche, che private.
La sempre più diffusa percezione dell’errato modo di rapportarsi di alcuni medici ha determinato, nella fase post-pandemica, un diffuso rifiuto verso la medicina pubblica. Ma quella privata non è differente e molti hanno preso a rifiutare di avvalersi di servizi medici.


Il contributo di democrazia delle reti sociali per un dibattito più trasparente su alcune questioni mediche dell’epidemia e il ruolo nei dibattiti sui mass-media di esperti scientifici indipendenti

Durante l’epidemia è stato consentito ad alcuni medici di esprimersi con arroganza sui mass-media, di fare proclami e biasimare chi tra la gente avesse parere contrario.
Chi giornalista moderava tali dibattiti in televisione non riusciva a farsi portavoce delle istanze minoritarie, che normalmente in democrazia sono almeno spiegate, né il moderatore di trasmissioni è riuscito a contenere la furia censoria di alcuni personaggi, di cui resta testimonianza su YouTube.

Neanche quanto era comunicato nei notiziari riguardo il Covid sembrava rappresentare la usuale informazione giornalistica, poiché la maggior parte delle informazioni riportate sembravano dar voce diretta agli operatori sanitari, di luoghi di cura spesso inaccessibili, o filtrati all’entrata, senza una valutazione critica di quanto da essi riportato, in particolare quando si criticavano alcuni malati.
I pochi servizi che riprendevano la situazione interna agli ospedali sembravano realizzati dopo aver ottenuto l’accesso a reparti chiusi. Per chi era abituato ai giornalisti che s’infiltravano negli ospedali e facevano domande imbarazzanti, ciò non risulta mai avvenuto durante l’epidemia.

Le Reti sociali erano invece riuscite in parte ad aprire una falla in tale sistema informativo, strettamente presidiato, ma ciò non impedì il verificarsi di molti episodi di Cyber-Bullying: tanti giovani comunicatori si associarono, sulle Reti sociali, a una Vandea giustizialista, in nome della ’Scienza’ e raccoglievano agevolmente file di proseliti, offendendo chiunque non si allineasse.

Tra gli account più aggressivi vi erano alcuni giornalisti e personaggi della comunicazione che da tempo vantano di spulciare errori di grammatica negli articoli dei giornali e che spesso censurano chi esprima opinioni su temi scientifici, senza avere la corrispondente laurea.
Dato che queste persone, come molti comunicatori, non hanno laurea, o hanno lauree a indirizzo umanistico, neanche si rendono conto della possibilità che altre persone possano conoscere, per propria formazione scientifica di base, cose che essi ignorano: il loro impegno di giornalisti sembra principalmente rivolto a censurare presunti errori altrui.

Dato che una quantità complessivamente anonima di tormentatori online dichiaravano, senza possibilità di riscontro, di essere portatori di un messaggio (giustizialista) riconducibile alla scienza, si può considerare si trattasse in realtà di un nuovo ‘Scientismo’, corrente di pensiero (positivista) diffusasi a fine ‘800 e in cui si identificavano masse di persone ignoranti, che si sentivano nobilitate dall’attribuire alla scienza ogni soluzione ai problemi umani. Non certamente un fenomeno positivo.
Tale fenomeno demodè, tipico di un atteggiamento comune a più persone (oggetto di possibile studio della psicologia sociale) è stato probabilmente agevolato, durante l’epidemia di Covid19, dalla visibilità offerta a chiunque dalle reti sociali.

Complessivamente è sembrato venir meno il ruolo di WatchDog del giornalismo, i cui protagonisti in molti casi han forse pensato di avere un atteggiamento responsabile, evitando di approfondire aspetti controversi della gestione medica dell’epidemia, che emergevano su alcuni media locali.
Si è vista invece frequentemente un’azione critica e censoria, anche sulle reti sociali, nei confronti di chiunque esprimesse voci di dissenso all’operato dei medici. Tuttora c’è difficoltà, sulle Reti sociali, a esprimere dissenso su alcune questioni: si viene automaticamente definiti ‘NoVax’.

Alcuni comunicatori, sedicenti medici e una vasta quantità di utenti di Reti sociali, durante la pandemia, tormentavano chiunque dissentisse senza essere anonimo (a volto scoperto). Chi era anonimo era invece accusato di nascondersi dietro una finta identità ‘per dire cose prive di riscontro scientifico’: la partecipazione a qualunque dibattito scientifico era impedita a chi non fosse medico.

Da tale complessivo atteggiamento ogni forma di dissenso fu ricondotta a un’area inizialmente definita ‘Complottista’ (cioè ingiustificatamente sospettosa) e poi ‘NoVax’ (già prima che fosse disponibile il vaccino!). Probabilmente ciò ha agevolato chi cercava di dare riferimento politico unitario a tanto dissenso, in gran parte identificabile in un area di destra cattolica, anti-europeista.
Con l’inizio della guerra russo-ucraina le stesse persone furono anche definite filo-russe, lasciando disorientati tanti Novax filo-ucraini e altri gruppi, che protestavano contro la gestione pandemica.

Emarginando sempre più ogni dissenso è stato dato, ai gruppi più estremisti, rilievo maggiore di quello che essi stessi pensavano di avere (facendoli sentire più forti), accomunando ad essi chiunque criticasse altre questioni rilevanti, che non trovavano attenzione mediatica.
Risultava, in tal modo, impedito lo stabilirsi di una protesta moderata, che mettesse a fuoco importanti questioni. E’ stato invece fatto credere che chiunque protestasse fosse parte di un blocco estremista, contrario all’uso dei vaccini e che vi fosse una strategia politica dietro ogni opinione divergente, sulla gestione della pandemia, a livello vaccinale, ma anche nella gestione degli ospedali, dei diritti dei malati, del controllo dell’isolamento in uffici, scuole, RSA, del certificato vaccinale, fino all’obiezione all’intubazione, alla preferenza della somministrazione di idrossiclorochina, di ivermectina, alla cura anticorpale (rispetto ad altri farmaci).

Bastava condividere uno di così tanti comportamenti differenti (atteggiamenti asociali, ma anche istanze di cittadini) per essere considerato un Complottista, o un NoVax, che stesse perseguendo una strategia comprensiva di tutte le dette istanze, più meno condivisibili. Anche persone che si sarebbero potute scontrare tra loro si sono ritrovate, alla fine, accomunate dalla necessità che si conoscano le responsabilità di decisioni politiche e mediche centrali e locali, attuate nella pandemia.


Sui media televisivi si è sentita mancanza di comunicatori in grado di tener testa alle Virostar; ma le reti sociali hanno dato la possibilità di far passare un messaggio differente

Il fatto che durante l’epidemia alcuni medici abbiano potuto dire ciò che volevano in televisione senza quasi contraddittorio, o dibattendo con loro colleghi potrebbe essere dipeso dall’impossibilità dei comuni giornalisti di moderare dibattiti scientifici. I giornalisti, salvo che abbiano una specifica competenza, possono occuparsi di scienza (es. medicina), limitatamente all’attualità.
L’approfondimento tecnico-scientifico oltre l’attualità è appannaggio di docenti, ricercatori, professionisti iscritti in albi, divulgatori di settore; essi possono scrivere articoli a pagamento sui giornali tecnici e scientifici e col tempo divenire, eventualmente, pubblicisti.

Lo scienziato/tecnico che occasionalmente sia giornalista pubblicista è però spesso un personaggio di rilievo del mondo accademico, scientifico, o professionale che, all’opposto, non ha la mentalità del giornalista e quindi la tendenza a indagare le notizie della propria categoria, fino a far emergerne eventuali criticità, ma è di solito un autore che ha pubblicato un certo numero di articoli di scienza/tecnica; rischia così di essere un personaggio di compromesso utile alla sua categoria per avere maggiore visibilità mediatica.

Se i giornalisti che si occupano di scienza hanno lauree in scienze politiche, filosofia, lettere, ecc. non sono peraltro in grado di tener testa a un primario, o a un altro scienziato se non limitando il suo utilizzo del tempo. Durante l’epidemia è accaduto, in definitiva, di vedere interviste raccapriccianti di giornalisti che, oltre a non fare domande scomode ai loro ospiti, hanno, essi stessi, dato sfoggio d’intolleranza verso persone comuni identificate come Novax.

Durante l’epidemia si è quindi percepito un forte deficit democratico, con molti giornalisti che davano sfoggio d’intolleranza anziché promuovere la libertà di espressione. La novità sorprendente è stata il fatto che il movimento Novax, pur collocandosi in gran misura all’estrema destra, è apparso enorme e si è fatto portatore di una intensa domanda di libertà e democrazia.
Al posto di qualunque partito dell’arco costituzionale, la Galassia Novax ha trasmesso un messaggio chiaramente non corporativo e pur facendovi parte anche alcuni medici, essi ha avuto la forza di contrapporsi al potere medico mediatico, con il limite di essere spesso accomunati a un movimento antiscientifico e quindi meno credibile, verso l’opinione pubblica e il mondo scientifico.

Questo aspetto a tratti è sembrato porre in imbarazzo chi si sentiva appiattire su posizioni anti-vacciniste e chiamare Novax, magari per aver solo osteggiato qualche posizione medica ufficiale.
Alcuni medici dissidenti dichiararono di non essere contrari ai vaccini, ma semmai al vaccino ad m-RNA. Alcuni di loro sono stati comunque sanzionati per non aver permesso fosse loro iniettato.

In quel momento il movimento Novax andava apparentemente oltre i confini dell’Anti-vaccinismo, facendosi empaticamente portavoce di una molteplicità di istanze differenti, che sono in tal modo sfuggite ad una manovra mediatica di ghettizzazione, di ogni opinione contraria, che avveniva principalmente sui media radio-televisivi. Anche in alcuni snodi comunicativi delle reti sociali erano attive persone, che pur non essendo portatrici di alcuna competenza scientifica, impedivano il dibattito, con argomentazioni pretestuose.
Le reti sociali, a differenza dei media televisivi, hanno però complessivamente permesso a vari comunicatori di far emergere la voce del dissenso, riuscendo a tratti ad unificare posizioni anche contrapposte.

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Autore dell'articolo: , 31 dicembre 2023

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