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Le foreste dell’Europa settentrionale sono considerate dei grandi serbatoi di carbonio a causa delle grandi estensioni ivi presenti di foreste vetuste di conifere, la cui sostanza organica si degrada molto lentamente, essendo ricca di resine e quindi determina un forte accumulo di carbonio nel terreno. Ma, secondo studi più recenti, la complessiva capacità di questo tipo di foreste di fungere da serbatoi di carbonio sta diminuendo a causa della loro conversione in impianti produttivi di legname da opera e da ardere, in tal caso per ridurre l’uso dei combustibili fossili. Pertanto questo modello di gestione forestale viene considerata compatibile con gli obiettivi di di contenimento del cambiamento climatico globale
Un recente studio pubblicato sulla rivista Science e condotto da scienziati dell'Università di Lund (Svezia) e dell'Università di Stanford (California) ha invece mostrato che una gestione, per così dire, razionale, di tali foreste determina una forte perdita della capacità di accumulare carbonio, sia nel legname prodotto, che, in particolare, nel profilo del suolo; una circostanza che quest’ultimo studio ha mostrato essere, nelle foreste vetuste, molto maggiore di quello che originariamente si pensava. Pertanto la sostituzione di tali foreste ‘primarie’ con impianti industriali per la produzione di legname determina un forte calo della capacità di accumulo di carbonio, particolarmente lungo il profilo del terreno. Questa scoperta potrebbe in futuro indirizzare la ricerca scientifica a correggere tale problema, agendo su fattori che fossero in grado di aumentare l’accumulo di carbonio e che sono tuttora in fase di accertamento.
Per arrivare a circoscrivere tale problema è utile studiare le caratteristiche delle tecniche di gestione colturale intensiva dei suoli forestali; esse sono: il taglio raso, il diradamento, la piantumazione di alberi a crescita rapida, la fertilizzazione, il drenaggio e la preparazione del suolo; per ciascuna di esse è in corso di valutazione l’effettiva capacità d’incidere negativamente sulla capacità del suolo di fungere da serbatoio di carbonio.
I ricercatori sostengono che la presenza di molto ridotte osservazioni del profilo del terreno di foreste primarie indisturbate (carotaggi) ha reso finora difficile quantificare l’effetto della loro conversione sull’immobilizzazione del carbonio, anche considerando che le attuali politiche di limitazione del cambiamento climatico ordinariamente prevedono un razionale sfruttamento di tali foreste, come strategia per produrre biomassa legnosa da ardere, in sostituzione dei combustibili fossili.
Dallo studio condotto presso l’università di Lund è però risultato che le foreste vetuste immagazzinino 78%-89% di carbonio in più (per unità di superficie), rispetto alle foreste gestite in forma di piantagioni industriali; tale maggiorazione si rileva sia negli alberi vivi che nel legname e infine nel suolo fino a una profondità di 60 centimetri. La differenza maggiore riguarda le riserve di carbonio nel suolo.
Per quanto riguarda la procedura sperimentale seguita dai ricercatori che hanno condotto questo studio viene innanzitutto segnalato che, non esistendo una mappa nazionale svedese delle foreste vetuste, i ricercatori dell’università di Lund hanno dovuto, per prima cosa, identificare e mappare foreste che fossero state poco o per nulla influenzate dall'attività umana diretta.
Per riuscire in tale obiettivo , ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra dell’Università di Lund, e i colleghi (tra cui alcuni dell’Università di Stanford - California, USA) hanno combinato dati dell'Inventario Forestale Nazionale Svedese (NFI), dell'Inventario Forestale Nazionale Svedese dei Suoli e dati d’indagini mirate, da essi condotte, in foreste svedesi. Sono stati complessivamente necessari quasi 10 anni, per concludere tale studio.
Nell’attività in campo i ricercatori hanno stimato lo stoccaggio di carbonio in un campione di 200 appezzamenti forestali, scavando nel terreno fino a un metro di profondità. Hanno poi misurato lo stesso valore nelle differenti componenti organiche del materiale di scavo, tra cui vegetazione, legno morto, suoli e prodotti del legno. Partendo da tali valori è stato poi possibile determinare le differenze rispetto a foreste secondarie gestite, della stessa regione.
Nelle foreste primarie di pianura, i ricercatori hanno scoperto che, nel primo metro del profilo del suolo, c’era circa il 64% del carbonio totale di una parcella media, rispetto a un valore del 30% di carbonio presente negli alberi vivi e al 6% nel legno morto. In tutta la Svezia, le foreste primarie immagazzinano 9,9 kg di carbonio per metro quadrato in più rispetto alle foreste secondarie gestite.
Come ha affermato , ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra dell'Università di Lund: "Il risultato più sorprendente è l'elevata quantità di carbonio immagazzinata nel suolo delle foreste vetuste. Si tratta della stessa quantità di tutto il carbonio presente nelle foreste gestite, considerando alberi, legno morto e suolo messi insieme".
Il dottor Ahlström Aveva iniziato tale ricerca durante un post-dottorato presso l’Università di Standford (California), dove è anche attivo , autore senior dello studio e professore di scienze del sistema Terra presso la Stanford Doerr School of Sustainability. Jackspn ha affermato: "C'è molto più carbonio nel suolo che negli alberi di queste foreste boreali vetuste. La perdita di carbonio nel suolo a causa della gestione industriale è persistente e sconvolgente".
Secondo i ricercatori che hanno condotto questo studio a ciò consegue che l'impatto climatico della conversione di foreste boreali primarie in foreste gestite potrebbe essere molto maggiore di quanto si pensasse in precedenza.
Per conseguenza, come ha affermato la dottoressa Pascual l’utilizzo di una razionale gestione forestale, nel senso di uno sfruttamento industriale nell’ambito della filiera agro-energetica non risulta in grado di contenere il cambiamento climatico con efficacia confrontabile a quella offerta dal mantenimento di foreste vetuste (non gestite), essendo emerso un minore accumulo di carbonio anche nel legno prodotto da foreste gestite in maniera intensiva: "Il carbonio immagazzinato nei prodotti in legno provenienti da foreste sfruttate è relativamente piccolo e non compensa nemmeno la differenza nel legno morto, per non parlare delle differenze tra alberi vivi e suolo. Questo perché la maggior parte dei prodotti ha una vita breve, come la carta e le bioenergie, dove il carbonio ritorna rapidamente nell'atmosfera. Alcuni dei cambiamenti che abbiamo riscontrato sono intuitivi: le foreste primarie hanno alberi più grandi e contengono più legno morto. Ma non eravamo sicuri di cosa aspettarci dai suoli".
La permanenza di foreste vetuste è stata e sarà quindi ancora importante per capire quali sia la gestione forestale più idonea a contenere il cambiamento climatico, come ha affermato il dottor Ahlström: “ll confronto tra lo stoccaggio di carbonio nelle foreste vetuste e in quelle gestite è fondamentale, perché le misurazioni contemporanee dell'assorbimento di carbonio possono non rilevare le ingenti perdite storiche di carbonio. Lo stoccaggio di carbonio mostra il quadro completo nel tempo. Le foreste primarie fungono da riferimento per comprendere come la gestione forestale influenzi gli ecosistemi e il bilancio del carbonio”.
Come sostiene la dottoressa Pascual: “La conversione delle foreste vetuste riduce lo stoccaggio di carbonio del paesaggio più di quanto si credesse in precedenza. Proteggere le foreste vetuste rimanenti e consentire alle foreste non gestite di rigenerarsi potrebbe fornire benefici climatici sostanzialmente maggiori di quanto dimostrato da studi precedenti. Gran parte del taglio raso che avviene ogni anno si verifica nelle foreste vetuste”.
Ricerche precedenti avevano mostrato che tra il 2003 e il 2019, la Svezia aveva perso foreste vetuste non protette a causa del disboscamento a raso, a un tasso dell'1,4% all'anno, cioè sei volte maggiore della perdita di foreste primarie nell'Amazzonia brasiliana. Ma la perdita di foreste vetuste boreali è più difficile da monitorare, poiché il cambiamento di foreste pluviali primarie tropicali (verso la piantagione di specie differenti, come la palma da olio) è rilevabile attraverso satelliti artificiali, mentre il cambiamento della sola modalità di gestione non risulta altrettanto percettibile.
Il dottor Ahlström riferisce, in conclusione: “I nostri risultati dimostrano che proteggere le poche foreste primarie rimaste ha un potenziale molto maggiore di rallentare il cambiamento climatico di quanto si pensasse in precedenza. Il ripristino dei siti degradati dalla silvicoltura industriale potrebbe anche aumentare la biodiversità e immagazzinare ancora più carbonio."
Nonostante quanto scoperto rimangono aperti importanti interrogativi, tra cui il contributo delle tecniche di gestione forestale alla capacità di stoccaggio del carbonio. I canali di drenaggio, l'aratura e gli incendi controllati potrebbero avere un ruolo, così come la perdita di funghi benefici nel suolo che aiutano gli alberi ad assorbire i nutrienti. Una delle ipotesi da valutare è che le foreste vetuste ospitino una maggiore varietà di microrganismi nelle radici degli alberi e nel suolo; tale opzione, se confermata, potrebbe aprire la strada all'inoculo di microrganismi per accelerare la transizione dei suoli forestali gestiti verso uno stato in cui sequestrino più carbonio, "senza dover aspettare secoli che le foreste vetuste si sviluppino naturalmente".
Fonte/i: Lund University, 19 marzo 2026 – Standford University, 19 marzo 2026
Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 30 aprile 2026
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