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Problematiche dell'allevamento nel cambiamento climatico in corso
Da quando l'attenzione al cambiamento climatico si è fatta più serrata hanno trovato spazio tendenze, a volte estremiste, che propongono modelli di vita del tutto nuovi, che, se per alcuni rappresentano una naturale evoluzione della propria esistenza, per molte persone sono solo fonte di stress, poiché le vede interessate da una richiesta di adattamento a un contesto di vita e produttivo completamente nuovo.
In particolare il veganismo, criticando per principio la pratica dell'allevamento zootecnico, comporta, e propone a tutti, un rapido adattamento a nuove produzioni e a nuovi modi di produrre, che non sempre sono compatibili con le caratteristiche delle imprese agro-zootecniche; tali modifiche vanno quindi a costituire un ulteriore fattore di selezione, che marginalizza gli operatori agricoli più deboli.
L'implementazione, nelle politiche d'interesse collettivo, di idee e stili di vita di ridotti gruppi di persone finisce coll'imporre scelte che, se fossero sempre convinte e mature, sarebbero praticate solo dai diretti interessati. In realtà come avviene per ogni politica autoritaria, spinta da motivazioni (morali) distaccate dalle esigenze della natura umana, l'imposizione a livello collettivo di scelte di vita tipiche del veganismo (che è parte della religione induista) necessita, in Italia come in India, di un'imposizione autoritaria collettiva, perché chi non sia per sua natura vegetariano difficilmente riuscirebbe ad astenersi dall'alimentazione carnea è naturale per l'uomo, una specie animale che, se non stabilmente carnivora, è comunque onnivora.
A mio modo di vedere è stato quindi naturale che il veganismo andasse, nei paesi occidentali, a fondersi con il settore, le cui priorità, in questo momento maggiormente si valgono di azioni coercitive (o fortemente finanziate): le politiche di adattamento al cambiamento climatico.
Con l'evolversi delle conoscenze scientifiche riguardo le emissioni di gas-serra collegate al settore dell'allevamento, le motivazioni che erano utilizzate per imporre tale cambiamento di abitudini sono però gradualmente venute meno, sebbene ancora molte persone e media continuino a veicolare informazioni (errate) che ricollegano l'allevamento zootecnico a un aumento del cambiamento climatico, anche maggiore di quello di settori notoriamente inquinanti, come il settore dei trasporti.
E' utile premettere alcune conoscenze di base sul cambiamento climatico:
Il metano emesso dal bestiame d'allevamento sarebbe, secondo studi più recenti, solo il 5,4% delle emissioni di gas serra nell'atmosfera; mentre le emissioni di gas serra del settore dell'allevamento zootecnico ammontano al 10% del totale.
Precedenti studi quantificavano, invece, il contributo globale del bestiame d'allevamento al cambiamento climatico, in misura maggiore di quello del sistema dei trasporti, poiché non distinguevano la quantità di metano (CH4) contente l'isotopo 14 del carbonio, da quella, molto maggiore contenente l'isotopo 12.
Tale questione è dettagliatamente spiegata in un chiaro articolo, pubblicato dal sito internet italiano di divulgazione 'Carni sostenibili', il quale riprendeva un articolo pubblicato dal giornale Nature, il 19/2/2020 e intitolato 'Preindustrial 14CH4 indicates greater anthropogenic fossil CH4 emissions'.
E' possibile aumentare la disponibilità di cibo convertendo aree pascolive alla produzione cerealicola?
Uno studio recente, condotto presso il Centro di ricerche britannico di Rothamsted, in collaborazione con il collegio rurale scozzese (SRUC; di Aberdeen), ha valutato la sostenibilità economica e ambientale dell'ipotetica sostituzione dell'allevamento zootecnico, di una delle zone inglesi più vocate per tale attività (il sud-ovest dell'Inghilterra), con un'agricoltura a prevalente indirizzo cerealicolo (frumento invernale). Sono emerse una serie di criticità di seguito riportate, la principale delle quali è legata legata al cambiamento climatico, che impedisce di completare il ciclo produttivo in condizioni fenologiche (stadio colturale) e pedologiche (suolo) idonee alla raccolta, con conseguente fallimento dei raccolti.
Lo studio condotto a Rothamsted ha considerato opzionalmente sia la presenza che l'assenza di cambiamento climatico e, tra un caso e l'altro, si passerebbe da rese maggiori di 140 quintali ad ettaro, a rese inferiori ai 30 quintali/ettaro.
E' alla fine risultato che la produzione cerealicola su terreni pascolivi riconvertiti avrebbe successo solo nel 28% dei casi; in tal senso è anche utile considerare che in Inghilterra vi è normalmente uno dei climi più adatti a conseguire elevate produzioni di frumento invernale, poiché la temperatura si mantiene mite fino alla fine del ciclo colturale, permettendo alla fotosintesi clorofilliana di raggiungere la sua massima efficienza.
Al contrario nei climi mediterranei, alla maturazione del frumento le temperature sono più elevate e provocano il fenomeno della foto-respirazione, che determina la degradazione di parte dei carboidrati prodotti dalla fotosintesi, riducendo quindi le rese produttive.
L'autore principale di questo studio, il dottor ha dichiarato: “L'adattamento al clima che cambia e ai cambiamenti nelle richieste dei consumatori ci costringerà a diversificare la terra dai suoi usi attuali. Il pascolo del bestiame è il principale tipo di agricoltura nell'ovest delle isole britanniche ed è stato suggerito che i prati nella regione potrebbero essere convertiti ad altri usi del suolo, come la coltivazione di cereali.
Tuttavia, le nostre simulazioni suggeriscono che, per il sud-ovest dell'Inghilterra e le regioni soggette a una combinazione simile di tipi di suolo e climi, piantare grano invernale tra ottobre e dicembre sarebbe impossibile in alcuni anni a causa di vincoli alla 'lavorabilità' del suolo.”
La 'lavorabilità' è la capacità di un suolo di sostenere l'aratura e, insieme alla 'trafficabilità' (la capacità del suolo di sostenere macchinari agricoli pesanti senza danneggiarsi) dipende dalle condizioni meteorologiche, dalle proprietà del suolo e dal precedente impatto dei macchinari.
Come segnalano i ricercatori, considerando le condizioni pedo-climatiche tipiche del luogo della prova, l'eventuale verificarsi di condizioni inadatte del suolo, durante i periodi di semina o di raccolta, possono diminuire notevolmente la resa della coltivazione.
Dallo studio condotto è emerso che tra i tipi di suolo e gli scenari climatici previsti, la possibilità di seminare con successo il frumento invernale, tra ottobre e dicembre, variava dal 28 al 76% a seconda dell'entità delle precipitazioni atmosferiche. Pertanto la semina del frumento potrebbe risultare impedita, in tale zona.
La raccolta del frumento è risultata invece meno influenzata dalle precipitazioni, le quali nella zona oggetto di studio si ritiene varieranno, entro fine secolo, tra 6 e 17 giorni/anno.
Considerando quindi l'incidenza del cambiamento climatico è risultato che, nella zona oggetto di studio, il passaggio dalla produzione agro-zootecnica a quella cerealicola influisce anche negativamente sull'accumulo di carbonio nel suolo e quindi sulla resilienza dell'ecosistema rispetto al cambiamento climatico, infatti è risultato, ad esempio, che un prato foraggero di loietto, tagliato tre volte l'anno, poteva immagazzinare più carbonio di un terreno coltivato a frumento, nonostante determini una maggiore emissione di gas serra (considerando in tal senso anche metano e protossido di azoto).
- Convertendo un prato di foraggere in coltura cerealicola si ha infatti annualmente una perdita di 165-280 kg di carbonio per ettaro, a seconda dello scenario climatico e del tipo di suolo.
In conclusione il dott. Wu ha affermato: “La conversione dei prati nella regione non sarebbe sostenibile in termini di sequestro del carbonio, sebbene le applicazioni di letame del bestiame o altri materiali organici potrebbero mitigare in una certa misura le perdite di C nel suolo. In termini di immagazzinamento del carbonio nel suolo, la conversione dei pascoli in grano invernale è quindi insostenibile in aree con suoli e climi simili al sud-ovest dell'Inghilterra, come molte altre aree del Regno Unito e del nord Europa.”
La produzione di frumento invernale può essere raddoppiata migliorando le varietà locali
Un precedente studio compiuto anch'esso presso la stazione di ricerca britannica di Rothamsted, i cui risultati sono stati diffusi all'inizio dell'estate, ha mostrato che è comunque possibile aumentare la produzione cerealicola senza riconvertire terreni destinati a un agricoltura più estensiva e quindi rispettosa dell'ambiente. In questo caso sarà infatti la biotecnologia a venirci in aiuto. Ogni territorio ha una sua differente vocazione economica e produttiva. La soluzione proverrà quindi dal miglioramento genetico delle varietà meglio adattate ai differenti climi e terreni, cercando anche di migliorare ulteriormente tale adattamento, che significa anche minore suscettibilità alle avversità.
Bisognerà quindi seguire il percorso opposto a quello normalmente effettuato nella costituzione delle sementi commerciali, le quali vengono prima migliorate e poi provate nei differenti climi.
In questo caso si partirà dalle varietà locali, essendo ora disponibile la conoscenza del genoma di quasi tutte le piante coltivate e dalla conoscenza di quali geni sono alla base dei principali fattori di miglioramento produttivo.
Le produzioni mondiali sono solo la metà di quelle che potrebbero essere ottenute attraverso il miglioramento genetico, c'è quindi un buon margine di ulteriore miglioramento, che può essere conseguito, utilizzando la variabilità accumulata nelle banche del germoplasma, le quali conservano sementi di molte specie e varietà, portatrici di caratteristiche adattative, utili ad attività di miglioramento genetico (in particolare editing genetico), per sviluppare varietà migliorate dal punto di vista produttivo e adatte alle condizioni pedo-climatiche di ciascuna regione di coltivazione.
Il dottor e il dottor hanno co-diretto questo studio. Il dottor Semenov ha affermato: “La produzione globale di grano potrebbe essere raddoppiata dal miglioramento genetico delle cultivar locali, senza aumentarne la superficie globale”.
Utilizzando i dati esistenti sul contributo di diversi geni ai tratti delle singole piante (dimensioni, forma, metabolismo e crescita), i ricercatori hanno eseguito moltissime simulazioni al computer per progettare piante di grano 'perfette', già adattate a vari ambienti locali.
Lo studio, pubblicato su Nature Food, esamina un totale di 53 regioni di coltivazione del grano in 33 paesi e copre tutti gli ambienti di coltivazione del grano nel mondo. Ai fini delle valutazioni delle performance simulate nei diversi ambienti è stata utilizzata come riferimento la varietà Sirius, la cui resa è stata confrontata con quella potenziale di 28 varietà di grano, coltivate nelle dette 53 regioni di coltivazione e considerando, per ciascuna, la presenza delle migliori condizioni di coltivazione possibili.
La simulazione realizzata ha evidenziato potenzialità produttive che vanno da quattro tonnellate in Australia e Kazakistan, fino ad arrivare a 14 tonnellate di grano per ettaro, pronosticate per la Nuova Zelanda.
Successivamente utilizzando lo stesso modello è stato possibile progettare varietà locali ottimizzate per i diversi tratti vegetali, che contribuiscono alla resa e che sono potenzialmente oggetto di miglioramento genetico. Tra essi era la tolleranza e la risposta alla siccità e agli stress termici, le dimensioni e l'orientamento delle foglie superiori che catturano la luce e la tempistica degli eventi chiave del ciclo di vita.
Dallo studio condotto è risultato che, ottimizzando questi tratti chiave, i divari (incrementi) di resa genetica potrebbero variare dal 30 al 70% nei diversi paesi, con un divario globale medio di resa genetica del 51%.
Fonte/i: Rothamsted Research (UK), 13/9/2022 e 7/7/2022
Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 30 settembre 2022
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