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In tutta Europa uno dei principali argomenti di contrapposizione tra cittadini di opposte fazioni è rappresentato dalle politiche di adattamento al cambiamento climatico, che in parte risulta strumentalizzato da gruppi estremisti e forse anche per questo motivo radicalmente contrastato dai gruppi più conservatori
In vista delle elezioni europee del 2024, la contrapposizione sulle politiche ambientali pare un elemento di disturbo degli equilibri politici e non permette di avere chiara idea delle maggioranze, che potranno essere prodotte dalle nuove elezioni e quindi delle politiche che sarà poi possibile attuare. Tale clima d'incertezza, esacerbato anche dalla guerra russo-ucraina, crea polarizzazione politica, probabilmente poiché rende più ansiose persone che auspicano un cambiamento di politica chi in un senso, chi in quello opposto. In realtà al di là di proclami anti-europeisti elettorali è verosimile ritenere che anche nell'elettorato conservatore possa esserci interesse ad avvalersi delle maggiori opportunità, che politiche gestite a livello comunitario mettono a disposizione, anche al fine di un adattamento al cambiamento climatico.
E' inoltre utile considerare che gli agricoltori e le popolazioni rurali costituiscono una buona parte dell'elettorato conservatore, con la discriminante che gli agricoltori sono però tra i soggetti che maggiormente beneficiano delle politiche di sussidio dell'Unione europea, che incidono molto sul bilancio comunitario, ma anche sulla redditività e sul valore dei terreni coltivati.
Le sempre più frequenti proteste degli agricoltori sottendono quindi per lo più attività di lobbying, volte a ridurre l'impatto di marcate modifiche alle politiche agricole sulla redditività aziendale. Ma gli elementi di condizionalità ambientale servono proprio a giustificare la forte incidenza di tali politiche sul bilancio comunitario. Alla fine il settore agricolo è proprio quello che ci si può attendere accorrerà in soccorso dell'Unione europea, poiché il taglio dei contributi alla politica agricola, avvenuto solo nella Gran Bretagna dopo l'uscita dall'Unione europea, determinando una diminuzione del reddito per ettaro, incide anche sul valore delle proprietà.
Quindi si può ragionevolmente solo prevedere un cambiamento politico del governo europeo in senso conservatore, ma è improbabile che ci possa essere un cambiamento delle politiche ambientali, poiché sono tra i principali elementi che giustificano il permanere di sovvenzioni al settore agricolo, che gravano sul bilancio comunitario.
Il cambiamento è piuttosto nell'opinione pubblica generale che è fortemente polarizzata tra gli estremisti ambientali e chi si contrappone a un forte cambiamento degli stili di vita che, anche fosse accettato, richiederebbe un graduale adattamento. Questa contrapposizione, insieme a quelle generatisi durante l'epidemia di covid, sembrano però manovrate da comunicatori che fanno massiccio utilizzo dei social-network, per una promozione personale, che strumentalizza ogni politica, o fatto di cronaca e quindi anche le politiche di contrasto e adattamento al cambiamento climatico.
L'insistenza in senso ambientale non necessariamente sottende un'approfondita conoscenza delle problematiche proposte. Vari sono gli elementi di dubbio, tra cui in particolare la reiterazione di alcuni termini che non agevolano la comprensione e si prestano a strumentalizzazioni: è, ad esempio, comunemente ritenuto sbagliato parlare di riscaldamento climatico, preferendosi invece riferirsi a un 'cambiamento climatico', poiché non sempre si evidenzia un aumento di temperatura, ma piuttosto brevità delle stagioni intermedie e comparsa di eventi estremi. Inoltre le politiche non prevedono solo il contrasto (che a volte sembra una lotta contro i mulini a vento), ma anche l'adattamento (resilienza).
Nella voce di alcuni 'comunicatori ambientalisti' attivi sui social-network, tutto ciò non emerge: non sembrano preparati a rispondere a domande, ma replicano che il tempo delle discussioni è finito. In tal modo si accentua una contrapposizione improduttiva e massificante, poiché la scienza non si avvantaggia del conformismo, ma di una divulgazione orizzontale, che favorisca la circolazione delle conoscenze e scelte consapevoli.
Chiunque abbia una preparazione scientifica non pone in dubbio l'esistenza dell'effetto serra, ma quali siano i gas che si ritiene incidano maggiormente (per volumi annualmente prodotti) sul complessivo cambiamento climatico, i loro eventuali isotopi, se interferiscono delle variabili, come si voglia ridurre ciascuna emissione clima-alterante, quali politiche attuare coerentemente e trasversalmente tra più settori produttivi. Chi abbia capito un concetto ha a volte ulteriori curiosità e si attende anche una divulgazione disinteressata, non uno spot elettorale. In alcuni casi a insistere si viene, invece, accusati di essere oscurantisti di una 'scienza', che non dovrebbe essere capita, ma solo accettata.
Ovvio che alcuni possano pensare che chi dovrebbe fornire risposte non sia in grado. In realtà tali atteggiamenti nocivi potrebbero servire semplicemente a caratterizzare pagine di social-network in base al tema proposto, da parte di chi, attraverso di esse, cerca di sviluppare uno spazio di protagonismo, o anche solo di aumentare le visite alla sua pagina di social-network. In tal senso è utile considerare che le pagine di Twitter molto transitate, da un po' di tempo, abilitano ad ottenere remunerazione, in proporzione al traffico sviluppato, poiché rendono più visibile la pubblicità.
Le azioni più energiche di tanti 'comunicatori ambientali' e 'fact-checkers' sembrano concentrarsi sul settore agro-zootecnico, lasciandone, inspiegabilmente, altri settori produttivi nella condizione di comunque diffondere emissioni clima-alteranti. Il tassello che in tale contesto assume il ruolo di giustificare un approccio solo settoriale è l'obiettivo di eliminazione della produzione di carne, con motivazioni però differenti, quanto incoerenti: era inizialmente emerso che la carne farebbe male alla salute; ma al sorgere dell'opportunità di produrla in laboratorio il problema per la salute è divenuto secondario.
L'atteggiamento contrario all'allevamento zootecnico va inoltre a interferire con altre politiche comunitarie in corso di attuazione, come ad esempio quelle sul benessere animale, per le quali aziende (convenzionali e soprattutto biologiche) possono aver investito in nuove stalle, il cui ammortamento implica una continuità produttiva. Il clima d'incertezza può quindi influire anche sui prezzi dei prodotti, alterando la domanda e favorendo speculazioni d'ogni tipo. Il settore agro-zootecnico ha invece bisogno di politiche stabili, nel lungo periodo e quindi affidabili.
Probabilmente complice di un approccio comunicativo 'autoritario', che automaticamente disconosce la presenza di una cultura diffusa è la formazione fornita dalle università, che negli ultimi decenni rilasciano lauree molto specialistiche in cui l'inter-disciplinarietà è stigmatizzata: tanti giovani ignorano che fino a 25 anni fa, tale tipo di formazione era invece la più diffusa, al punto che le imprese e le professioni, a furia di lamentarsi, della preparazione eccessivamente colta, ma scarsamente specialistica, dei laureati, hanno determinato un cambiamento dei diplomi e corsi di laurea in senso specialistico e professionale, di cui adesso si vedono i risultati: nessuno è disposto a pensare che ci possano essere persone in grado di capire questioni molto differenti e che ci possa quindi essere abituale tra professionalità differenti nel rispetto delle reciproche competenze. Sembra invece che la conoscenza interdisciplinare sia considerata un'impertinente invasione delle competenze altrui.
Chi abbia un bagaglio culturale interdisciplinare è in grado di dibattere temi tra i più variegati; alcune persone riescono a valutare le tecnologie, il loro impatto sulla società, l'economia, la libertà, la democrazia. Le loro idee possono dare fastidio a chi preferisca invece scelte basate solo sulla bontà di tecnologie specialistiche innovative. Chi sia più portato per una comunicazione orizzontale e interdisciplinare è potenzialmente in grado di analizzare e spiegare i cambiamenti in corso e influenzarli facendo interagire le proprie conoscenze ed opinioni con quelle di altre persone. La conoscenza in tal caso non è il mezzo, ma il fine: fornire alla gente strumenti per fare scelte politiche libere, consapevoli, ma informate.
Chi abbia invece un approccio troppo specialistico alla comunicazione ambientale finisce con l'ostacolare la divulgazione di argomenti, verso i quali non c'è sempre una chiusura preventiva tra la gente, poiché comunque le attuali politiche dei governi generano interesse verso i temi del cambiamento climatico, finanziando interventi di riduzione delle emissioni (es. PNRR), che possono costituire opportunità, per attività d'impresa e determinare di riflesso interesse verso le politiche ambientali.
Dove non c'è interesse c'è solo il rifiuto che, similmente a quello verso l'Europa, viene ben raccolto da chi vuole mostrare che l'Europa (come le politiche ambientali) non offrano opportunità, ma le distruggano. Ma chi ha davvero questo interesse? Sembra si voglia impedire di vedere anche le cose buone, che ci sono.
Gli enti programmatori delle politiche ambientali dovrebbero, forse, non limitarsi a sovvenzionare interventi, ma spiegare, con il contributo di divulgatori, dove, nel lungo periodo, si voglia arrivare e cosa si possa concretamente ottenere, in termini di riduzione delle emissioni. Ciò è essenziale per dare sempre concretezza e continuità alle politiche attuate e sovvenzionate, affinché siano in grado di sortire un effetto così tangibile, da riuscire a giustificare il cambiamento di stili di vita che viene richiesto. In mancanza di valutazione dei benefici ottenibili dalle politiche ambientali sembra semplicemente prevalere l'estremismo e l'ansia per il futuro, oppure il rifiuto.
Uno degli effetti del rifiuto delle politiche di contrasto al cambiamento climatico è quello di non interessarsi dei contributi disponibili per le imprese, che vogliano investire nel settore green, che finiscono così in mano a pochi grandi investitori. Lecito quindi domandarsi a chi giovi ostacolare un interesse diffuso, non ideologico e quindi l'accesso alle fonti d'informazione scientifica.
L’approccio negativo di alcuni comunicatori nella divulgazione del cambiamento climatico potrebbe anche semplicemente essere un atteggiamento di ottusità: purtroppo ci sono persone, forse più giovani che anziani, che propongono (in modo palese tramite i social-network) una comunicazione 'dall'alto verso il basso', come fosse solo un momento di affermazione personale e di ostentazione del proprio bagaglio culturale, o quello del proprio gruppo, rispetto a masse di persone che, non essendo sempre portatrici di conoscenze recenti (come quelle sul cambiamento climatico) sarebbero ignoranti, o come dicono alcuni (probabilmente non laureati) 'analfabeti funzionali' (un termine che solo sa di rivalsa).
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Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 31 gennaio 2024
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