Problematiche ambientali del fosforo, causate dalla non lavorazione del terreno

La non-lavorazione è un elemento fondamentale dell'agricoltura conservativa, necessario per raggiungere un adeguato livello di sostenibilità dell'attività agricola, ma non tutti la conoscono così bene da riuscire a focalizzarne e risolverne alcuni aspetti, che impattano sull'ambiente, anche se meno delle pratiche agricole convenzionali.

L'aspetto che, negli ultimi anni, ha richiamato maggiormente attenzione sull'agricoltura conservativa è la capacità di garantire un'elevata immobilizzazione di carbonio nel terreno agricolo, che comunque mai può essere confrontabile con quella di un substrato boschivo.

Per conseguire tale obiettivo è necessario garantire l'efficienza di tale sistema produttivo, in cui il mancato intervento meccanico sul suolo determina un maggiore sviluppo di malerbe e quindi un possibile calo della produzione.
Per ridurre lo sviluppo di erbe infestanti, senza intervenire meccanicamente sul suolo, è in genere sufficiente combinare l'effetto ombreggiante dei residui delle coltivazioni, con un uso moderato e localizzato di diserbanti che, se accuratamente scelti e gestiti, possono avere un impatto ambientale molto limitato.

Altro aspetto impattante l'ambiente, che a volte sfugge agli agricoltori, è la maggiore disponibilità di fosforo in forma solubile, come evidenziato da Warren Dick, scienziato del suolo (in pensione) della Facoltà di Scienze agroalimentari ed ambientali (CFAES) dell'Università dell'Ohio, in occasione del suo intervento a una locale conferenza sulla non lavorazione del terreno.

Come viene evidenziato, il fosforo, nei terreni non lavorati, non può essere inserito a ridosso delle radici e quindi, trattandosi di un elemento in genere poco mobile, viene collocato in forme solubili a ridosso delle coltivazioni, in modo da agevolarne l'assorbimento. Se, al contrario, il suolo venisse inciso, la sua maggiore ossigenazione determinerebbe una molto più rapida degradazione della componente organica e il vantaggio della non lavorazione (non-aratura) verrebbe meno, con massiccia perdita di carbonio.

Se, come avviene in questo caso, il fosforo (insieme agli altri elementi fertilizzanti) è addizionato superficialmente in forma solubile, esso non risulta stabilmente legato alla componente argillosa. Pertanto, sebbene la copertura organica del terreno limiti lo scorrimento superficiale delle acque piovane (“run-off”), basta una debole corrente idrica a determinarne la dissoluzione e quindi asportazione e trasporto del fosforo nei corsi d'acqua. Il risultato è quindi che, paradossalmente, pur in presenza di un ridotto dilavamento, si rischia l'eutrofizzazione di fiumi e laghi e il conseguente sviluppo di alghe.

Con il termine eutrofizzazione si indica l'arricchimento delle acque con elementi nutritivi solubili e quindi rapidamente assimilabili da parte degli organismi vegetali, che vivono nell'acqua, o a ridosso dei corsi d'acqua.

Tale problema non si pone quando il fosforo risulta invece “agganciato” alle argille del suolo, o temporaneamente insolubilizzato da minerali a cui si lega (Ca, Fe, Al).
Come riferisce Dick: “Non lavorando i campi, abbiamo ridotto la quantità di forme di fosforo legate al suolo (=a minore solubilità), nei nostri corsi d'acqua, fiumi e laghi, ma abbiamo anche visto un incremento del nostro fosforo solubile, che va dentro quelle correnti d'acqua”.

Se invece il fertilizzante viene incorporato al suolo la situazione cambia completamente e in tal senso viene evidenziato che alcuni esperti consigliano la tecnica dello 'Shallow tillage', la quale introduce il fosforo nel suolo, che in tal modo si può legare alle sue componenti; ma tale tecnica risulta sconveniente poiché rompe lo strato organico superficiale e quindi elimina i vantaggi della non lavorazione (no-tillage).
Pertanto l'unica alternativa possibile resta di applicare gesso al terreno: il gesso reagendo chimicamente con il fosforo lo insolubilizza temporaneamente, impedendogli di essere dilavato.
Come riferisce Dick: “E' uno strumento. Ma come ogni altra cosa deve essere utilizzato nella maniera adatta. Non c'è alcuna tecnologia che risolverà la questione del dilavamento del fosforo”.

Utilizzando il gesso su un terreno non lavorato, come ha detto Dick, gli agricoltori possono cercare di iniettare il loro fertilizzante un paio di pollici (5 centimetri) sotto la superficie, invece che (collocarlo) in superficie. Anche piantare colture di copertura (“cover-crops”) può essere utile, poiché esse trattengono l'acqua piovana impedendo a parte di essa di essere dilavata dal campo.
“A volte una di tali (soluzioni), o tutte e tre lavoranti insieme è l'opzione migliore,” secondo Dick.

Bisogna comunque considerare che la migliore soluzione a questo problema, al di là dell'incorporazione del fosforo nel suolo, è la diminuzione della dose somministrata.
Come ha riferito, in occasione del suo intervento alla conferenza, Steve Culman, specialista in fertilità del suolo presso la Facoltà di Scienze agroalimentari ed ambientali (CFAES) dell'Università dell'Ohio, anche se la non lavorazione di un terreno potrebbe porre a rischio di dilavamento di fosforo fuori dal campo, il terreno non lavorato può richiedere una minore quantità di fosforo, perché la non lavorazione migliora ampiamente la salute del suolo. Esso è infatti più accessibile alle radici delle piante, che possono agevolmente localizzarvi gli elementi nutritivi, di cui necessitano.

Egli, richiamando gli obiettivi della tecnica della non-lavorazione chiarisce: “Stiamo cercando di creare la fertilità del suolo. Crediamo in definitiva che la non lavorazione ridurrà la necessità di fertilizzante. Dobbiamo capire che a volte esistono dei vantaggi di ritorno per le scelte effettuate. La non lavorazione porta una lunga lista di benefici ambientali, mentre una singola lavorazione può disfare ciò che ha richiesto anni o decenni per essere creato”.

Conseguentemente, come viene evidenziato da Culman, non è tanto importante la quantità di fertilizzante somministrata, ma come viene effettuata la sua distribuzione, al fine di prevenire il dilavamento con le acque meteoriche. In Ohio, viene però precisato, il fertilizzante è principalmente applicato alla superficie, piuttosto che incorporato nel suolo “e noi sappiamo che ciò determina un maggiore rischio di perdere fosforo fuori dai campi”, egli precisa.

La soluzione che viene quindi proposta è quella di inserire il fosforo con un dispositivo che lo ponga sotto la superficie del suolo, al fine di garantire la sua permanenza nel terreno e ostacolarne la perdita e la conseguente dispersione nei corsi d'acqua.
Culman conclude assicurando: “Una questione di cui possiamo sentirci davvero sicuri, è nei termini di che cosa avrebbe un grande impatto sul miglioramento della qualità idrica”.

Fonte/i: Ohio State University College of Food, Agricultural, and Environmental Sciences (CFAES), March 9, 2020

Autore dell'articolo: , 20 marzo 2020

Indirizzo permanente di questo articolo: https://www.agrolinker.com/?id=1870

© Riproduzione Riservata          Collegamento all'elenco dei feeds RSS di Agrolinker         

I commenti per questo articolo sono stati chiusi.

Alcuni articoli tematicamente collegati:
  1. Un progetto ha valutato l'effetto di pratiche agronomiche sulla resilienza climatica in climi tropicali

  2. Problematiche ambientali del fosforo, causate dalla non lavorazione del terreno

  3. Micorriza che cresce tra le cover-crops riduce perdite di raccolto frequenti dopo il maggese in Missouri (USA)

  4. Una funzione matematica per ottimizzare i fattori produttivi in colture consociate

  5. I suoli compattati riducono del 28% le rese; ma è possibile correre ai ripari

Collegamento all'elenco dei feeds RSS di Agrolinker