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Un aspetto che suscita grande apprensione nel settore agricolo è l’alone d’incertezza che circonda il mercato dei crediti di carbonio, con il rischio che non possano apportare al settore agricolo e forestale i vantaggi che alcuni sperano di ottenerne.
Infatti, mentre alcuni opinionisti, forse in parte strumentalmente, fanno leva su contraddizioni ideologiche ed ipocrisie del sistema, che consentirebbe a imprese che emettono grandi quantità di gas serra di poter continuare a farlo (acquistando crediti di carbonio), per altro verso la continua evoluzione della ricerca (necessariamente) rimette in discussione aspetti non secondari, come ad esempio il rilievo dei diversi sistemi colturali nell’abbattere le emissioni di gas serra, o anche i criteri di calcolo per quantificare il livello di emissioni.
Maggiore attenzione viene di solito data al settore forestale per la capacità degli alberi di accumulare, attraverso l’attività fotosintetica, ingenti quantità di carbonio lungo il profilo del terreno, costituendo le loro radici, la cui componente più sottile periodicamente si rinnova e si muove attraverso il profilo del suolo alla ricerca di elementi nutritivi ed acqua. Nel costituire le loro radici gli alberi arricchiscono, in tal modo, il suolo di sostanza organica e quindi vi immobilizzano grandi quantità di carbonio.
Un recente studio compiuto presso la Facoltà di Scienze naturali dell’Università di Stirling (Scozia), insieme ad altri centri di ricerca europei e capeggiato dalla Boku University (Austria), ha portato il gli studiosi che lo hanno condotto a sostenere che i suoli forestali profondi potrebbero essere meno efficaci di quanto precedentemente considerato, nell’accumulare carbonio a lungo termine, con la conseguenza che il beneficio di piantare nuovi alberi, al fine di contenere il cambiamento climatico, ne risulterebbe ridotto.
Il professor dell’Università di Stirling (Scozia) e il dottor del James Hutton Institute, un centro di ricerca scozzese, hanno pubblicato, sulla rivista Global Change Biology, l’articolo “Assorbimento e rilascio: cosa determina il cambiamento nel bilancio netto del carbonio nei suoli forestali?”; in tale articolo sono stati resi pubblici i risultati di uno studio internazionale, diretto dalla Boku University (Austria), in cui si sostiene che il calcolo del carbonio accumulatosi nei suoli forestali deve tenere conto delle perdite, che anche in tali suoli si verificano, o si potrebbero verificare. Infatti come sostiene il professor Subke ci sono ancora molti aspetti di questa questione, che sfuggono alla comprensione umana: "I nostri risultati hanno evidenziato che non possiamo fare eccessivo affidamento sulle foreste per mitigare gli impatti del cambiamento climatico, perché c'è ancora molto che non comprendiamo. Nonostante l'accumulo di biomassa arborea, potremmo perdere capitale di carbonio, ovvero il carbonio immagazzinato a lungo termine nei suoli e negli ecosistemi, nell'atmosfera”.
Più in particolare il detto articolo esamina i risultati di uno studio condotto in faggete europee dell'Europa centrale ed ha dimostrato che ignorare i livelli di carbonio nel suolo profondo potrebbe portare a stime eccessivamente ottimistiche della quantità di carbonio accumulabili in tali foreste.
Mentre lo studio della Boku University si concentrava sulle faggete, una ricerca pubblicata lo scorso anno dal gruppo di ricerca del Professor Subke aveva invece esaminato le piantagioni di pini in Scozia, rilevando che il suolo posto sotto pinete di pini maturi contiene circa la metà del carbonio, rispetto ai suoli vicini rimasti a prateria, e che, in tal caso, l’accumulo di carbonio nel suolo era alla fine inferiore di circa un terzo, rispetto a quello assorbito dall'atmosfera.
Il Professor Subke ritiene in definitiva che le foreste non accumulino le quantità di carbonio finora stimate e in particolare considerando che la permanenza di stock di carbonio nella profondità del suolo sarebbe, a lungo termine, quantitativamente minore di quella precedentemente stimata.
Dalla ricerca da lui condotta lo scorso anno, effettuando campionamenti del sottosuolo di pinete, in 16 siti delle Lowlands scozzesi è, infatti, emerso che il contenuto di carbonio lungo il profilo del terreno era minore sotto pinete più vecchie (impiantate su ex-praterie, fino a un massimo di 68 anni fa), rispetto a quello quantificato sotto pinete impiantate su praterie, più recentemente.
Il Dott. dell'Istituto Francese per la Ricerca Agricola (INRAE) di Montpellier, che ha guidato lo studio nel team di ricerca del Professor Subke, ha quindi aggiunto: "Esistono importanti incentivi finanziari per i proprietari terrieri a piantare più alberi; tuttavia, questi sono legati ai presunti benefici apportati da un cambiamento nella vegetazione a favore delle foreste.
La nostra ricerca ha aggiunto un aspetto importante a questi schemi, chiarendo le conseguenze della piantumazione di alberi nel suolo. L'amministrazione del Codice del Carbonio nelle Foreste, o di schemi equivalenti, deve tenere conto delle potenziali perdite nel suolo, cosa che siamo stati in grado di dimostrare in un'area significativa della Scozia."
Il Dott. Thomas Parker, coautore dell’articolo pubblicato sulla rivista Global Change Biology ha affermato: "Le foreste sono essenziali per il benessere umano e planetario per una serie di ragioni, ma dobbiamo riconoscere che non sono la soluzione definitiva a tutti i nostri problemi. Esistono complessità e compromessi che devono essere compresi per massimizzare i benefici netti che otteniamo dalle foreste".
Il esperto di cambiamenti climatici presso ‘Forest Research’, l’agenzia di ricerca della Commissione forestale britannica (la quale fornisce consulenza alla gestione forestale sostenibile) ha aggiunto: "Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio lo stoccaggio del carbonio nel suolo, tenendo conto anche delle variazioni di tipo e consistenza del suolo, della produttività delle specie arboree, del ricambio radicale e della densità. È inoltre importante approfondire la nostra comprensione della profondità del suolo, dei processi del suolo e di dove in definitiva il carbonio del suolo vada a finire".
La ricerca sopra esposta è stato svolta in collaborazione con la Colorado State University e ‘Forest Research’ ed è stata finanziata da una sovvenzione congiunta del National Environmental Research Council (NERC; UK) e della National Science Foundation (NSF; USA).
Fonte/i: University of Stirling, 10 febbraio 2026
Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 27 febbraio 2026
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