La comprensione della personalità del bestiame delle mandrie può agevolare una gestione sostenibile dei pascoli

Lo studio dell’etologia, ovvero del comportamento degli animali selvatici e domestici, ha numerosi aspetti applicativi. Conoscere e riconoscere il comportamento degli animali d’allevamento può contribuire a una gestione sostenibile del bestiame, fornendo un contributo informativo aggiuntivo confrontabile a quello che l’agricoltura di precisione dà alle coltivazioni di pieno campo

Uno studio condotto presso l’università di Davis, in California, ha valutato come ottimizzare la gestione del bestiame bovino al pascolo, sfruttando le attitudini di ciascun animale.
Sono stati considerati i tratti della personalità delle mucche, in relazione alle caratteristiche dell’ambiente di pascolamento, per arrivare a far coincidere un ottimale stato di salute del bestiame con una gestione ambientalmente sostenibile del pascolo: ciò è risultato possibile selezionando il bestiame che costituisce la mandria, in funzione della sua adattabilità a una gestione del pascolo, che risulti anche conveniente.

Alcuni studiosi del pascolamento, in ricerche precedenti, sono parsi spesso genericamente propensi a un certo ottimismo sul comportamento di qualunque animale domestico, lasciato pascolare o razzolare senza controllo; esistono però anche studi, che mostrano, che, ad esempio, le capre risultano dannose se lasciate effettuare un pascolamento incontrollato.

L’approccio di questa ricerca condotta presso l’Università della California - Davis pare avere solide basi scientifiche, essendo basato sulla conoscenza di aspetti di etologia, cioè del comportamento abituale di singoli individui di una mandria, che risultano utili per selezionarli in funzione della loro attitudine al pascolamento, ottenendo così una certa dose di controllo della loro attività.

Uno dei fattori che può aiutare a ottenere una modalità di gestione, che sia contemporaneamente libera (allo stato brado) ed efficiente, è l’inserimento nel pascolo di elementi che siano in grado d’influenzare lo spostamento del bestiame in direzione di aree appositamente predisposte: il principale è la recinzione (delimitazione) delle aree di pascolo e poi la creazione di zone specifiche, in cui siano disponibili acqua, o altri elementi d’interesse.
Il risultato finale è principalmente un risparmio sui costi di gestione del bestiame, che, ad esempio, non necessiterà più di essere trasportato con automezzi.

Secondo l’autrice principale di questo studio, Maggie Creamer, che ha recentemente conseguito il dottorato di ricerca, in comportamento animale, presso l’Università di Davis: ‘Il bestiame può effettivamente essere utile per i pascoli. La vegetazione nei pascoli in realtà ha bisogno di questo tipo di disturbi come il pascolo’.

L’idea che parte da questo studio è di evitare un investimento per costosi dispositivi di gestione, modernamente disponibili e sostituire tale approccio con animali selezionati per adattarsi caratterialmente alle caratteristiche del pascolo per essi predisposto: ‘Se spendete tutti questi soldi per aggiungere uno strumento di gestione al fine di cambiare la distribuzione dei vostri animali, il costo è enorme per gli allevatori’, ha affermato Creamer. ‘Pensare ad altri strumenti, o selezionare determinati animali con queste caratteristiche di pascolo, potrebbe essere un modo migliore per ottimizzare la distribuzione sui pascoli piuttosto che spendere un sacco di soldi per qualcosa che alla fine potrebbe non funzionare per tutti i vostri animali’.

Durante le prove compiute i bovini del campione di studio sono stati monitorati tra giugno ed agosto di due anni successivi, mentre si spostavano sui pascoli come una tipica mandria californiana (o di altri stati dell’Ovest statunitense), nella quale, tipicamente, si verifica che le mucche riproduttrici, a differenza di quelle degli allevamenti, si muovono liberamente. Esse sono state seguite individualmente solo nelle fasi in cui vengono vaccinate e svezzate.

Il bestiame lasciato libero presenta comportamenti molto naturali e, nel caso del campione di studio il suo spostamento interessava una superficie pascoliva continua di circa 253 ettari, posta a un’altitudine oscillante tra 183 e 618 metri s.l.m. Nel secondo anno è stato anche aggiunto un nuovo sito di abbeveraggio a un'altitudine più elevata.

Analizzando il comportamento del bestiame è stato definito che l’età e lo stadio della gravidanza non hanno influenzato i modelli di pascolamento, anche se i bovini tendevano a raggrupparsi vicino all’acqua e ai luoghi di riposo nelle giornate più calde.

Alla fine è stato, più in particolare, notato che, considerando l’attitudine a spostarsi verso altitudini più elevate e luoghi più lontani dai siti di abbeveraggio, il bestiame possa essere suddiviso in due gruppi, rappresentativi di modelli opposti di pascolamento: le mucche che si spostano maggiormente costituivano solo una parte della mandria studiata e presentavano anche maggiore variabilità dei loro schemi di pascolo, rispetto a quelle che restavano ad altitudini più basse e più in prossimità dell’acqua, le quali sono invece risultate caratterialmente ‘non-vagabonde’ e quindi meno propense ad adattarsi ad alcune tipologie di pascolo più movimentato.
Tale variabilità di comportamento, tra due gruppi di mucche non è risultata influenzata dal cambiamento delle fonti di abbeveraggio.

In definitiva è importante capire quali capi di bestiame siano più, o meno vagabondi, per poter predisporre i pascoli a misura delle loro differenti attitudini.

Per capire quali mucche abbiano maggiore attitudine al ‘vagabondaggio’ è risultato, ai ricercatori, importante fare attenzione alle reazioni nelle fasi dell’allevamento in cui sia maggiore l’interazione del bestiame con l’allevatore o i veterinari. In tali fasi di manipolazione, in particolari nelle fasi di riproduzione e svezzamento, le mucche più vagabonde e quindi propense a spostarsi verso gli alpeggi di alta quota avrebbero un atteggiamento più passivo.

Come ha riferito l'autrice senior dello studio, Kristina Horback, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze animali dell'UC Davis: ‘Abbiamo scoperto che forse è possibile prevedere questi alpinisti, se si osserva come si comportano quando il veterinario o l'allevatore li maneggia’.

Quanto oggetto di questa ricerca è stato pubblicato in un articolo, della rivista Applied Animal Behavior Science (=’Scienze del comportamento animale applicate) e presenta aspetti d’interesse ai fini di una gestione più efficiente ed economica del bestiame allevato in forme libere.

Come ha affermato Dan Macon, consulente per il bestiame e le risorse naturali del Servizio di Divulgazione della Facoltà di Risorse agricole e naturali dell’Università della California: ‘Per gli allevatori, i risultati potrebbero essere preziosi. Ogni volta che riusciamo a migliorare la nostra comprensione del comportamento del bestiame, in particolare a livello individuale, possiamo migliorare il modo in cui lo gestiamo e gestiamo il paesaggio. Se chiedete a un allevatore che è stato attento al proprio bestiame per molti anni, egli conoscerà le personalità’.

Si evince quindi che come in altri casi questa ricerca è partita dal sapere comune degli allevatori per approfondire aspetti del comportamento del bestiame, la cui conoscenza può risultare benefica a tutti gli allevatori, in termini di risparmio sui costi di gestione dell’allevamento, che avrebbero inciso molto meno nelle situazioni (recenti) d’intensa siccità: selezionare un bestiame bovino più propenso al nomadismo eliminerebbe la necessità di trasportare, con automezzi, le mandrie verso le fonti d’acqua poste in alta quota.

Secondo le dottoresse Creamer e Horback, questa ricerca ha spostato l’attenzione su un nuovo ambito di studio, che potrebbero rappresentare un’alternativa più economica a costose soluzioni tecnologiche di gestione del bestiame (tecnologie gps per il monitoraggio e gestione delle mandrie).
La comprensione del comportamento individuale della mucca e sociale della mandria ha sicuramente correlazioni col genotipo, per cui è ragionevole ritenere che possa in futuro esserci maggiore attenzione a una selezione genetica, in base a caratteri comportamentali del bestiame.

Come ha detto Horback: ‘La scienza animale tende a trascurare la mente dell'animale quando cerca soluzioni alle sfide. C’è sempre stata una linea diretta con la genetica per l’immunità o la nutrizione, ma niente riguardo alla mente dell’animale. E questa è una tale perdita. Alla fine c’è così tanto che possiamo imparare dal comportamento’.

Questa ricerca ricerca è stata supportata dal Fondo Russell L. Rustici, di Ricerca sui Pascoli e il Bestiame.

Fonte/i: Università della California - Davis, 26 marzo 2024

Autore dell'articolo: , 30 aprile 2024

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