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Negli ultimi anni si sono diffuse infezioni gravi trasmesse da batteri che un tempo non erano pericolosi come lo sono ora, dopo il subentro di mutazioni più aggressive e resistenti ai più comuni antibiotici.
Nel caso dei batteri del genere Campylobacter, le infezioni umane sono molto frequenti in Europa, dove mediamente si verificano circa 246.000 casi all’anno (127.840 casi nel 2021); pertanto la Campylobatteriosi è considerata la più diffusa zoonosi (malattia animale) trasmessa all’uomo.
Il bestiame avicolo è ritenuto responsabile del 20-30% dei casi d’infezione umana
Dato che il calore elevato uccide i batteri, per prevenire questa malattia è importante cuocere con cura la carne di pollo e curare l’igiene, nei luoghi in cui siano effettuate preparazioni alimentari.
Infatti, se in alcuni casi le infezioni possono derivare dal nutrirsi di carni crude o poco cotte, in altri si verificano per contatto di cibi cotti, salumi e formaggi, con alimenti (es. carni) crudi e contaminati, come può avvenire, in mancanza d’igiene, nei centri di stoccaggio dei supermercati, o nelle cucine di mense e ristoranti.
L’Agenzia europea per la Sicurezza alimentare (EFSA) pubblica sul suo sito strumenti interattivi, che permettono di cercare tra i molti dati archiviati, tra cui troviamo pareri di esperti, alcuni dei quali riguardano le contaminazioni di cibi, prodotti in allevamenti di bestiame, come ad esempio il ‘latte crudo’, il quale può essere fonte di vari batteri nocivi, tra cui il Campylobacter, ma anche Salmonella ed Escherichia coli.
Consultando il sito internet dell’EFSA si rileva che, nella gestione delle infezioni e contaminazioni alimentari sono coinvolti tutti i soggetti amministrativi, che abbiano ruoli decisionali, utili a costituire e mantenere una rete di rapide segnalazioni delle contaminazioni ed infezioni alimentari.
Sono anche effettuate attività dirette di monitoraggio delle zoonosi in animali e alimenti.
Come riportato sul sito dell’EFSA la riduzione del rischio di infezioni da Campylobacter negli allevamento di polli ha come effetto positivo la diminuzione del rischio per la salute umana.
Tale strategia risulta perseguita in occasione di una recente ricerca attuata presso l’Istituto nazionale danese per l’Alimentazione (DTU): sono stati provati additivi per mangimi (biochar e acidi organici) e ne è stata valutata la capacità di ridurre le infezioni da Campylobacter.
Il biochar è un carbone vegetale, ottenuto per pirolisi di residui organici. La pirolisi è un processo di decomposizione chimica, che avviene in presenza di calore e assenza d’ossigeno (un processo termochimico); essa origina alcuni prodotti di decomposizione tra cui gas e, come prodotto di degradazione finale, un residuo solido carbonioso, il biochar, avente caratteristiche e idoneità ad usi differenti, a seconda del materiale da cui viene prodotto.
Il biochar di origine vegetale è proposto in alcuni casi come additivo per mangimi. Nel caso di questo studio gli autori suggeriscono che tale uso è accettato e quindi elettivo nel caso dell’agricoltura biologica.
Al biochar sono attribuite proprietà di fissare gli elementi nutritivi e minerali dei mangimi, evitandone la dispersione e quindi ottimizzandone l’utilizzo. Ma come ogni materiale con capacità di adsorbimento ha anche delle proprietà filtranti, che lo rendono idoneo ad asportare impurità. E’ in tal modo che si può ritenere riesca anche a ridurre la presenza di batteri patogeni nei polli.
Gli autori dello studio, effettuato presso l’Istituto nazionale danese per l’Alimentazione (DTU) hanno condotto le loro prove in un allevamento commerciale di polli ruspanti in Danimarca. Essi segnalano di aver riscontrato che il biochar abbia un’efficacia dell’80% nel ridurre le infezioni e le contaminazioni (=colonizzazioni) da Campylobacter nel pollame ed è quindi il fattore chiave per ridurre anche l’incidenza delle infezioni umane. Per quanto riguarda il motivo delle proprietà del biochar, i ricercatori danesi hanno riferito che stanno conducendo ulteriori studi a riguardo.
Il ricercatore senior , che guida il progetto ‘SafeChicken’ dell’Istituto nazionale danese per l’Alimentazione (DTU), ha rimarcato che il rilievo del risultato conseguito dal suo gruppo di ricerca dipende dal fatto che le prove sono state condotte in allevamenti bio di polli ruspanti, nei quali, di solito, le malattie vengono contenute con maggiore difficoltà: ‘Il Campylobacter causa ogni anno numerosi casi di malattie negli esseri umani. Ridurre i livelli batterici nei polli può fare una differenza significativa nella salute pubblica. I nostri risultati evidenziano il potenziale del biochar, in particolare per i polli ruspanti e biologici, dove il controllo dei batteri è più impegnativo rispetto al pollame allevato in modo convenzionale’.
Le prove sono state condotte tre volte nella stessa azienda agricola e il dott. Lassen ha manifestato particolare soddisfazione circa il loro esito, evidenziando che non sempre, come in questo caso, le prove condotte in laboratorio mostrano risultati positivi anche nel contesto operativo della gestione di un’azienda agricola.
I ricercatori hanno quindi complessivamente dimostrato, che aggiungendo al mangime o all’acqua di allevamento dei polli ruspanti, addittivi che in prove precedenti avevano mostrato di poter ridurre le infestazioni di Campylobacter, essi risultano efficaci anche in condizioni sperimentali.
Come ha afferma la dottoranda , che ha lavorato al progetto come parte dei suoi studi di dottorato: ‘Abbiamo dimostrato che è possibile ridurre significativamente il Campylobacter nei polli ruspanti macellati, a due mesi di età, senza riscontrare effetti negativi sulla loro salute. Ciò è significativo per i sistemi di produzione in cui i polli hanno accesso ad aree esterne, circostanza che aumenta la loro esposizione al Campylobacter dall’ambiente’.
Il dott. Lassen ha sottolineato i risultati ottenuti col biochar: ‘I migliori risultati sono arrivati dall’utilizzo del biochar, che è ottenuto da materiale di scarto organico, come il legno, trasformato in biochar attraverso la pirolisi. Oltre a ridurre il Campylobacter, il biochar può contribuire a ridurre le emissioni di CO2 e ha il potenziale per diventare parte di un’economia circolare’.
I ricercatori hanno anche testato anche acidi organici, aggiunti all’acqua potabile dei polli. Studi precedenti avevano mostrato che potessero risultare efficaci a ridurre la presenza di Campylobacter.
Riguardo gli esperimenti con acidi organici la dott.ssa Cristina Calvo-Fernandez ha riferito: ‘Nelle nostre prove, abbiamo osservato una riduzione del 76% del Campylobacter quando i polli avevano 36 giorni di età – la metà dell’età di macellazione di questa razza – ma l’effetto è diminuito all’età di macellazione dei polli ruspanti tre settimane dopo. Ciò suggerisce che potrebbe essere necessario ottimizzare i tempi di somministrazione degli acidi organici a partire dall’impostazione sperimentale’.
Dato che il Campylobacter è naturalmente presente nel tratto intestinale dei polli, la presenza di cattive condizioni igieniche nei pollai ne agevola la diffusione, aumentando la possibilità che tale batterio possa essere rinvenuto nella carne di pollo.
Il problema igienico viene quindi segnalato con più frequenza in estate, negli allevamenti di polli ruspanti e biologici, poiché l’allevamento in condizioni più prossime a quelle naturali agevola la sopravvivenza del batterio e la diffusione nell’intestino della popolazione avicola allevata.
Gli autori di questo studio, realizzato nell’ambito del progetto ‘SafeChicken’ (pollo sano) segnalano, in conclusione, che le iniziative nazionali portate avanti in Danimarca, attraverso lo strumento dei Piani d’Azione, ebbero esito positivo già in passato, nel caso della Salmonella.
Il progetto SafeChicken proseguirà studiando ulteriori metodi per combattere il Campylobacter e meglio comprendere i possibili motivi dell’efficace azione risanante ottenuta usando biochar.
Fonte/i: Autorità europea per la Sicurezza alimentare (EFSA); Technical University of Denmark 19 febbraio 2025
Autore dell'articolo: Luca Federico Fianchini, 28 febbraio 2025
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